Uva e Trigliceridi Alti: Una Correlazione da Esplorare

I trigliceridi alti, o ipertrigliceridemia, è una condizione nella quale la concentrazione di trigliceridi nel sangue è al di sopra della norma. Quindi, nell’ipertrigliceridemia i livelli di trigliceridi nel sangue sono superiori al range di normalità. Possono essere più alti della norma sia nei soggetti adulti che nei bambini.

Cosa Sono i Trigliceridi e Come Vengono Prodotti?

I trigliceridi sono un grasso del sangue prodotto solo in parte dal nostro organismo. Prevalentemente è legato all’alimentazione, all’introduzione di un quantitativo eccessivo di zuccheri semplici e all’assunzione di alcool: tutti nutrienti che vengono convertiti in trigliceridi. I trigliceridi che circolano nel plasma sono di origine sia esogena (ossia provenienti dall’alimentazione e trasportati all’interno dei chilomicroni) che endogena (sintetizzati dal fegato e trasportati nelle VLDL).

Sempre durante la digestione dei pasti, anche il fegato sintetizza trigliceridi, ma, diversamente dalle cellule intestinali, compie questa azione a partire dagli aminoacidi e dal glucosio dietetici. In condizioni di normalità (dieta equilibrata, assenza di patologie ecc.), la produzione di trigliceridi e relativi trasportatori è in linea con le esigenze delle cellule tissutali.

All'opposto di quanto descritto in precedenza, in condizioni patologiche o anomale (es: dieta ipercalorica ad alto contenuto di grassi o zuccheri, diabete, anomalie genetiche ecc.), la produzione di trigliceridi e relativi trasportatori supera abbondantemente le richieste delle cellule tissutali o non le soddisfa affatto, a causa dell’incapacità delle cellule tissutali di introdurre al proprio interno i trasportatori di trigliceridi.

Cause dell'Ipertrigliceridemia

Fin qui abbiamo parlato di cause primarie, relative a patologie genetiche o condizioni multifattoriali. Ma le cause dei trigliceridi alti possono essere anche secondarie e giustificano il 10-20% dei casi. Lo stile di vita sedentario associato ad un eccessivo apporto di grassi saturi, trans, zuccheri (che l’organismo converte in trigliceridi) e alcol con la dieta è la causa secondaria principale di ipertrigliceridemia nel mondo.

Obesità e sovrappeso sono fra i fattori più importanti fra quelli che creano una predisposizione all’ipertrigliceridemia. La perdita di funzionalità della tiroide causa una riduzione nella secrezione di ormoni che hanno effetto di attivazione del metabolismo. L’insufficienza renale cronica determina gravi alterazioni del profilo lipidico, perché turba l’equilibrio nel metabolismo delle VLDL. Infatti, questa patologia è associata ad un quadro di aterosclerosi precoce ed accelerata e all’aumento del rischio cardiovascolare.

La sindrome nefrosica è causata dall’alterazione della barriera di filtrazione glomerulare e comporta perdita di proteine con le urine (proteinuria), che risulta associata ad una riduzione generale della quantità di proteine sintetizzate dall’organismo, comprese quelle deputate al catabolismo dei trigliceridi.

Ipertrigliceridemia Familiare

Fra le patologie genetiche che determinano l’ipertrigliceridemia primaria, si trova anche la lipodistrofia familiare parziale (FPLD). L’ipertrigliceridemia familiare è una malattia a trasmissione autosomica dominante che colpisce 2-3 persone su 1.000. I trigliceridi sono compresi fra 200 e 500 mg/dL, ma, nei casi in cui sono concomitanti altri fattori di rischio (come l’abuso di alcol o un’alimentazione scorretta), possono superare i 1.000 mg/dL. Generalmente non sono presenti segni o sintomi significativi, eccettuati alcuni casi in cui è possibile individuare reperti di iperuricemia e aterosclerosi precoce.

Molto più frequenti sono le iperlipidemie miste o combinate, condizioni che comportano incrementi sia del colesterolo che dei trigliceridi. In questi casi, è necessaria la copresenza di cause primarie e secondarie: si tratta dunque di una patologia a genesi multifattoriale. Il colesterolo totale si mantiene fra 250 e 500 mg/dL e i trigliceridi oscillano fra 250 e 750 mg/dL.

Ipertrigliceridemia e Gravidanza

Benché un lieve aumento dei trigliceridi in gravidanza sia considerato fisiologico, deve comunque essere monitorato, perché potenzialmente rischioso. L’ormone principale secreto durante la gestazione, il progesterone, è caratterizzato da funzioni anaboliche, ossia costruttive dei tessuti. Quindi, i trigliceridi, in questo quadro, rivestono funzione energetica importante e anche il loro livello cresce.

Sindrome Metabolica

La sindrome metabolica è una condizione caratterizzata dalla contemporanea presenza di tre alterazioni metaboliche ed emodinamiche e che rappresenta un fattore di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari e tumori. La sindrome metabolica è causata da uno stile di vita scorretto e da una predisposizione genetica, condizioni che portano all’accumulo di grasso addominale, fenomeno che può determinare l’insorgenza di insulino-resistenza (alla base di malattie come il diabete), delle dislipidemie e dell’ipertensione.

Sintomi e Rischi Associati

Tuttavia, di per sé, la condizione non genera sintomi, almeno quando la dislipidemia non supera una certa soglia di gravità, provocando disturbi anche importanti. Frequentemente l’ipertrigliceridemia viene diagnosticata per caso, a seguito di controlli effettuati per altre ragioni. Di per sé i trigliceridi alti non provocano sintomi, ma può aumentare il rischio cardiovascolare (in particolare di coronaropatie, ictus e arteriopatia periferica), di pancreatite acuta, entrambi sintomatici, e di altre manifestazioni minori.

Xantomi cutanei: quando il livello di trigliceridi nel sangue supera la soglia di normalità queste molecole vengono fagocitate da cellule che hanno funzione di pulizia, i macrofagi (definite anche cellule-spazzino). L’accumulo dei macrofagi pieni di trigliceridi (detti foam cells, ossia cellule dall’aspetto spugnoso) a livello cutaneo (di gomiti, ginocchia, mani, piedi e glutei) determina la formazione di papule giallastre, dette xantomi. Gli xantomi prendono il nome di xantelasmi quando interessano la palpebra.

Pancreatite Acuta

La più temibile complicazione dei trigliceridi alti è rappresentata dalla pancreatite acuta, un’evenienza clinica molto grave e potenzialmente fatale. La pancreatite acuta è causa di ricoveri ospedalieri e di riduzione della produttività per perdita di giorni di scuola o di lavoro. I trigliceridi alti sono responsabili dell’1-4% dei casi di pancreatite acuta: al di sopra dei 1.000 mg/dL il rischio diventa concreto.

La pancreatite acuta può essere preceduta da nausea, dolore addominale che si irradia alla schiena e bruciore di stomaco. Il meccanismo con cui si instaura la pancreatite acuta è attualmente non ben noto. Tuttavia, l’eccesso di trigliceridi comporta anche un loro aumentato metabolismo: la reazione di scissione con cui vengono idrolizzati per liberare energia comporta un’aumentata produzione di acidi grassi. È l’accumulo di acidi grassi nel pancreas ad irritare quest’organo e ad innescare la pancreatite.

Rischio Cardiovascolare

Per quanto riguarda il rischio cardiovascolare, gli studi sperimentali hanno messo in luce dati contrastanti sugli esiti cardiovascolari e cerebrovascolari (ictus). In base ai riscontri sperimentali, l’ipertrigliceridemia lieve, di per sé, è un semplice marker di rischio cardiovascolare.

Diagnosi e Monitoraggio

La diagnosi di ipertrigliceridemia è importante perché scostamenti anche limitati possono aumentare il rischio di complicazioni. VLDL. Inoltre, le persone a rischio devono sottoporsi ad un monitoraggio periodico dei livelli di trigliceridi, in particolare se colpite da patologia infiammatoria, perché l’infiammazione tende ad aumentarli.

Per misurare correttamente il tasso dei trigliceridi, e vedere se esso si è modificato dopo una dieta adeguata o grazie all'effetto di un farmaco, è necessario essere a digiuno, al momento del prelievo, da almeno 12 ore, ed aver consumato, la sera precedente, un pasto leggero. Non alzatevi, durante la notte, per andare a bere un bicchiere di latte o una bevanda zuccherata in frigorifero: il risultato dell'esame potrebbe essere influenzato.

Gestione e Trattamento

Lo stile di vita è il primo parametro su cui si interviene in presenza di ipertrigliceridemia lieve o moderata, tenendo presente che nei pazienti con trigliceridi molto alti occorre instaurare un trattamento farmacologico immediato. Gli interventi sullo stile di vita possono ridurre la trigliceridemia anche del 25-30%.

Modifiche allo Stile di Vita e Alimentazione

Chi ha un tasso elevato di trigliceridi nel sangue, pertanto, deve innanzitutto ridurre armonicamente l'assunzione di tutti i cibi, per equilibrare l'apporto calorico (le 'entrate') con il dispendio energetico (le 'uscite'), e ridurre così il peso. Fondamentale è dunque fare attenzione al tipo di grassi che apportiamo con la dieta: quelli saturi infatti ne aumentano i livelli, mentre quelli mono o polinsaturi svolgono una azione opposta di contenimento. L’ipertrigliceridemia, però, è anche associata ad un aumento della pressione arteriosa, di glicemia a digiuno, a steatosi epatica (fegato grasso) e ad un innalzamento dei valori del colesterolo Ldl (quello cattivo).

  • Aumentare l’apporto di verdura ad almeno 3 porzioni al giorno, in quanto ricca di fibra alimentare ed antiossidante.
  • Fare attenzione alle patate (che non sono una verdura) ed il cui consumo, meglio se con la buccia e fatte raffreddare, sostituisce pane e pasta.
  • Inserire nella dieta il pesce almeno tre volte a settimana (se necessario, e sotto consiglio medico, è possibile ricorrere a pillole contenenti grasso di pesce con effetto ipotrigliceridemizzante).
  • Preferire alimenti con maggiore quantità di grassi mono o polinsaturi rispetto a quelli saturi.

Anche i grassi trans sono correlati ad aumentati livelli di trigliceridi nel sangue. Naturalmente, rientrano fra gli alimenti da bandire anche i dolci, le torte, i biscotti, i gelati ed i sorbetti, anche se prodotti con soia. I soggetti con ipertrigliceridemia dovrebbero mantenere il peso corporeo entro certi limiti, in particolare focalizzando l’attenzione sul grasso addominale.

Via libera al consumo di verdura, con una precisazione: carote e patate non sono verdure, ma vegetali molto ricchi di zuccheri, che devono essere considerati al pari di pasta, pane e riso. L’ampio utilizzo delle spezie permette di ridurre la quantità di olio e sale utilizzata per insaporire le vivande e di ottenere un’azione funzionale.

Gli zuccheri complessi a lenta digeribilità, di cui è ricca soprattutto la pasta preparata e cotta 'all'italiana', vengono assorbiti più lentamente dall'intestino rispetto agli zuccheri semplici, o anche rispetto agli zuccheri complessi a più rapida digeribilità, come quelli contenuti per esempio nel pane e nelle patate. Di conseguenza, essi entrando meno velocemente nel sangue, stimolano una minore produzione di trigliceridi da parte del fegato.

In alcuni soggetti, inoltre, il fruttosio (lo zucchero di cui sono ricche la frutta autunnale (cachi, fichi, uva) e la frutta esotica (banane, ananas, ecc.) rappresenta un potente stimolo alla produzione di trigliceridi.

La verdura è ricca di fibra alimentare, che svolge una efficace azione di controllo dell'assorbimento intestinale dei grassi. La fibra contenuta nei legumi (che sono tra l'altro ricchi di zuccheri a lenta digeribilità) è particolarmente interessante, da questo punto di vista.

I grassi saturi, caratteristici dei cibi di origine animale, tendono a stimolare la produzione di colesterolo e di trigliceridi da parte del fegato, mentre i grassi insaturi, di cui sono ricchi gli oli vegetali, come l'olio di mais, svolgono un effetto opposto.

L'alcool in tutte le sue forme (vini, liquori, birra) stimola in molti soggetti un'intensa produzione di trigliceridi da parte del fegato. In presenza di ipertrigliceridemia, pertanto, è necessario un controllo o meglio l'abolizione di questa sostanza.

I grassi del pesce sono caratterizzati da tre interessanti proprietà: sono efficaci nell'abbassare il tasso dei trigliceridi nel sangue, svolgono un'azione antitrombotica e sono inoltre dei buoni antiaritmici.

Aumentare la propria attività fisica contribuisce in vari modi a normalizzare il tasso dei trigliceridi. Può aiutare a controllare il peso corporeo, un elemento, come si ricordava, di riconosciuta importanza da questo punto di vista, ed aiuta inoltre i muscoli a 'bruciare' meglio i trigliceridi stessi per produrre l'energia necessaria per il movimento. L'attività fisica, infatti, aumenta l'attività degli enzimi che digeriscono i trigliceridi (soprattutto la Lipoprotein-Lipasi, o LPL).

Mentre l’esercizio anaerobico porta all’accumulo di acido lattico e produce una sensazione di fatica, che abbrevia l’attività sportiva e richiede tempi di recupero molto superiori, l’attività fisica aerobica metabolizza in maniera più efficiente gli acidi grassi, che vengono così sottratti all’accumulo sottoforma di trigliceridi. Inoltre, l’esercizio fisico aerobico permette di mantenere il peso corporeo nella norma e controllare la quota di grasso addominale.

Intervento Farmacologico

Il medico potrà decidere, in certe situazioni, di somministrare farmaci specifici per ridurre il tasso dei trigliceridi nel sangue. Questi farmaci vanno assunti con continuità, come i farmaci per il diabete o la pressione o il colesterolo.

Alcuni studi condotti su soggetti in terapia mostrano che la terapia con fibrati riduce del 13% gli eventi cardiovascolari maggiori, in particolare nei pazienti con trigliceridi alti, a fronte di una buona tollerabilità. Tuttavia, l’effetto collaterale più frequente dovuto ai fibrati è la miopatia (danno muscolare).

L’acido nicotinico riduce la produzione da parte del fegato di una delle due tipologie di proteine che trasportano i trigliceridi nel sangue (VLDL). Al dosaggio di 2 g/die riduce i trigliceridi di circa il 20-40%.

Le statine sono farmaci usati per ridurre il colesterolo: vengono prescritte in caso di trigliceridi alti se anche il colesterolo è in eccesso. Questi farmaci hanno mostrato di ridurre significativamente la mortalità dovuta a squilibri lipidici nel sangue (iperlipidemie).

Gli acidi grassi omega 3 (PUFA), ossia acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA), vengono prescritti come terapia adiuvante a dosi farmacologiche, comprese fra i 2 ed i 4 g/die. A queste dosi, sono in grado di ridurre significativamente la trigliceridemia. Tuttavia, il ruolo dei PUFA è controverso.

Quando i trigliceridi sono molto alti, il rischio di pancreatite acuta richiede terapie più drastiche, come la plasmaferesi terapeutica. Infatti, questo trattamento consiste nell’asportazione del plasma e nel suo passaggio all’interno di una macchina che ne rimuove i grassi e lo reimmette nel corpo.

La terapia genica è verosimilmente applicabile nei casi in cui i trigliceridi alti siano dovuti ad una causa primaria di tipo genetico. Se alla base della patologia è presente una mutazione monogenica (che riguarda un solo gene), questa può essere corretta con l’inserimento nel DNA del gene corretto.

Prevenzione

La prevenzione dell’ipertrigliceridemia si fonda sull’adozione di abitudini alimentari corrette, sull’esecuzione con regolarità di un’attività fisica aerobica, sulla rinuncia al fumo da sigaretta e all’alcol. Lo sport ha ruolo centrale nella normalizzazione dei livelli di trigliceridi nel sangue, anche attraverso la riduzione del peso corporeo ed il mantenimento del peso forma raggiunto.

Infine, una volta normalizzato il parametro, è opportuno che il medico enfatizzi l’importanza dello stile di vita, soprattutto dal punto di vista alimentare e dell’esercizio fisico.

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