Semi di Canapa e Glicemia: Benefici e Proprietà

Negli ultimi anni, si è discusso ampiamente dei numerosi benefici apportati dall'olio di canapa all'organismo umano, in vari ambiti e per diversi disturbi e patologie. Allo stato attuale, nessun prodotto naturale può sostituire i farmaci tradizionali per curare o tenere sotto controllo le problematiche legate ai valori alti della glicemia e del diabete.

È importante sottolineare che l'olio di semi di canapa (e anche i semi di canapa decorticati) offre numerosi benefici a chi soffre di diabete, grazie alla presenza dell'ottimo rapporto tra Omega 3 e Omega 6. Studi condotti negli ultimi anni hanno evidenziato che, se assunto regolarmente nella dieta, questo alimento riesce a regolare e tenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue. Questo è dovuto al basso indice glicemico e al limitato contenuto di carboidrati.

L'olio di canapa è molto ricco di sostanze nutritive preziose che aiutano a migliorare la salute e le condizioni generali di chi è affetto da diabete. Il consumo quotidiano di 300 mg di acido gamma-linolenico, presente nell'olio di canapa, è utilissimo per alleviare alcuni dei sintomi più comuni di questa malattia, come l'intorpidimento degli arti inferiori.

L'olio di semi di canapa contiene acidi grassi essenziali e tutti gli amminoacidi indispensabili, oltre al quantitativo di fibre necessarie per il corretto funzionamento dell'organismo. Il contenuto di fibre presenti nella farina di canapa rappresenta il 40%, molto più alto rispetto ad altre farine. Questa alta quantità di fibre naturali è fondamentale per il corretto funzionamento intestinale e per consentire un assorbimento più lento e inferiore degli zuccheri ingeriti con l'alimentazione.

Per questo, nella cura del diabete è fondamentale prevedere nella propria dieta un quantitativo sufficiente di fibre vegetali in grado di intrappolare gli zuccheri e impedirne il completo assorbimento. Mangiare cibi ad alto contenuto di fibre significa gettare le basi per la prevenzione del cancro, abbassare i livelli di colesterolo non HDL, tenere sotto controllo i trigliceridi, diminuire il grado di aggregazione piastrinica e proteggere il cuore.

L'olio di semi di canapa estratto a freddo, utilizzato regolarmente nelle dosi raccomandate, contribuisce in modo significativo e naturale a tenere sotto controllo i valori della glicemia e prevenire le problematiche legate al diabete. Grazie al suo gusto fruttato e delicato, che ricorda la nocciola e la noce, l'olio di semi di canapa può essere utilizzato per condire insalate, carni, pesci e verdure cotte, ma sempre a crudo per non perderne le proprietà.

La canapa è una pianta dalle mille risorse e che può vantare tantissime proprietà benefiche, nutrizionali e terapeutiche. Alcuni studi e ricerche indicano che l'olio di canapa assunto regolarmente può aiutare a tenere sotto controllo i livelli glicemici. Per chi soffre di diabete, un consumo sufficiente di fibre è essenziale, poiché le fibre vegetali svolgono un ruolo fondamentale nel "catturare" gli zuccheri ed evitarne il completo assorbimento.

Cosa sono i semi di canapa?

I semi di canapa sono i semi della pianta Cannabis sativa, una varietà coltivata prevalentemente per usi alimentari, industriali e tessili. A differenza della Cannabis indica, non contengono quantità rilevanti di THC e non producono effetti psicotropi se consumati.

Un tempo considerati un alimento povero, oggi i semi di canapa sono apprezzati per il loro gusto e profilo nutrizionale. Sono disponibili interi o decorticati, crudi o tostati, o ridotti in farina. Da essi si ricava anche l'olio di semi di canapa.

In cucina, vengono utilizzati in maniera simile alla frutta secca o altri semi (come i semi di chia), in piatti etnici, dolci, barrette e prodotti vegetali come il tofu di canapa o il seitan. Nelle diete vegetariane e vegane, sono considerati un alimento ad alto valore biologico.

Come inserirli nella dieta

I semi di canapa hanno un gusto delicato che ricorda la nocciola. I semi decorticati sono più morbidi e digeribili, mentre i semi interi hanno una consistenza più croccante e un contenuto di fibre più elevato. Possono essere aggiunti crudi o tostati allo yogurt, insalate, porridge o frullati. Vengono usati come ingredienti per ricette a base di semi di canapa, come panificati, barrette e biscotti. L'olio di canapa viene ottenuto tramite spremitura a freddo e utilizzato a crudo.

È possibile integrarli facilmente in un'alimentazione equilibrata, ma è consigliabile consultare un nutrizionista per evitare un consumo eccessivo o squilibrio di nutrienti. Possono essere acquistati in erboristeria, negozi bio, supermercati ben forniti o online. Dopo l'apertura, conservare in un luogo fresco, asciutto o in frigorifero, al riparo da fonti di calore o dalla luce diretta del sole.

I semi di canapa fanno dimagrire?

No, i semi di canapa non fanno dimagrire di per sé, ma possono essere un supporto all'interno di regimi alimentari per la perdita di peso. Sono ricchi di fibre, che aumentano il senso di sazietà, e di grassi "buoni" che aiutano a stabilizzare la glicemia. Non sono un alimento "miracoloso" e vanno inseriti con criterio in una dieta equilibrata e uno stile di vita sano.

Valori nutrizionali medi per 100 grammi di semi di canapa:

Componente Quantità per 100 g
Calorie 553 kcal
Grassi 48,8 g
Grassi saturi 4,6 g
Grassi monoinsaturi 5,4 g
Grassi polinsaturi 38,1 g
Acido linolenico 8,68 g
Proteine 31,6 g
Carboidrati 8,67 g
Fibra 4,0 g
Acqua 4,96 g

Proprietà e benefici

I semi di canapa possiedono diverse proprietà potenzialmente benefiche per la salute:

  • Ricchi di grassi polinsaturi, in particolare acidi grassi omega-6 e omega-3
  • Potenzialmente utili per la salute del cuore e possono contrastare i processi infiammatori
  • Contengono vitamina E, magnesio, potassio, ferro, zinco e vitamine del gruppo B
  • Dal punto di vista proteico, forniscono tutti e nove gli amminoacidi essenziali
  • Ricchi di fibre, presenti soprattutto nei semi interi, possono aiutare il transito intestinale, favorire il senso di sazietà e contribuire alla gestione del colesterolo
  • Gli acidi grassi essenziali e l'arginina potrebbero avere un ruolo benefico nella regolazione della pressione sanguigna
  • Alcuni studi ipotizzano che l'acido gamma-linolenico possa alleviare sintomi di disturbi come dermatiti, artrite reumatoide e sindrome premestruale

Questi benefici possono essere ottenuti solo integrandoli all'interno di un regime alimentare equilibrato e di uno stile di vita sano.

Possibili controindicazioni

In linea generale, il consumo di semi di canapa è ben tollerato. Tuttavia, possono avere effetti collaterali in situazioni particolari:

  • Le forme intere non trattate possono contenere tracce minime di THC, che non causano alterazioni psicotrope ma potrebbero interferire con i risultati di alcuni test antidroga
  • In soggetti che assumono anticoagulanti, diuretici o glicosidi digitalici, è bene consultare il medico prima di iniziare un consumo regolare, poiché possono potenzialmente aumentare l'attività fluidificante del sangue e alterare i livelli di potassio
  • L'elevato contenuto di fibre può causare gonfiore, nausea, diarrea e flatulenza

In generale viene sconsigliato di consumare semi di canapa durante la gravidanza e l'allattamento a causa della mancanza di dati scientifici certi riguardo i possibili effetti collaterali.

Cannabis e Diabete: Un'Analisi Approfondita

La relazione tra cannabis e diabete è un argomento dibattuto nella comunità scientifica. Alcuni studi suggeriscono che i componenti della cannabis possono avere effetti positivi su questa patologia e sui sintomi associati. Tuttavia, altri studi sollevano perplessità, in particolare riguardo all'effetto della cannabis sull'appetito.

Cos'è il diabete?

Il diabete è una malattia cronica caratterizzata da elevati livelli di glucosio nel sangue, causati da un'alterata quantità o funzione dell'insulina. Esistono due tipi principali di diabete:

  • Diabete di tipo I: il pancreas non produce insulina.
  • Diabete di tipo II: il pancreas produce insulina, ma le cellule dell'organismo non riescono a utilizzarla.

Cannabis per la prevenzione del diabete

Diversi studi hanno cercato di capire se esiste una relazione tra l'uso di cannabis e lo sviluppo del diabete. Alcuni risultati suggeriscono che il CBD, uno dei composti della cannabis, potrebbe ridurre l'incidenza del diabete di tipo I. Altri studi hanno notato che la somministrazione di estratti di cannabis medica a ratti obesi può ridurre il peso pancreatico, proteggendo le cellule che producono insulina.

Una ricerca pubblicata su The American Journal of Medicine ha indagato sull'impatto della marijuana su glucosio e insulina. I partecipanti allo studio che utilizzavano cannabis mostravano livelli di insulina e glucosio circolante più bassi rispetto ai non utilizzatori. Un'altra ricerca ha concluso che il rischio di contrarre il diabete diminuisce del 30% nei consumatori di cannabis rispetto a chi non ne fa uso.

L'uso della cannabis contro il diabete

I ricercatori hanno condotto diversi studi anche per indagare le potenzialità della cannabis dopo l'insorgenza della malattia. Uno studio su topi affetti da diabete di tipo I ha mostrato le potenzialità di un trattamento a base di CBD nel miglioramento delle manifestazioni della malattia, grazie alla diminuzione dei mediatori infiammatori nelle isole pancreatiche.

Uno studio successivo ha analizzato l'effetto del THCV, uno dei cannabinoidi minori, sui topi obesi. I ricercatori hanno mostrato gli effetti benefici di questa sostanza, relativamente al diabete: tra questi, la riduzione dell'intolleranza al glucosio, l'aumento della spesa energetica, un miglioramento dei livelli di insulina. Evidenze hanno dimostrato che anche il THCA potrebbe essere utile per migliorare le condizioni dei pazienti con diabete.

Le patologie correlate

Secondo diversi studi, i cannabinoidi, oltre a prevenire e modificare la progressione del diabete, sono anche in grado di alleviare alcuni sintomi legati alla malattia. La somministrazione di CBD può ridurre i sintomi della cardiomiopatia diabetica e proteggere dallo sviluppo della retinopatia diabetica. Il componente non psicoattivo della cannabis sembra essere in grado anche di migliorare i problemi renali nei pazienti con nefropatia diabetica.

I contro

Nonostante le evidenze delle potenzialità della cannabis terapeutica nella lotta al diabete e nella prevenzione, alcuni studi hanno mostrato dati contro l'uso della sostanza nel trattamento di questa malattia. Solitamente, i cannabinoidi attivano i recettori CB1, causando un aumento dell'appetito, che potrebbe creare problemi alle persone che stanno cercando di uscire da una situazione di obesità. Inoltre, la stimolazione dei recettori CB1 da parte della cannabis potrebbe aumentare l'infiammazione associata al diabete, causando un'iperattivazione del Sistema Endocannabinoide.

Date queste perplessità, è necessario approfondire la tematica con ulteriori studi clinici, ma le evidenze a favore di alcuni cannabinoidi per combattere o prevenire il diabete sono diverse e lasciano ben sperare per un'introduzione di nuove terapie.

Al momento nella comunità scientifica vi sono due principali maniere in cui viene affrontato l’utilizzo di Cannabis Medica nel diabete. Generalmente i cannabinoidi (come il THC) e gli endocannabinoidi (come l’Anandamide) che attivano i recettori centrali CB1 aumentano l’appetito e causano aumento ponderale negli animali studiati. Per questo motivo, la Cannabis Medicinale viene utilizzata per aumentare l’appetito e l’introito calorico in pazienti con cachessia o sottoposti a chemioterapie.

Alcuni studiosi suppongono che il ruolo omeostatico del Sistema Endocannabinoide permetta di scatenare gli effetti dell’aumento di appetito e peso principalmente negli individui sottopeso. Questa tesi è supportata dagli studi sugli antagonisti dei cannabinoidi che, agendo in maniera opposta al THC sul nostro corpo, inducono effetti anoressizzanti. Studi scientifici hanno mostrato che l’iperattivazione dei recettori CB1 alla periferia del corpo viene osservata in soggetti obesi ed è correlata a lipogenesi, (processo che determina l’accumulo di grasso), steatosi epatica (accumulo di trigliceridi nel fegato) ed insulino-resistenza, -tutti marker importanti nello sviluppo della sindrome metabolica-.

Nei primi anni 2000, il Rimonabant è stato apprezzato per la sua efficacia nel ridurre il giro-vita e diminuire i fattori di rischio in pazienti obesi ad alto-rischio. Il Rimonabant ha dimostrato risultati promettenti in un primo trial clinico (Rimonabant In Obesity/Overweight o RIO), inducendo perdita del peso e miglioramenti in molti fattori di rischio metabolici (minore circonferenza del giro vita, aumento di colesterolo “buono” e diminuzione dei livelli di trigliceridi).

Al RIO seguì un altro trial, il CRESCENDO trial, che testava il Rimonabant per la prevenzione di eventi cardiovascolari; fu però un trial che venne terminato di colpo perché il farmaco, bloccando i recettori CB1 anche centralmente (e non solo alla periferia del corpo) creava effetti collaterali neuropsichiatrici (depressione e ideazione di suicidio), crisi convulsive, quattro casi di sclerosi multipla e vari disordini cognitivi e motori. Questa molecola, ora ritirata dal mercato e utilizzata esclusivamente per la ricerca biomedica, ha dunque evidenziato l’importanza fondamentale di utilizzare farmaci che possano legare esclusivamente i recettori CB1 periferici.

Il blocco centrale, come tristemente rappresentato dalla casistica che ha portato al ritiro del medicinale, può portare ad una ampia serie di effetti collaterali non secondari. Ad oggi, il fatto che un’altra molecola che agisce sui recettori cannabinoidi periferici, ovvero il cannabidiolo (CBD), risulti positiva per ridurre il peso e migliorare i fattori di rischio metabolici in un modello animale di obesità, getta nuova luce sul fatto che modulare il Sistema Endocannabinoide possa tornare ad essere un’opzione praticabile per affrontare l’obesità.

Vari studi epidemiologici, osservando ampi gruppi di popolazione, hanno analizzato la possibile correlazione tra l’utilizzo di cannabis e l’incidenza del diabete. I risultati riportati dai ricercatori della University of California, Los Angeles, hanno dimostrato che tra 10,896 adulti Americani, nonostante tutti possedessero una storia familiare simile di diabete, gli attuali o passati consumatori di cannabis dimostravano una diffusione minore dell’obesità, anche aggiustando le variabili sociali (gruppi etnici, livelli di attività fisica, età etc).

Similmente, studi osservazionali precedenti hanno scoperto che la diffusione dell’obesità nella popolazione generale è nettamente inferiore tra i consumatori di cannabis rispetto ai non utilizzatori, e che, come confermato dai dati dell’Harvard Medical School, il giro-vita degli utilizzatori di cannabis è più sottile rispetto ai non utilizzatori. Queste affermazioni e i dati pre-clinici sembrano contraddire l’associazione canonica della cannabis con un aumento dell’appetito e quindi un maggiore introito calorico.

Recenti ricerche sottolineano che “la fame chimica” è però scatenata dall’assunzione occasionale piuttosto che da quella cronica. Sappiamo inoltre che la cannabis agisce sui recettori CB1 e CB2 nel cervello, aumentando l’attività dell’adiponectina. Nonostante gli effetti stimolanti l’appetito generati da una bassa glicemia e un’interferenza diretta sulla segnaletica leptina-grelina, la cannabis è una pianta che svolge un ruolo importante sul peso corporeo e sul tessuto adiposo, plausibilmente proteggendo contro l’insorgenza del diabete.

Nel Luglio del 2015, i ricercatori della Michigan State University hanno analizzato otto studi e trovato che il rischio di contrarre diabete nei consumatori di cannabis è del 30% più basso rispetto ai non-consumatori. Due trials indipendenti svolti presso l’Harvard Medical School e il Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, hanno esaminato le conseguenze del consumo di cannabis sui livelli di insulina a digiuno e resistenza al glucosio e all’insulina, in un largo campione di popolazione maschile e femminile adulta (4.657 partecipanti).

Somministrando estratti resinosi di Cannabis Medicinale a ratti obesi, si verifica una riduzione del peso corporeo e un aumento del peso pancreatico, un’azione che implica un effetto protettivo sulle cellule β del pancreas, cellule addette alla produzione di insulina. Anche se la cannabis contenente THC, nei giusti dosaggi, dimostra effetti anti-obesità eccellenti, le sue caratteristiche psicoattive limitano l’utilità terapeutica di questa molecola.

Cruciali sono quindi stati gli studi che hanno dimostrato come il CBD, il principale componente non psicoattivo della Cannabis, eserciti effetti benefici poiché questa molecola è sicura e priva di effetti collaterali anche in dosaggi alti. Studi condotti su topi con Diabete di tipo 1 (diabete con insorgenza in giovane età), hanno dimostrato come un trattamento a base di CBD diminuisca i mediatori infiammatori (come la citochina IL-12) nelle isole pancreatiche (come la cito china IL-12), e che ciò sia associato a migliori livelli di insulina e glucosio nel sangue.

Gli effetti protettivi del CBD sono indotti da modificazioni qualitative delle isole pancreatiche (Isole di Langerhans), inibendo la distruzione specializzata delle isole, prevenendo la futura degenerazione delle cellule deputate al rilascio di insulina. Altre ricerche hanno evidenziato che nella popolazione obesa si osservano recettori CB2 meno funzionanti e sembrerebbe che cannabinoidi come la tetraidrocannabivarina (THCV) in grado di attivarli, possano annullare gli effetti infiammatori correlati con l’obesità, proteggendo dall’insorgenza di diabete.

Dapprima uno studio nei roditori ha mostrato che l’attivazione endogena dei recettori CB2, tramite l’endocannabinoide 2-arachidonoilglicerolo (2-AG), sia significativamente più bassa nel topo diabetico, suggerendo un ruolo della disfunzione del CB2 nella sindrome metabolica. Successivamente, questi dati sono stati successivamente confermati da una pubblicazione molto recente di un docente di Cannabiscienza che ha osservato 501 bambini obesi in Italia e ha trovato una minore funzionalità dei recettori CB2.

I bambini trattati con agonisti selettivi del CB2 (farmaci che attivano questi recettori) hanno mostrato un’inversione dello stato infiammatorio dovuto all’obesità. Uno studio del 2006 pubblicato sul Journal of Autoimmunity, ha riportato che iniezioni quotidiane di 5 mg/kg di CBD riducono significativamente l’incidenza di diabete ereditario (Tipo 1) nei topi.

I ricercatori hanno evidenziato che in una popolazione di topi geneticamente diabetici (NOD, ovvero “diabete non obeso”) l’86% di roditori non trattati (il gruppo di controllo) ha sviluppato la patologia. In contrasto, solo il 30% dei topi trattati con il CBD ha sviluppato il diabete. Inoltre, gli scienziati hanno riscontrato che in un modello di dieta ad alto contenuto di grassi, utilizzata per indurre il diabete di Tipo 2, tutti i topi di controllo hanno sviluppato il diabete in una media di 17 settimane, mentre la maggior parte dei topi trattati con il CBD è rimasta libera dal diabete fino alla 26esima settimana.

La THCV è un cannabinoide minore presente nella pianta di Cannabis. Questa molecola sta acquisendo sempre più importanza e si è dimostrato che agisce come antagonista del recettore CB1, attivando contemporaneamente i recettori CB2. Sappiamo che a dosi di soli 3 mg/kg di THCV questa sostanza, così come altre molecole antagoniste dei recettori CB1, riduce sia l’assunzione di cibo, sia il peso corporeo in topi a digiuno e non.

La THCV è una molecola considerata “ipofagica”. In uno studio del 2013 si è analizzato l’effetto della THCV -facente parte della classe dei cannabinoidi divarinici- su topi obesi, evidenziando come la somministrazione di questo cannabinoide produca effetti benefici metabolici relativi al diabete, inclusa una riduzione dell’intolleranza al glucosio, aumento della spesa energetica, livelli di trigliceridi epatici migliorati e una migliore sensitività all’insulina.

Nel 2016, 62 pazienti diabetici che non utilizzano insulina sono stati arruolati per un trial in doppio cieco che andava proprio a verificare gli effetti del CBD e del THCV. I risultati hanno confermato l’utilizzo del THCV come trattamento di prima linea per il controllo glicemico. Nel gennaio 2020 è stato pubblicato sul giornale scientifico Biochemical Pharmacology, uno studio spagnolo a cui hanno collaborato anche ricercatori dell’Università del Piemonte Orientale, che analizzava le proprietà dell’Acido Tetraidrocannabinolo (THCA).

Questo composto è il precursore nativo del THC che, non essendo decarbossilato, non induce effetti psicotropi. In questo studio è stato visto che in un modello di obesità indotta da dieta grassa in animali da laboratorio, il THCA ha ridotto significativamente la massa grassa e l’aumento di peso corporeo degli animali, migliorando sensibilmente l’intolleranza al glucosio e la resistenza all’insulina e prevenendo in gran parte la steatosi epatica, l’adipogenesi e l’infiltrazione dei macrofagi nei tessuti adiposi.

Inoltre, i ricercatori hanno dimostrato anche il meccanismo d’azione di questo fitocannabinoide. Il THCA si è rivelato essere un modulatore parziale e selettivo dei recettori PPARγ, dotato di un’attività adipogenica (che stimola la produzione di grasso) inferiore rispetto all’agonista PPARγ completo rosiglitazone, un principio attivo antidiabetico.

La maggior parte delle complicazioni diabetiche sono associate ad alterazioni patologiche nella vascolarizzazione; la complicazione macrovascolare più comune è l’arterosclerosi, che aumenta i rischi per infarto e malattie periferiche delle arterie, mentre tra le complicazioni microvascolari si presentano principalemente in nefropatie (problemi legati ai reni), retinopatia (agli occhi) e neuropatie periferiche (dolore).

L’attivazione del sistema cannabinoide protegge contro l’attivazione della cascata pro-infiammatoria detta ROS-MAPK, che gioca un ruolo chiave nello sviluppo della disfunzione cardiovascolare conseguente al diabete. Nel marzo del 2006 sull’ American Journal of Pathology, i ricercatori del Medical College of Virginia hanno riportato che i ratti trattati con CBD per periodi da 1 a 4 settimane, dimostravano una significativa protezione dalla retinopatia diabetica, una delle principale cause di cecità negli adulti in età lavorativa.

Gli effetti benefici della terapia con CBD sulle complicanze del diabete come la retinopatia, sono stati verificati da altri autori che hanno provato che il CBD riduce significativamente lo stress ossidativo e previene la morte delle cellule retiniche e la iper-permeabilità vascolare in modelli di retinopatia diabetica. Inoltre il CBD esercita effetti antinfiammatori e neuroprotettivi nelle cellule microgliali nella retina.

Per i lettori interessati, il meccanismo ipotizzato con cui il CBD esercita un effetto protettivo sul danno retinico potrebbe essere legato all’inibizione della ricaptazione dell’adenosina. Il CBD migliora i problemi renali in pazienti con avanzata nefropatia diabetica; questi effetti sono probabilmente riscontrabili anche con altri attivatori non psicotropi del CB2, come il THCV e il β-Cariofillene (terpene e primo cannabinoide alimentare scoperto).

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