Colesterolo e Alimentazione: Una Visione Approfondita

Fa davvero male il colesterolo? A leggere le pagine dei quotidiani e dei settimanali degli ultimi anni si rimane impressionati: il grasso, ormai divenuto più famoso di qualunque altro componente dell'alimentazione, è indicato come il killer del cuore.

Si consigliano diete per ridurne i valori, controlli del sangue per conoscerne la concentrazione, mentre compaiono pagine di pubblicità di personaggi famosi che si vantano di avere meno dei fatidici 200 milligrammi di colesterolo per 100 millilitri di sangue, il valore sopra il quale aumenta il rischio di morte per un attacco di cuore.

D'altra parte le analisi statistiche parlano chiaro: se si riduce il proprio colesterolo di 2 milligrammi si riduce del 4 per cento il rischio di avere una malattia delle coronarie. Di fronte a questo dato chi potrebbe negare l'utilità di uno screening di massa per individuare i soggetti con ipercolesterolemia e quindi trattarli?

Eppure non tutto è così chiaro e, dopo anni di campagne di informazione condotte per indurre i cittadini ai controlli, l'Associazione dei cardiologi americani ha fatto dietrofront: è inutile setacciare la popolazione e non è sempre vantaggioso ridurre il colesterolo. Dunque il killer è meno efferato di quanto si pensasse.

In realtà la nuova posizione dei cardiologi nasce dai risultati di ampi studi, che hanno cambiato il punto di osservazione. È vero infatti che la diminuzione del colesterolo riduce i rischi di morte cardiaca; nessuno però finora si era occupato di considerare il vero "obiettivo" e cioè la mortalità globale.

Tutte le ricerche sembrano convergere su un'unica linea: la mortalità globale rimane invariata, il che significa che a fronte di un minor numero di morti per un attacco di cuore sta un aumento delle morti per altre cause. E così è. Infatti chi ha il colesterolo troppo basso ha un rischio maggiore di morire per un tumore o per cause violente.

Proprio quest'ultimo è il dato più sorprendente: in maniera del tutto inattesa, si è infatti scoperto che le morti per suicidio e omicidio sono più frequenti nei gruppi di pazienti trattati con farmaci che riducono il colesterolo.

E gli svantaggi non finiscono qui, perché se nell'uomo l'equazione meno colesterolo meno attacchi di cuore è vera, nella donna non lo è e, anzi, un valore di colesterolo elevato sembra in qualche modo proteggerla dalle morti per causa cerebrale.

Come si vede, le prove di colpevolezza raccolte in molti anni dagli accusatori del colesterolo cominciano a vacillare sotto l'onda degli innocentisti.

A questo punto, però, chi ha il colesterolo elevato si sentirà quantomeno titubante: a chi dare ascolto? Infischiarsene e correre il "rischio cuore" o preoccuparsene, riducendolo, correndo però il "rischio di morte violenta e tumori"?

La risposta non è facile ma almeno in alcuni casi è chiara. Se si soffre di cuore e il colesterolo è alto, è indispensabile ridurlo, perché il rischio di morte cardiaca è molto elevato. Si hanno infatti 83 possibilità su 100 di morire per questa causa.

In caso, invece, di cuore sano si può iniziare a discutere e qualunque soluzione venga scelta nasconderà vantaggi e pecche da valutare caso per caso.

Di certo è definitivamente tramontata la speranza di allungare la vita della popolazione setacciando tutti per scovare gli ipercolesterolemici e trattarli: è un costo sociale (in termini economici) e personale (con diete forzate e farmaci che possono avere vari effetti collaterali) che non vale la pena di sostenere a occhi chiusi.

Colesterolo: Fattore di Rischio Modificabile

Iniziamo con il dare qualche informazione di contesto: l’infarto miocardico rappresenta la prima causa di morte in Italia con 69.653 decessi all’anno (dati ISTAT del 2017). Se si confrontano questi dati con quelli del 2003 (82.059 morti), non possiamo non rallegrarci dell’importante riduzione del numero dei decessi: 37,2% in meno.

Il colesterolo è uno dei “fattori di rischio cardiovascolare”. Per la precisione, è un fattore di rischio “modificabile”, perché i livelli di colesterolo possono essere corretti con interventi di tipo farmacologico o con l’adozione di un diverso stile di vita.

Come leggiamo su Epicentro, “il colesterolo è una sostanza grassa necessaria al corretto funzionamento dell’organismo: partecipa infatti alla sintesi di alcuni ormoni e della vitamina D ed è un costituente delle membrane delle cellule. Prodotto dal fegato, può anche essere introdotto con la dieta: è contenuto, per esempio, nei cibi ricchi di grassi animali, come carne, burro, salumi, formaggi, tuorlo dell’uovo, fegato.

Uno studio pubblicato nel 2012 su una rivista molto conosciuta, il Journal of the American Medical Association (JAMA) ha preso in considerazione i sette più noti fattori di protezione per il cuore: non fumare, essere fisicamente attivi, avere una pressione arteriosa normale, livelli di glicemia e di colesterolo nella media, non essere in sovrappeso e seguire un’alimentazione sana [2].

Ebbene, come spiega il cardiologo Marco Bobbio, “nel gruppo delle persone non esposte a nessuno di questi fattori di rischio si sono osservati 0,5% decessi l’anno e nel gruppo di chi li ha tutti e 7 1,5% all’anno.

Il succo dei risultati di questa importante ricerca era stato spiegato dallo stesso Bobbio a un servizio informativo dell’Associazione Medici Diabetologi [3]: “È del tutto irrealistico pensare che il 98,8% delle persone riesca a modificare il proprio stile di vita per non essere esposto più ad alcuno di questi fattori.

È interessante invece notare che eliminare per dieci anni anche un solo fattore di rischio può essere importante. Facciamo l’esempio di un signore con 4 fattori di rischio (iperteso, sovrappeso, sedentario e fumatore) che segua una terapia per il controllo rigoroso dei valori della pressione arteriosa, o che si metta a dieta per ritornare a un peso normale, o che si metta a svolgere almeno tre volte alla settimana attività fisica intensa per venti minuti, o che riesca a smettere di fumare.

Premesso che noi non possiamo documentare questa affermazione perché non abbiamo studi affidabili sugli effetti di una modifica dello stile di vita, avendo successo anche in una sola di queste attività, sulla base dei dati di quella ricerca passerebbe da 4 a 3 fattori e la sua probabilità di morte scenderebbe dopo dieci anni dall’11 al 9%.

Il termine “normale” può realmente causare un po’ di confusione. Se parliamo dei valori di colesterolemia, scopriamo che i livelli che in Giappone sono considerati “alti” sono invece “bassi” in Finlandia, perché ogni Paese valuta questo elemento in base ai valori locali più comuni [4].

Se invece di parlare di colesterolemia, facciamo riferimento all’esercizio fisico o all’abitudine di bere qualche bicchiere di vino, comprendiamo meglio quanto sia complesso - ma in un certo senso inevitabile - fare riferimento alla “norma”: se in una specifica comunità nessuno si prende cura del proprio corpo, non va in palestra o a correre o beve vino regolarmente, il comportamento di una persona più attenta alla propria salute potrebbe apparire quasi stravagante.

Direi che dovrà “obbligatoriamente” consultare il suo medico di medicina generale e arrivare a una decisione condivisa. È opportuno sapere, però, che quello che i medici definiscono “il quadro lipidico” è sicuramente influenzato dalla qualità dei grassi nell’alimentazione.

Abitudini alimentari differenti tra popolazioni diverse determinano dunque altrettanto differenti livelli medi di colesterolemia.

“Bisogna cercare di dimagrire” spiega Eugenio Del Toma, nutrizionista per molti anni presidente dell’Associazione Italiana di Dietoterapia. “Bisogna spendere l’esubero di trigliceridi con una metodica e prolungata attività fisica di tipo aerobico: una passeggiata giornaliera, a passo spedito, per almeno 30 o 40 minuti.

Poi sarebbe bene abolire le bevande alcoliche, diminuire la quota di carboidrati complessi ma soprattutto di carboidrati semplici come dolci e zuccheri, frutta compresa. Anche in questo caso sarà meglio seguire le indicazioni del proprio medico.

Ciò premesso, potremo consigliare alla persona che avesse dei valori superiori alla norma del 10-25% di provare per qualche mese anche un prodotto ricco di fibre, insieme alla dieta e al movimento fisico. Cosa che però non prometterebbe particolari risultati positivi in situazioni complesse o in presenza di valori di colesterolemia particolarmente alti [6].

Medicalizzazione e Interessi Economici

Da una parte, perché biasimare un giusto guadagno dalla vendita di farmaci efficaci? Tornando alle linee guida prima citate, la tendenza di una parte importante del mondo scientifico a rendere più stringente la prevenzione farmacologica di alcune malattie ha indotto qualcuno ad accusare le società scientifiche di voler medicalizzare eccessivamente la vita di cittadini almeno apparentemente sani.

Nel 2013, due importanti società scientifiche statunitensi di area cardiovascolare hanno pubblicato un nuovo documento nel quale si raccomanda di avviare una terapia con statine assai più precocemente che in passato, così che - seguendo le nuove linee guida - la metà dei cittadini statunitensi tra i 40 e i 75 anni dovrebbe assumere questi medicinali [8].

Se diremo che l’incidenza della malattia coronarica si riduce dal 2 all’1%, il cittadino che ascolta si farà un’idea più corretta rispetto al messaggio che potrebbe ricavare se gli dicessimo che il rischio si riduce del 50%.

Altri Fattori Importanti

Si chiama ‘microbioma intestinale’ ed è una sorta di organo collettivo formato da 100 mila miliardi di batteri che in parte collaborano e in parte determinano il nostro equilibrio metabolico e immunitario.

A differenza delle altre medicine, l’esercizio fisico richiede un cambiamento di abitudini e di comportamenti. Quando si sentono prescrivere del movimento, molte persone fanno resistenza o pongono delle obiezioni. Fare prevenzione significa affrontare dei ‘costi’ immediati, rinunciare a qualcosa, cambiare le proprie abitudini.

In cambio di cosa? I vantaggi sono tutti nel futuro e non sono comunque percepibili. Non esiste e non serve una lista di alimenti ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Spazi urbani ben disegnati possono favorire la prevenzione dell’obesità e del diabete invogliando persone di ogni età a passare più tempo all’aria aperta, a preferire bici e camminate all’auto e all’esercizio fisico.

Olio di palma sì, anzi no… Fa male, forse, non si sa… Uno dei tormentoni degli ultimi mesi è stato appunto il suo utilizzo nell’industria alimentare. Ma l’olio di palma fa così male come si pensa?

Giuseppe Marelli ha partecipato alla realizzazione di un documento frutto del lavoro di società scientifiche italiane, di ambito medico e nutrizionale, tra le quali AMD.

Eroso da social media e dall’estendersi del tempo ‘libero’ e di lavoro, il sonno è sempre più spesso breve o di ‘cattiva qualità’. Questo predispone allo sviluppo di sovrappeso, ipertensione e diabete di tipo 2.

L’indice glicemico misura la velocita con la quale i carboidrati ingeriti si trasformano in glucosio nel sangue. È un dato importante soprattutto per chi non ha il diabete ma rischia di svilupparlo.

Ridurre il rischio di sviluppare tumori è possibile, e gli stili di vita da adottare, sono gli stessi consigliati per prevenire il diabete.

Chi fuma apre la porta del suo organismo a più 4 mila sostanze, una delle quali perfino radioattiva. E aumenta del 60% il rischio di diabete. Insomma smettere è la singola decisione più vantaggiosa per la salute. Ma da soli non è facile.

Il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Azienda USL di Bologna ha creato un percorso che simula la ‘spesa’ quotidiana. Alla cassa, lo scontrino elenca l’impatto che gli acquisti hanno sulla nostra salute e su quella del pianeta in termini di emissione di gas serra, risorse idriche e uso del suolo.

Lo zucchero è il nemico numero uno del cuore? Non esattamente: sono le calorie in eccesso ad ‘avvelenare’ l’organismo.

Alcuni principi attivi possono anticipare l’appuntamento con il diabete in persone già predisposte. Altri creano situazioni di obesità o squilibri nella betacellula tali da provocare il diabete di tipo 2. Quasi sempre il gioco ‘vale la candela’ perché la terapia tiene a bada malattie ben più gravi.

Si chiama Medicina di genere ed è insieme un indirizzo di studi e una tendenza che si inscrive in una sempre maggiore personalizzazione delle terapie.

Pretendere che la popolazione italiana al 100% abbandoni tutti gli stili di vita insalubri e rimuova tutti i fattori di rischio cardiovascolare è illusorio e finisce per colpevolizzare chi non si ritrova nei modelli correnti.

Meglio agire a livello individuale ma anche con scelte politiche adeguate per favorire piccoli passi, la modifica di un’abitudine, la correzione di uno squilibrio. Tenendo presente che se le cure alle patologie acute sono eguali per tutti, la prevenzione è ancora privilegio di pochi.

Quanto costa il diabete? Conti disomogenei, valutazioni discordanti e parziali rendono difficile la stima dei costi diretti e indiretti del Diabete. In Italia si parla di 27 miliardi l’anno, solo 3 dei quali spese per la cura del diabete vero e proprio.

Un lungo articolo per spiegare come la ‘semplice’ prevenzione del diabete si inserisca in una vera battaglia politica ed economica.

Onu e Oms vogliono agire per arginare l’impatto delle malattie non trasmissibili (diabete, tumori, aterosclerosi) prima causa di morte ormai anche nei Paesi emergenti.

Esercizio fisico? Poco, graduale ma continuativo. L’esercizio fisico deve essere ancorato alla vita di ogni giorno, deve entrare nella quotidianità. Come?

Guarire il diabete, oggi, non è possibile, ricorda Alberto De Micheli. Ma è possibile, ed è anche facile, prevenire il diabete - parliamo del diabete di tipo 2, quello che si sviluppa nella persona matura e anziana.

Essere grassi fa male. Ormai tutti sono coscienti del rapporto diretto fra sovrappeso e obesità e rischio cardiovascolare.

Siete francamente sovrappeso e vi capita di addormentarvi durante il giorno? Attenzione, dice l’esperto Luca Busetto: non è semplice ‘stanchezza’ o ‘una fase di stress’. Forse soffrite di una conseguenza del sovrappeso che si chiama sindrome delle apnee ostruttive notturne.

L’obesità può diminuire la fertilità maschile. Un cardiologo ospedaliero come Pompilio Faggiano lavora per non avere clienti. E per evitare che le persone entrino in una corsia di cardiologia o di unità intensiva i passi da seguire sono tre: valutare il proprio livello di rischio, seguire un adeguato calendario di controlli periodici comunque vada e - se qualcosa non funziona - intervenire con farmaci e cambiamenti nello stile di vita.

La soluzione ideale comunque è un’altra. Alcune malattie nascono così: un ‘grilletto’ ambientale fa scattare una ‘pistola carica’ genetica.

Da bambini quando si giocava alle figurine capitava di dire ‘celo’ (contrazione di ce l’ho) quando un amico mostrava una figurina che già si possedeva o ‘manca’ in caso contrario. Se parliamo di sindrome metabolica, l’obiettivo non è completare l’album ma l’esatto contrario: meno ‘figurine’ ci sono, meglio è.

Gli enormi mutamenti, positivi e non, degli ultimi decenni presentano il conto: inquinamento ed effetto serra nell’ambiente esterno, obesità e diabete in quello interno. Vuoi perdere peso? Difficile perdere peso solo mangiando meno.

La causa vera della epidemia di sovrappeso e diabete, dice Giuseppe Fatati, è la recente e completa abolizione della fatica e del lavoro muscolare.

Dice Salvatore De Cosmo: molte persone pur non essendo ‘malate’ collezionano una serie di situazioni ciascuna delle quali comporta un aumentato rischio di infarti o ictus.

Dopo la seconda gravidanza Simonetta Tancredi, professione dietista, si è trovata di qualche chilo sovrappeso e ha iniziato ad applicare su se stessa i consigli che da molti anni elargisce a persone con diabete o in sovrappeso/obese.

Cinquanta persone sedentarie e sovrappeso, se non obese, hanno circa un anno di tempo per diventare maratoneti. Ce la faranno? Quanto è scritto nei nostri geni e quanto conta la prevenzione? La genetica ci dà in mano carte più o meno buone, ma la partita è tutta da giocare.

Il rischio di infarti e ictus per esempio, prima causa di morte sotto i 75 anni, può aumentare di 333 volte o ridursi di otto decimi. Tutto dipende dalle nostre scelte: fumare/non fumare, fare esercizio fisico o meno, mangiare frutta e verdura oppure no. È così semplice? Certo che lo è.

Le industrie alimentari devono vendere e si impegnano a cercare formulazioni sempre più gustose anche se ricche di grassi e zuccheri o sale. Come se non bastasse anche certe affermazioni salutistiche vanno prese con le molle. Come difendersi?

L'Analisi Critica di Marco Bobbio

È questa la conclusione che emerge dalla serrata e sistematica analisi critica cui Bobbio sottopone i capisaldi della costruzione eretta intorno all'ipotesi colesterolo infarto-miocardico.

Questa analisi non solo mette in evidenza le discordanze e i limiti dei dati che sostengono sia l'associazione fra ipercolesterolemia e aumentata mortalità da infarto miocardico, sia la possibilità di ridurre quest'ultima attraverso un abbassamento dei livelli ematici di colesterolo, ma anche a prezzo di non trascurabili effetti sfavorevoli.

Essa ci illumina anche sui sottili e non sempre encomiabili artifici che hanno posto l'enfasi sui dati a favore dell'ipotesi colesterolica minimizzando quelli che ne mettevano in dubbio la validità.

Si deve piuttosto insistere su quelle valutazioni che, prescindendo dalla scarsa concordanza dei risultati e facendo riferimento ai soli studi che hanno messo in evidenza una riduzione degli eventi cardiaci mortali, definiscono l'esiguità dei vantaggi che si possono ottenere dalla correzione dell'ipercolesterolemia.

In uno studio che ha documentato una delle più notevoli riduzioni degli eventi cardiaci, al termine di 5 anni di osservazione la mortalità per infarto era scesa dal 4,1 per cento dei soggetti non trattati al 2,7 di quelli sottoposti al trattamento ipocolesterolemizzante; in questo caso per risparmiare una vita era stato necessario sottoporre per 5 anni al trattamento 71 soggetti, 70 dei quali sarebbero comunque usciti indenni dallo studio anche in assenza di qualsiasi trattamento preventivo.

Negli individui di 20-60 anni un abbassamento sensibile della colesterolemia mantenuto per tutta la vita ne può prolungare la durata per non più di 18 mesi.

Gli interrogativi che emergono da questi dati spiegano i ripensamenti sui programmi ufficiali di intervento elaborati negli Stati Uniti; ma è significativo che a questi programmi si fosse giunti grazie alla procedura delle 'Consensus Conferences' che Bobbio sinteticamente descrive, che Skrabanek ha definito 'Nonsensus Consensus' e che Feinstein considera espressione di una 'Consensus syndrome': un comportamento cioè patologico che nelle sue manifestazioni più blande pretende di risolvere problemi scientifici attraverso il voto maggioritario espresso da un gruppo di esperti, ma che nelle sue forme più gravi assume atteggiamenti dogmatici, taccia di eresia qualsiasi critica e vi si oppone adottando gli strumenti accademici che "equivalgono al rogo", ossia negando il sostegno economico agli studi che potrebbero far vacillare il dogma.

Dall'analisi condotta da Bobbio appare dunque evidente su quali incerti elementi la medicina preventiva possa contare per preparare programmi di intervento su larga scala.

Se, a fronte dei pur modesti risultati favorevoli di alcuni interventi ,si ritiene di poter sorvolare sulle conseguenze sfavorevoli che altri studi hanno messo in evidenza, se l'opporsi a questi interventi sulla base dei loro costi economici elevati se non proibitivi appare cinico, non può certo considerarsi espressione di umana sensibilità voler ignorare le conseguenze della medicalizzazione implicita nell'arruolamento di larghe coorti di individui esenti da manifestazioni di malattia che prevedono esami clinici e di laboratorio ripetuti negli anni.

Questa medicalizzazione non può andare disgiunta dall'induzione di uno stato di ansia chiaramenta denunciato dal già citato editoriale del "Journal of the Royal Society of Medicine" e del tutto trascurato, come precisa Bobbio, nei progetti di intervento sulla popolazione.

Alla luce di queste incertezze è giusta la posizione che Bobbio suggerisce al medico pratico: in questi casi al paradigma meccanicistico, in cui il medico impone un programma terapeutico, deve sostituirsi al paradigma probabilistico in cui il medico espone al paziente lo stato delle cose, gli prospetta le varie soluzioni e con lui sceglie quelle che più gli si adattano.

Valutazione Individuale e Stile di Vita

Ancor più profonde sono le differenze fra i tipi di intervento che le selezioni operate in base ai diversi criteri potevano adombrare. La stima del quoziente di intelligenza si presta a valutazioni attitudinali (ma non sono mancate le accuse che hanno visto in essa uno strumento di validazione di precostituite discriminazioni sociali o razziali) e si limita comunque a prospettare difficili e problematici interventi di carattere sociale ed educativo nei quali gli strumenti medici hanno un peso del tutto marginale.

Ben diversa è la situazione quando un esame che abbiamo visto accessibile dia la categorica risposta dell'esistenza di una ipercolesterolemia: ove si ammetta che questa devianza dell'"io biochimico" possa esser causa del successivo sviluppo della malattia coronarica, è chiara la necessità di correggerla.

In questo caso i mezzi di intervento esistono: se una modificazione delle abitudini alimentari o il ricorso a prodotti dietetici specificamente elaborati si rivelano insufficienti, è sempre possibile rivolgersi a farmaci che già a partire dagli anni sessanta sono entrati a far parte dell'armamentario terapeutico. Si crea in questo modo una potente convergenza di interessi.

In primo luogo quelli scientifici tendenti a verificare l'ipotesi, nata da ardite estrapolazioni di pur solidi dati ottenuti nell'animale da esperimento, che esista nell'uomo un rapporto di causa-effetto fra ipercolesterolemia e infarto cardiaco; in secondo luogo, interessi di una politica sanitaria che da un lato rifiuta la vera prevenzione laddove essa è efficace ma "incompatibile" e, dall'altro, tenta di nobilitarsi con interventi preventivi di dubbia efficacia, in terzo luogo, interessi economici legati alla creazione di un mercato vasto sia per numero di utenti (negli Stati Uniti d'America si calcola che essi possano raggiungere i 60 milioni) sia per la necessità di prolungare vita natural durante questa terapia.

In primo luogo la "durezza" del criterio di valutazione basato sul dosaggio della colesterolemia ne sostiene, agli occhi dei tecnici e dei profani, una ben più apprezzabile e convincente validità nei confronti di una stima del coefficiente di intelligenza o dell'appartenenza a diversi tipi comportamentali basata su "morbidi" criteri di valutazione psicologica.

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