Brufen e Glicemia: Effetti e Considerazioni per i Pazienti Diabetici

La gestione del dolore nei pazienti diabetici rappresenta una sfida complessa a causa delle possibili interazioni tra i farmaci antidolorifici e i trattamenti per il diabete. La scelta dell’antidolorifico per un paziente diabetico deve essere fatta con attenzione, tenendo conto delle condizioni specifiche del paziente e delle potenziali complicazioni.

Interazioni tra Antidolorifici e Trattamenti per il Diabete

Le interazioni tra farmaci antidolorifici e trattamenti per il diabete sono un aspetto critico da considerare. Il diabete può influenzare il metabolismo dei farmaci, rendendo alcuni antidolorifici meno efficaci o più rischiosi.

I FANS, come l’ibuprofene e il naprossene, possono ridurre l’efficacia di alcuni farmaci antidiabetici, come gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE-inibitori) e i diuretici. Alcuni antidolorifici possono interagire con i farmaci antidiabetici, aumentando il rischio di episodi ipoglicemici. Ad esempio, l’uso concomitante di salicilati ad alte dosi e sulfoniluree può potenziare l’effetto ipoglicemizzante di quest’ultime.

Effetti dell'Ibuprofene e Raccomandazioni

In particolare l’ibuprofene è un antidolorifico e anti-infiammatorio che serve a trattare dolore, febbre e infiammazione. La sua azione consiste nel bloccare un enzima chiamato ciclo-ossigenasi, che produce sostanze - prostaglandine - coinvolte nel dolore e nell’infiammazione.

Il Comitato Prac dell’Ema raccomanda di aggiornare le informazioni sull’uso di ibuprofene a dosi elevate, pari a 2.400 mg o più al giorno. I benefici restano comunque superiori ai rischi. Tuttavia l’assunzione del principio attivo a questo dosaggio dovrebbe essere evitata da pazienti con problemi cardiaci o circolatori importanti. Tale dosaggio, inoltre, dovrebbe essere evitato da pazienti che presentano serie condizioni cardiache o circolatorie, che possono essere alla base di infarto, ictus, malattia cardiaca, oppure che hanno avuto in precedenza un infarto o un ictus.

Inoltre, il Prac ha effettuato una revisione sul tema dell’interazione tra ibuprofene e aspirina a basse dosi, sempre riguardo al rischio di problemi di natura cardiovascolare. In base a tale revisione, lìibuprofene sembra ridurre gli effetti anti-coagulanti dell’aspirina. Tuttavia, spiegano gli esperti, non ci sono evidenze certe sulla eventuale riduzione, da parte dell’ibuprofene, degli effetti benefici dell’aspirina, assunta a basse dosi, rispetto alla prevenzione di infarto ed ictus.

Il Comitato dell’Ema raccomanda di aggiornare il parere e di includerlo tra le informazioni dei prodotti a base di questo principio, insieme alle informazioni sull’interazione tra aspirina e ibuprofene, basate sulle evidenze disponibili. Tutte queste raccomandazioni si basano sulla revisione da parte del Prac di numerose pubblicazioni, e di analisi combinate a partire da vari trial clinici e dati tratti da studi osservazionali sulla popolazione; esse verranno inviate al Gruppo di coordinamento per il mutuo riconoscimento e le procedure decentrate - Umano (CMDh), che adotterà un parere definitivo.

Altri Antidolorifici e Diabete

Un’altra classe di antidolorifici da considerare sono gli oppiacei. Sebbene possano essere efficaci nel trattamento del dolore severo, gli oppiacei possono causare effetti collaterali significativi, tra cui la stipsi e la sonnolenza, che possono complicare ulteriormente la gestione del diabete.

Infine, è importante considerare l’uso di paracetamolo. Questo farmaco è generalmente considerato sicuro per i pazienti diabetici e non ha significative interazioni con i farmaci antidiabetici.

Funzione Renale e Antidolorifici

Un altro aspetto importante è la funzione renale. Molti pazienti diabetici soffrono di nefropatia diabetica, una condizione che compromette la funzione renale. Alcuni antidolorifici, come i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), possono peggiorare la funzione renale e devono essere usati con cautela.

Farmaci che possono Influenzare la Glicemia

Alcuni principi attivi possono anticipare l'appuntamento con il diabete in persone già predisposte. Altri creano situazioni di obesità o squilibri nella betacellula tali da provocare il diabete di tipo 2. Quasi sempre il gioco 'vale la candela' perché la terapia tiene a bada malattie ben più gravi. Di Carlo B. «Mi è venuto il diabete per colpa di un farmaco», affermano molte persone.

«Sì, può succedere: alcune categorie di farmaci prescritti per terapie di lunga durata, in modo diversi, hanno come effetto secondario un marcato aumento della glicemia», risponde Carlo Bruno Giorda, responsabile della Struttura complessa di Malattie Metaboliche e Diabetologia della Asl Torino 5, «in alcuni casi il pancreas riesce a reagire alla ‘sfida’ posta dal farmaco e mantenere comunque la glicemia nella norma, in altri casi dà luogo a quello che possiamo definire un ‘diabete temporaneo’. Finché dura la somministrazione del farmaco, per esempio a base di cortisonici, le glicemie tendono a restare sopra i livelli ‘di guardia’ per poi abbassarsi quando la cura termina o è sospesa. Più frequente il caso in cui la terapia slatentizza un equilibrio già instabile, è la ‘goccia che fa traboccare il vaso’ e anticipa un diabete che forse prima o poi si sarebbe manifestato comunque.

«Questi effetti sono ben noti ai Medici di Medicina Generale e agli specialisti che prescrivono queste terapie», sottolinea Fabio Baccetti che lavora presso la SSD di Diabetologia e Malattie Metaboliche a Massa e Carrara, «il fatto è che stiamo parlando di terapie efficacissime che non hanno alternative valide.

Corticosteroidi

I più comuni sono i corticosteroidi o cortisonici. «Sono principi attivi simili al cortisone naturalmente prodotto dall’organismo. Oltre a essere un potente anti-infiammatorio, il cortisone ha una azione esattamente opposta a quella dell’insulina», spiega Baccetti che presiede la Sezione regionale Toscana della Associazione Medici Diabetologi, «è il cortisone per esempio che poche ore prima del risveglio e nei momenti di stress aumenta naturalmente la quota di glucosio nel sangue».

Cosa si può fare?

«Prima di tutto il medico che prescrive cortisonici per terapie di lunga durata valuterà il rischio che il paziente ha di sviluppare il diabete sulla base dei consueti fattori di rischio, poi potrà raccomandare l’esercizio fisico e una alimentazione povera di zuccheri semplici e un frequente controllo anche domiciliare della glicemia», nota Giorda che è stato presidente della Associazione Medici Diabetologi nel biennio 2011-2013. «Può chiedere alla persona di effettuare periodici controlli della glicemia, se la glicemia supera i livelli di guardia si può impostare una terapia con metformina o nei maschi con pioglitazone.

Anti-psicotici

I farmaci anti-psicotici invece portano al diabete come conseguenza del rapido aumento di peso. L’effetto è rilevante, anche se è un po’ meno marcato nei farmaci ‘atipici’ o di seconda generazione. E il rapido aumento di peso facilita la comparsa del diabete.

Cosa si può fare?

«Questi farmaci curano disturbi molto seri, invalidanti e pericolosi per il soggetto, nota Baccetti che nel XIX Congresso della Associazione Medici Diabetologi tenuto a Roma nel maggio 2013 ha presieduto una sessione dedicata proprio all’effetto diabetogeno di questi farmaci. «Sicuramente lo psichiatra raccomanderà di ridurre l’effetto obesiogeno del farmaco con una pratica di esercizio fisico e con una alimentazione moderata. Nella sessione che ho presieduto a Roma il collega svedese Lindh ha presentato dati che mostrano come la contemporanea somministrazione di Metformina in questi soggetti, seppur non ancora diabetici, ne riduca il rischio di sviluppare la malattia grazie all’azione sul peso e soprattutto sull’insulino resistenza. In un paziente che ha un forte rischio di sviluppare diabete gli psichiatri potrebbero valutare in certo casi se passare dai farmaci antipsicotici classici (fenotiazine, butirrofenoni, tioxanteni: ad esempio aloperidolo, cloropromaziona, clotiapina, promazina) a quelli atipici o di seconda generazione che possono avere effetti secondari meno marcato come Clozapina, olanzapina, quetiapina, risperidone o ziprasidon.

Lo stesso discorso vale per gli inibitori della proteasi e della transcrittasi inversa che hanno permesso alle persone HIV positive di tenere sotto controllo quella gravissima e spesso mortale sindrome che è l’Aids. «Questi farmaci hanno un effetto iperglicemizzante in quanto riducono la secrezione di insulina da parte della betacellula, e perché pare agiscono su quei ‘canali’ che fanno entrare il glucosio nelle cellule, detti GLUT 4, rallentandone l’azione, ma d’altra parte tengono letteralmente in vita il paziente.

Diuretici tiazidici e beta bloccanti

Il punto di equilibrio è meno chiaro per farmaci che non ‘salvano la vita’ ma contribuiscono a controllare dei fattori di rischio e che hanno delle alternative. È il caso dei diuretici tiazidici (Clorotiazide, Clortalidone, Idroclorotiazide, Triclormetiazide, Idroflumetazide, Metolazone, Chinetazone). Sono i ‘grandi vecchi’ tra i farmaci contro la pressione e i beta bloccanti di prima generazione. I tiazidici non sono i farmaci di prima scelta nel trattamento dell’ipertensione nel diabete e nelle persone a rischio di diabete”, ricorda Baccetti ma possono essere utilizzati in aggiunta ad altri farmaci per raggiungere gli obiettivi pressori. I timori sull’effetto diabetogeno delle statine sono invece molto limitati.

Cosa si può fare

Lo specialista che prescrive per lungo tempo farmaci che possono ‘far venire il diabete’ deve prendere in considerazione questi aspetti «dovrebbe mettere in guardia il paziente e consigliargli di modificare le sue abitudini di vita, aumentando l’esercizio fisico e riducendo le quantità di calorie in modo da compensare almeno in parte l’effetto dei farmaci che sta per prescrivere. Dovrebbe anche consigliare al paziente di monitorare non occasionalmente la sua glicemia sia a digiuno sia a due ore dal pasto», nota Giorda che presiede il Centro Studi e Ricerche dell’AMD, «sicuramente io consiglierei al paziente che non ha ricevuto una informazione precisa su questo aspetto della terapia di rivolgersi al Medico di Medicina Generale e chiedergli aiuto e consiglio su come contrastare gli effetti diabetogeni della terapia che comunque deve seguire. Un accesso diretto alla specialistica potrebbe essere improprio. Come past president di AMD devo dire che c’è attenzione da parte delle società scientifiche non diabetologiche verso questo tema. Il congresso AMD che ha chiuso il mio biennio come presidente ha previsto ed era forse la prima volta una sessione sugli effetti diabetogeni delle terapie con antipsicotici. Certo questo temi ‘di frontiera’ rischiano di risultare un poco marginali sia per noi diabetologi sia per gli psichiatri o per gli immunologi e le altre società scientifiche.

Rischi Cardiovascolari e FANS

I FANS e gli inibitori della ciclossigenasi di tipo 2 (anti COX-2)- sebbene largamente utilizzati anche senza obbligo di prescrizione medica- possono causare importanti effetti avversi tra cui incremento della pressione arteriosa, minore risposta ai trattamenti antipertensivi, ritenzione idrica e peggioramento della funzione renale nei pazienti con ipertensione, scompenso cardiaco, insufficienza renale da ogni eziologia incluso il diabete; inoltre l’uso di FANS ha dimostrato di essere associato a un rischio significativamente più elevato di malattia coronarica, ictus (in pazienti con o senza malattie cardiache o fattori di rischio per le malattie cardiache) e insufficienza cardiaca. Il rischio aumenta all’aumentare della dose assunta. Nei pazienti con diabete tipo 2 i FANS sono stati associati ad un aumentato rischio di prima ospedalizzazione per insufficienza cardiaca, in particolare nei pazienti con età avanzata, e livelli elevati di HbA1c.

Le più recenti linee guida per il trattamento del dolore cronico dei soggetti affetti da tali patologie, per lo più se anziani, raccomandano di limitare il più possibile l’uso dei FANS preferendo in alternativa l’utilizzo di paracetamolo, tramadolo ed oppiacei a breve emivita.

Riferimenti

  1. NKF. NKF KDOQI clinical practice guidelines.
  2. NIH.
  3. NICE. Chronic heart failure in adults: diagnosis and management.
  4. Whittle SL, Colebatch AN, Buchbinder R, et al. Multinational evidence-based recommendations for pain management by pharmacotherapy in inflammatory arthritis: integrating systematic literature research and expert opinion of a board panel of rheumatologists in the 3e Initiative. Rheumatology 2012; 51:1416-25.
  5. FDA. Nonsteroidal Anti-inflammatory Drugs (NSAIDs).

Tutte le informazioni sopra riportate non sostituiscono la valutazione e il giudizio del professionista.

leggi anche: