BPE e Risonanza Magnetica: Cosa Sono e Come Funzionano nella Prevenzione del Tumore al Seno

La risonanza magnetica per imaging (MRI) può rappresentare uno strumento utile per migliorare la previsione del rischio di tumore al seno, nelle donne ad ‘alto rischio’ (cioè in presenza di storia familiare di questo tumore, mutazioni genetiche o altro). La ricerca illustra i potenziali vantaggi, in determinati casi, dell'utilizzo di questa analisi, in aggiunta alla mammografia annuale di routine. Un modello di apprendimento automatico ha scoperto che un aumento del parenchima di fondo, ovvero un tessuto specifico di un organo che appare con struttura compatta sulla risonanza magnetica, in questo caso mammaria, è un indicatore del fattore di rischio di insorgenza del cancro al seno fra le donne con seni estremamente densi.

Cos'è la Risonanza Magnetica Mammaria?

La risonanza magnetica seno (mammaria) è un esame diagnostico non invasivo che viene eseguito su una macchina ad alto campo magnetico (1,5T) per lo studio della ghiandola mammaria e delle stazioni linfonodali in pazienti con particolari indicazioni. L’indagine non utilizza radiazioni ionizzanti e quindi non comporta rischi per la paziente.

Come Funziona la Risonanza Magnetica?

Il Tomografo a Risonanza Magnetica è un cilindro con diametro da 60 /70cm e una lunghezza che varia da 150 a 200 cm. La paziente, sdraiata su un lettino, è posta in posizione prona con le mani lungo i fianchi o sotto il mento e con i seni appoggiati su apposite bobine a forma di coppa.

Il Ruolo del BPE (Background Parenchymal Enhancement)

I ricercatori hanno analizzato alcuni parametri, tra cui la densità della mammella e il BPE (background parenchymal enhancement - ‘aumento del background parenchimale’, dove il tessuto parenchimale è quello che compone l’organo). Un altro elemento di rischio per il cancro alla mammella è, dunque, il Bpe, ovvero l’aumento del fondo parenchimale, che è quello che compone l’organo. Il BPE individua un fenomeno, visibile tramite risonanza magnetica, in cui aree del normale background del tessuto della mammella appaio bianche o aumentate.

In base ai risultati dello studio, le donne con un più alto valore di BPE, rilevato tramite risonanza magnetica, mostravano una probabilità di avere una diagnosi di cancro al seno nove volte superiore rispetto a quelle in cui il BPE era assente o assumeva valori minimi. Al contrario, la densità mammografica non mostrava una relazione significativa rispetto al rischio di cancro al seno, affermano gli autori.

"La risonanza magnetica MRI potrebbe essere utilizzata in un più ampio numero di donne per determinare quelle che necessitano di uno screening aggiuntivo sulla base dei livelli di BPE", ha detto Rahbar.

BPE e Densità Mammaria

I soggetti con una composizione mammaria molto densa hanno un rischio da tre a sei volte maggiore di sviluppare il cancro al seno, rispetto alle donne con un seno, per lo più, composto da grasso. Poiché la mammografia è meno sensibile nel rilevare il carcinoma mammario in stadio iniziale, fra donne con seni densi, è consigliabile fra coloro di età compresa tra i 50 e 75 anni, approfondire le analisi con un ulteriore screening di imaging a risonanza magnetica.

Tuttavia, non si sa molto su come il BPE si confronti con altri fattori di rischio clinico più consolidati del cancro al seno, come l’età, la storia familiare, l’indice di massa corporea e la densità della mammella.

“Finora, gli studi sui fattori di rischio del cancro al seno si sono, in genere, concentrati sulla famigliarità”, ha affermato Kenneth G.A. “Questa è la prima ricerca che dimostra un’associazione tra l’aumento del parenchima di fondo e l’insorgenza di cancro al seno nelle donne con seni estremamente densi”, ha continuato Gilhuijs.

Ricerca e Studi sul BPE

Nello studio odierno, il Dottor Rahbar e i colleghi hanno preso in considerazione immagini di risonanza magnetica di donne dai 18 anni in su con alto rischio di tumore al seno, che si sono sottoposte a screening nel periodo tra gennaio 2006 e dicembre 2011.

Per determinare quanto il BPE sia indicativo nell’insorgenza del cancro al seno, i ricercatori hanno utilizzato esami di risonanza magnetica con contrasto dinamico, svolti su 4.553 partecipanti al Dense Tissue and Early Breast Neoplasm Screening Trial, un ampio studio multi-istituzionale con sede nei Paesi Bassi, volto a sviluppare un modello di deep learning, ovvero un metodo di intelligenza artificiale che insegna ai computer a elaborare i dati in un modo che si ispira al cervello umano, per identificare automaticamente il tessuto fibroghiandolare.

Dopo aver suddiviso i risultati per età, risonanze magnetiche e BPE, i ricercatori hanno scoperto che l’incidenza del cancro al seno era maggiore nelle donne con volumi più elevati di parenchima, rispetto a quelle con volumi bassi. Delle 4.553 donne incluse allo studio, a 122 è stato diagnosticato un cancro al seno. A circa il 63% di loro è stato scoperto dopo il primo ciclo di screening.

Screening e carico di lavoro

Secondo i ricercatori, l’implementazione dello screening con la risonanza magnetica per imaging, in donne con densità mammografica, oltre a comportare un minor numero di tumori a intervalli, ovvero tumori al seno diagnosticati tra gli screening mammografici di routine, metterà a dura prova anche i carichi di lavoro dei radiologi. Lo sviluppo di strategie mirate può aiutare ad alleviare il sovraccarico del settore sanitario.

“Il nostro studio incoraggia le donne con densità mammaria a sottoporsi con frequenza a screening con risonanza”, ha spiegato Gilhuijs. “È importante concentrarsi, non solo sulla densità mammaria come principale fattore di rischio, ma anche su altre proprietà del seno stabilite da un primo screening risonanza magnetica”, ha concluso Gilhuijs.

Alternative per Donne ad Alto Rischio

Attualmente, spiegano i ricercatori, le donne ad alto rischio di questa malattia hanno diverse possibilità: dall’utilizzo combinato della mammografia insieme alla risonanza MRI alla terapia preventiva con tamoxifene, un farmaco che blocca l’attività degli estrogeni nella mammella, fino alla mastectomia preventiva.

Il prossimo passo dei ricercatori sarà quello di verificare il risultato odierno in uno studio che coinvolga un più ampio numero di pazienti e cercare di comprendere il meccanismo per il quale il parametro BPE risulta essere un biomarcatore per il tumore al seno: secondo un'ipotesi, questo parametro è legato alle aree di infiammazione che si manifestano nelle prime fasi della malattia.

Lesioni di Tipo B3 della Mammella

Le lesioni di tipo B3 della mammella rappresentano una categoria di alterazioni tessutali che possono essere rilevate attraverso esami di imaging o biopsie. Comprendere cosa sono le lesioni di tipo B3, le loro cause potenziali e gli approcci di gestione è essenziale per promuovere la consapevolezza e garantire un trattamento tempestivo.Le lesioni di tipo B3 della mammella sono una categoria di anomalie al tessuto mammario che possono essere identificate attraverso biopsie o esami di imaging avanzati come la risonanza magnetica o la mammografia.

incrementato rischio di progressione neoplastica (proliferazione epiteliale atipica di tipo duttale l’atipia epiteliale piatta/FEA e la neoplasia lobulare intraepiteliale/LIN1-2).

  1. costituiscono un gruppo eterogeneo di lesioni ad architettura papillare chenella maggioranza dei casi rientrano nella categoria B3 ad incerto potenziale di malignità. In rare occasioni se la lesione è di piccole dimensioni e si ritiene che sia stata ampiamente campionata se non addirittura completamente escissa una classificazione come lesione benigna categoria B2 può essere considerata. Viceversa, soprattutto in caso di un campionamento esiguo e in presenza di un’atipia fortemente sospetta per malignità l’attribuzione alla categoria B4 appare più opportuna.
  2. caratterizzata dal dato radiologico della distorsione parenchimale che si traduce nella maggioranza dei casi in cicatrici scleroelastotiche in cui la frammentazione dei campioni non consente una valutazione unitaria della struttura lesionale e della completezza della sua escissione. Si evidenzia il ruolo delle nuove metodiche di imaging (ad es.tomosintesi ) che riuscendo ad identificare distorsioni anche di piccole dimensioni ne consentono, mediante i sistemi VAB (2D/3D) o BLES , la completa asportazione.
  3. La neoplasia lobulare intraepiteliale rappresenta un gruppo eterogeneo di lesioni lobulari che raggruppa le forme di iperplasia lobulare atipica (ALH) e le forme di carcinoma lobulare in situ (LCIS tipo A, tipo B). Costituisce spesso un reperto incidentale in corso di MIB condotto per alterazioni radiologiche varie. Quando la morfologia di una LIN si pone in diagnosi differenziale con forme solide di DCIS magari con aspetti di cancerizzazione lobulare appare utile il ricorso all’immunoistochimica con lo studio dell’espressione della E-caderina (32).
  4. In questo gruppo vanno incluse le forme di lesioni a cellule colonnari con atipia o FEA (Flat Epithelial Atypia; atipia epiteliale piatta) e le proliferazioni epiteliali atipiche di tipo duttale (iperplasia duttale atipica). Questo secondo termine va preferito rispetto a quello d’iperplasia duttale atipica che per la sua definizione diagnostica richiede criteri morfologici e dimensionali valutabili sul pezzo operatorio definitivo.
  5. microscopica a 10x di uno o più campi privi di componente epiteliale) talora con un incremento dell’attività mitotica. Diagnosi differenziale con varianti di fibroadenoma. Secondo i dati di recenti lavori, la presenza ed il numero di alcuni parametri morfologici, indirizza verso un tumore filloide, per il quale è corretta la categoria B3. pleomorfismo cellule stromali il numero di mitosi delle cellule stromali (> 3/10 HF) la presenza di tessuto adiposo frammisto allo stroma l’eterogeneità stromale.>La presenza di 3 o più di questi parametri orienta verso un filloide, con la maggior predittività data dall’ associazione dei seguenti parametri: eterogeneità stromale, pleomorfismo stromale e condensazione sub epiteliale.
  6. Descritte per la prima volta nel 1986 da Rosen (74) sono costituite da cisti contenenti mucina che tendono alla rottura e stravasare la mucina nello stroma adiacenti. Il termine è puramente descrittivo e fondamentale è la ricerca di atipie o meni dell’epitelio di rivestimento. Talvolta tali lesioni si presentano come nodulo palpabile ben circoscritto o con cluster di micro calcificazioni.

Per un corretto management, i casi classificati come B3 dovrebbero essere oggetto di valutazione multidisciplinare con una stretta correlazione fra dato patologico e radiologico. La valutazione multidisciplinare dovrà anche considerare eventuali fattori di rischio individuale (ad es, pregresso intervento per carcinoma o rischio eredofamiliare, etc). Complessivamente, in un quarto circa dei casi di B3 all’escissione chirurgica si riscontrano lesioni maligne (Valore Predittivo Positivo del 25%).>L’implementazione delle biopsie vacuum assisted (VAB) aumenta la possibilità che il targetradiologico sia completamente escisso, in particolare con la VAB-3D.>A tal riguardo, si ricorda la necessità di introdurre una clip amagnetica al termine della procedura bioptica, nei casi in cui il target risulti completamente escisso o di difficile visualizzazione.

Il risultato diagnostico B3, potendo fornire solo un dato preliminare rispetto ad ulteriori indagini o in previsione di una biopsia chirurgica, richiede una idonea formulazione dal punto di vista comunicativo.

Prestazioni S.S.N.: l’assenza dell’impegnativa preclude l’esecuzione della prestazione.

N.B. portare con sè il questionario per la risonanza magnetica debitamente compilato dal proprio medico di medicina generale; non è necessario sospendere l’assunzione di farmaci in uso (es.

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