Referto Istologico B3 al Seno: Significato e Implicazioni

Le lesioni di tipo B3 della mammella rappresentano una categoria di alterazioni tessutali che possono essere rilevate attraverso esami di imaging o biopsie. Comprendere cosa sono le lesioni di tipo B3, le loro cause potenziali e gli approcci di gestione è essenziale per promuovere la consapevolezza e garantire un trattamento tempestivo.

Le lesioni di tipo B3 della mammella sono una categoria di anomalie al tessuto mammario che possono essere identificate attraverso biopsie o esami di imaging avanzati come la risonanza magnetica o la mammografia.

Cosa Significa un Referto Istologico?

Il referto istologico di un intervento al seno è predisposto per essere utilizzato dai medici e, per questo, utilizza un linguaggio tecnico che risulta di difficile comprensione per i non addetti ai lavori. Un esame istologico consiste nello studio al microscopio ottico delle caratteristiche di un tessuto dopo asportazione mediante biopsia o chirurgica. Il tessuto, fissato in formalina ed incluso in paraffina, viene reso idoneo al taglio in sezioni di pochi micron che saranno colorate routinariamente in Ematossilina-Eosina.

L’esame delle sezioni così colorate consente di valutare la natura, benigna o maligna, della lesione asportata e di studiarne, qualora si renda necessario, le caratteristiche funzionali mediante reazioni antigene-anticorpo con metodiche di immunoistochimica.

Questa procedura ha due finalità:

  • Identificare precocemente lesioni francamente benigne rispetto a lesioni sospette o francamente maligne, prevenendo ritardi diagnostici.
  • Evitare nei casi di patologia francamente benigna un inutile intervento chirurgico.

Classificazione dei Referti Istologici (B1-B5)

I referti istologici seguono una classificazione standardizzata:

  • B1: Indica un tessuto mammario perfettamente normale (evento rarissimo) ovvero un prelievo inadeguato. Inadeguato sottintende che l’aspetto istologico del campione non corrisponde alla valutazione strumentale fatta, ovvero non la giustifica.
  • B2: Identifica un campione adeguato (cioè con caratteristiche istologiche che giustificano il quadro clinico-radiologico) riferibile a lesioni di natura assolutamente benigna.
  • B3: Indica una lesione “atipica” ovvero con caratteristiche citologiche e/o strutturali diverse dall’ampio pattern che può essere rappresentativo di una lesione francamente benigna ed identifica un “fattore di rischio” per carcinoma.
  • B4: Definisce una lesione molto sospetta morfologicamente “verosimilmente maligna” in casi in cui per alterazioni artefattuali, scarsità dei reperti o altro il campione in studio è molto sospetto per un tumore maligno ma non può essere valutato con certezza.
  • B5: Indica un carcinoma franco, in situ (ovvero non ancora infiltrante lo stroma), oppure infiltrante. Distinguono le due situazioni le sigle B5a (carcinoma in situ) e B5b (carcinoma invasivo). B1(c) viene utilizzato in casi ove si ha un sospetto di infiltrazione tessutale ma per ragioni diverse questo non è definibile con certezza.

Lesioni di Tipo B3: Cosa Sono?

Le lesioni di tipo B3 costituiscono un gruppo eterogeneo di lesioni ad incerto potenziale di malignità.

Rientrano nella categoria B3:

  1. Lesioni ad architettura papillare che nella maggioranza dei casi rientrano nella categoria B3 ad incerto potenziale di malignità. In rare occasioni se la lesione è di piccole dimensioni e si ritiene che sia stata ampiamente campionata se non addirittura completamente escissa una classificazione come lesione benigna categoria B2 può essere considerata. Viceversa, soprattutto in caso di un campionamento esiguo e in presenza di un’atipia fortemente sospetta per malignità l’attribuzione alla categoria B4 appare più opportuna.
  2. Lesioni caratterizzate dal dato radiologico della distorsione parenchimale che si traduce nella maggioranza dei casi in cicatrici scleroelastotiche in cui la frammentazione dei campioni non consente una valutazione unitaria della struttura lesionale e della completezza della sua escissione. Si evidenzia il ruolo delle nuove metodiche di imaging (ad es. tomosintesi ) che riuscendo ad identificare distorsioni anche di piccole dimensioni ne consentono, mediante i sistemi VAB (2D/3D) o BLES , la completa asportazione.
  3. La neoplasia lobulare intraepiteliale rappresenta un gruppo eterogeneo di lesioni lobulari che raggruppa le forme di iperplasia lobulare atipica (ALH) e le forme di carcinoma lobulare in situ (LCIS tipo A, tipo B). Costituisce spesso un reperto incidentale in corso di MIB condotto per alterazioni radiologiche varie. Quando la morfologia di una LIN si pone in diagnosi differenziale con forme solide di DCIS magari con aspetti di cancerizzazione lobulare appare utile il ricorso all’immunoistochimica con lo studio dell’espressione della E-caderina.
  4. Le forme di lesioni a cellule colonnari con atipia o FEA (Flat Epithelial Atypia; atipia epiteliale piatta) e le proliferazioni epiteliali atipiche di tipo duttale (iperplasia duttale atipica). Questo secondo termine va preferito rispetto a quello d’iperplasia duttale atipica che per la sua definizione diagnostica richiede criteri morfologici e dimensionali valutabili sul pezzo operatorio definitivo.
  5. Lesioni microscopiche a 10x di uno o più campi privi di componente epiteliale) talora con un incremento dell’attività mitotica. Diagnosi differenziale con varianti di fibroadenoma. Secondo i dati di recenti lavori, la presenza ed il numero di alcuni parametri morfologici, indirizza verso un tumore filloide, per il quale è corretta la categoria B3:
    • pleomorfismo cellule stromali
    • il numero di mitosi delle cellule stromali (> 3/10 HF)
    • la presenza di tessuto adiposo frammisto allo stroma
    • l’eterogeneità stromale
    La presenza di 3 o più di questi parametri orienta verso un filloide, con la maggior predittività data dall’ associazione dei seguenti parametri: eterogeneità stromale, pleomorfismo stromale e condensazione sub epiteliale.
  6. Lesioni descritte per la prima volta nel 1986 da Rosen, sono costituite da cisti contenenti mucina che tendono alla rottura e stravasare la mucina nello stroma adiacenti. Il termine è puramente descrittivo e fondamentale è la ricerca di atipie o meni dell’epitelio di rivestimento. Talvolta tali lesioni si presentano come nodulo palpabile ben circoscritto o con cluster di micro calcificazioni.

Gestione delle Lesioni B3

Per un corretto management, i casi classificati come B3 dovrebbero essere oggetto di valutazione multidisciplinare con una stretta correlazione fra dato patologico e radiologico. La valutazione multidisciplinare dovrà anche considerare eventuali fattori di rischio individuale (ad es, pregresso intervento per carcinoma o rischio eredo-familiare, ecc.). Complessivamente, in un quarto circa dei casi di B3 all’escissione chirurgica si riscontrano lesioni maligne (Valore Predittivo Positivo del 25%).

L’implementazione delle biopsie vacuum assisted (VAB) aumenta la possibilità che il target radiologico sia completamente escisso, in particolare con la VAB-3D. A tal riguardo, si ricorda la necessità di introdurre una clip amagnetica al termine della procedura bioptica, nei casi in cui il target risulti completamente escisso o di difficile visualizzazione.

Il risultato diagnostico B3, potendo fornire solo un dato preliminare rispetto ad ulteriori indagini o in previsione di una biopsia chirurgica, richiede una idonea formulazione dal punto di vista comunicativo.

Biopsia Mammaria: Come Viene Eseguita?

La biopsia del seno è una procedura che permette l'analisi istologica del tessuto mammario, eseguita su piccole porzioni di tessuto prelevate da un nodulo o da un'area ritenuta sospetta.

Questa metodica viene eseguita al fine di escludere o confermare un dubbio diagnostico, relativo ad alterazioni strutturali della ghiandola mammaria emerse da precedenti indagini radiologiche (ecografia, mammografia e risonanza magnetica) e dalla valutazione clinica (visita senologica). La biopsia del seno viene eseguita sotto guida ecografica o mammografica, introducendo nel seno un ago tranciante o praticando un'incisione, fino a raggiungere la formazione sospetta dalla quale si raccoglie il campione da sottoporre alle analisi in laboratorio.

La biopsia del seno consiste nel prelievo di materiale tissutale mammario in forma di piccoli frustoli cilindrici, prelevati dall'area del seno in cui è stata individuata un'anomalia o una sospetta formazione neoplasica.

Il materiale così raccolto viene poi sottoposto all'esame istologico (studio al microscopio ottico delle caratteristiche di un tessuto) o ad altre prove di laboratorio. Di solito, questa procedura è indicata nei casi in cui venga riscontrato un nodulo, un ispessimento o un'area di tessuto mammario sospetta alla palpazione e all'interpretazione del quadro mammografico o ecografico, e nei casi in cui l'esame citologico (agoaspirato) non fornisca informazioni sufficientemente attendibili sulla natura di tale anomalia.

Il prelievo di tessuto mammario permette di distinguere un'alterazione benigna (come nel caso di cisti e fibroadenomi) da una lesione di natura maligna (carcinoma o altri tumori), stabilendo la patologia in corso.

Tipi di Biopsia Mammaria

La biopsia del seno può essere eseguita con diverse procedure. La scelta della tecnica di prelievo di tessuto mammario viene effettuata dal medico specialista sulla base di vari fattori, come le caratteristiche, le dimensioni o la localizzazione della lesione da analizzare.

In ogni caso, lo scopo di queste procedure è quello di chiarire un dubbio diagnostico relativo ad alterazioni strutturali evidenziate da esami diagnostici precedenti (mammografia, ecografia o risonanza magnetica).

  • Agobiopsia mammaria: consente di prelevare una piccola porzione di tessuto (frustolo) con un ago tranciante di calibro lievemente superiore a quello di una siringa usata per le normali iniezioni. Una volta inserito nel seno e raggiunta l'area da esaminare, questo strumento permette di raccogliere delle porzioni di tessuto mammario da sottoporre a successive analisi al microscopio. L'esame viene svolto generalmente in anestesia locale e, il più delle volte, sotto guida ecografica.
  • Macro-agobiopsia: attraverso un'incisione di 1-2 millimetri, nella zona ritenuta sospetta viene introdotto un ago con una scanalatura in cui scorre una lama tranciante, che permette di asportare un frustolo di tessuto. Di solito, non sono necessari punti di sutura. La macro-biopsia utilizza aghi di maggiore calibro rispetto alla precedente tecnica.
  • Biopsia chirurgica (escissionale o incisionale): prevede la rimozione, attraverso un'incisione sul seno, di una porzione della massa (biopsia incisionale) o dell'intero nodulo, e di una piccola parte di tessuto circostante (biopsia escissionale) da sottoporre, poi, ad esame istologico. La biopsia escissionale è il metodo più accurato per effettuare una diagnosi, ma è anche quello più invasivo (per questo motivo, non rappresenta, di solito, la tecnica di prima scelta). La biopsia chirurgica viene eseguita in sala operatoria: attraverso un'incisione della cute di 2-3 cm, il chirurgo isola il nodulo dal resto della ghiandola e lo asporta. Il pezzo viene poi inviato al laboratorio di anatomia patologica per essere studiato. Nel caso in cui la formazione nodulare o la massa sospetta non fosse palpabile, prima dell'intervento viene contrassegnata la sede della lesione, che dev'essere asportata dal chirurgo (centratura preoperatoria).

Come Prepararsi alla Biopsia Mammaria

Prima della biopsia mammaria, è opportuno che la persona che vi si deve sottoporre informi il senologo di riferimento se soffre di eventuali allergie. Un altra accortezza importante consiste nel sospendere temporaneamente (o ridurre), previo parere del proprio medico curante o dello specialista che eseguirà la procedura, le terapie a base di farmaci anticoagulanti nelle 48 ore precedenti l'esame (per ridurre il rischio di sanguinamento).

La biopsia mammaria provoca generalmente un dolore minimo e accettabile in corso dell'esame, in quanto viene eseguita in anestesia locale. Tuttavia, si tratta di una procedura invasiva e traumatica per il seno: è possibile, dunque, che una manifestazione dolorosa compaia nella sede del prelievo nelle ore successive. In questi casi, su consiglio del medico, è possibile assumere comuni antidolorifici (di solito, paracetamolo) e applicare impacchi freddi nei giorni successivi alla biopsia mammaria.

Nel caso in cui comparisse la febbre, l'area interessata dall'indagine diventasse arrossata e calda o comparisse una secrezione insolita nella sede del prelievo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico.

Tempi di Attesa per i Risultati

I tempi di attesa di una biopsia mammaria vanno di solito dai 4 ai 7 giorni in base agli esami da eseguire. In generale sapere se vi è o meno la presenza di un tumore bastano 3-4 giorni. Qualora bisogna approfontire per conoscere i fattori biologici del tipo di tumore il tempo necessario è di 7 giorni. In questo caso conosceremo anche i fattori quali estrogeni e progesterone - her2 e Ki 67.

Nota: Questo articolo è puramente informativo e non sostituisce il parere medico. Si consiglia sempre di consultare un medico specialista per qualsiasi dubbio o necessità.

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