L’elettroforesi delle proteine è una tecnica di laboratorio ampiamente utilizzata per separare le proteine in base alle loro dimensioni e cariche elettriche. Questa metodologia è fondamentale in molti campi della biologia e della medicina, permettendo l’analisi dettagliata delle proteine presenti in un campione biologico. In chimica e in medicina, l’elettroforesi proteica è un metodo d’analisi per le proteine presenti nel sangue e nel siero.
Principi Fondamentali dell'Elettroforesi
L’elettroforesi delle proteine è una tecnica analitica che consente di separare le proteine in base alla loro mobilità in un campo elettrico. Questa mobilità dipende principalmente dalla dimensione, dalla forma e dalla carica delle proteine. L’elettroforesi si basa sul principio che le molecole cariche migrano in un campo elettrico. Le proteine, essendo composte da aminoacidi con diverse cariche, possono essere separate in base alla loro carica netta e alla loro dimensione.
La mobilità elettroforetica di una proteina è influenzata dalla sua dimensione e dalla sua carica. Le proteine più piccole e con una maggiore carica negativa migrano più velocemente attraverso il gel, mentre quelle più grandi e con carica minore migrano più lentamente. Un altro principio fondamentale dell’elettroforesi è l’uso di un buffer elettroforetico, che mantiene un pH costante durante l’esperimento. Il buffer aiuta a stabilizzare la carica delle proteine e a mantenere un campo elettrico uniforme attraverso il gel.
Infine, l’elettroforesi delle proteine può essere eseguita in diverse modalità, tra cui l’elettroforesi su gel denaturante (SDS-PAGE) e l’elettroforesi su gel nativo. Essa consente quindi la distinzione delle stesse in base alle loro dimensioni o alla carica elettrica che le contraddistingue. L’elettroforesi è una tecnica analitica che consente la separazione in liquido di macromolecole cariche, poste in un campo elettrico, attraverso la migrazione differenziale delle stesse in matrice di agarosio o poliacrilamide. Questa tecnica consente quindi la separazione di proteine e acidi nucleici in base alle dimensioni e/o cariche delle molecole in questione.
Il principio chimico-fisico su cui si basa l’elettroforesi consiste nella risposta che molecole cariche producono se immerse in un campo elettrico: queste, infatti, tenderanno a muoversi lungo le linee del campo di modo che gli ioni positivi migrino verso il polo negativo e quelli negativi verso il polo positivo. La mobilità delle molecole varia in base alle dimensioni, alle cariche elettriche e alle forme delle molecole, alla differenza di potenziale associata al campo elettrico applicato e alla natura del materiale di cui è composto il gel.
Mentre la costante dielettrica quantifica la tendenza del materiale a contrastare l’intensità del campo elettrico applicato, il potenziale zeta prende in considerazione le due fasi differenti all’interno della cella elettrolitica: quella liquida nella quale sono presenti le molecole da analizzare e quella solida costituita dai due elettrodi che vengono raggiunti dalle diverse molecole durante la corsa elettroforetica.
Il potenziale zeta, infatti, è la tensione che si genera dalla formazione di un doppio strato elettrico e quindi di un’interfaccia solido-liquido in corrispondenza della quale si instaura un trasferimento di carica. L’elettroforesi delle proteine è la tecnica più ampiamente utilizzata in tutti i laboratori di biochimica. Essa è utile per lo studio di soluzioni delle quali si vuole analizzare il contenuto proteico: l’osservazione della migrazione delle diverse molecole, infatti, fornisce uno spettro finale che rispecchia le caratteristiche delle proteine presenti in soluzione.
Tipi di Elettroforesi delle Proteine
Esistono vari tipi di elettroforesi di proteine. E’ possibile separare le proteine in condizioni native sulla base delle dimensioni e della carica (elettroforesi nativa), per punto isoelettrico (isoelettroforesi), oppure solamente in base alle loro dimensioni (SDS-PAGE). In ogni caso bisogna considerare che la velocità di migrazione sarà sempre direttamente proporzionale al campo elettrico applicato e alla carica della molecola, mentre risulterà inversamente proporzionale alla viscosità del mezzo e alle dimensioni della molecola (massa molecolare e forma).
Altro tipo di elettroforesi proteica è quella capillare: sono utilizzati tubi sottili e stretti di diametro interno compreso fra i 20 e i 100 micron, di modo che il calore possa essere velocemente dissipato per poter usare campi elettrici molto alti con la contemporanea riduzione dei tempi di separazione ad alcuni minuti.
SDS-PAGE
L’elettroforesi SDS-PAGE consiste in un tipo di corsa elettroforetica in cui le molecole proteiche vengono distinte esclusivamente in base alla loro massa. Il nome di questo tipo di tecnica ci indica il suo principale componente: il sodio dodecil-solfato (SDS). L’SDS è un tensioattivo che in presenza di proteine ne rompe i legami non-covalenti denaturandole e quindi privandole della loro forma originaria. Al campione viene aggiunto, inoltre, beta-mercapto-etanolo, che agisce da secondo denaturante rompendo i ponti disolfuro della proteina, e somministrato calore.
L’estremità anionica della molecola di SDS lega i residui amminoacidici della proteina impartendo ad essa una notevole carica negativa. In questo modo alle proteine denaturate si impartisce una carica che possa uniformarle tutte. Sappiamo che, dati specifici valori di campo elettrico e di viscosità del mezzo, a parità di carica, migrerà più velocemente la molecola di raggio minore: per questo spesso viene scelta la SDS-PAGE, poiché permette di confrontare le proteine esclusivamente per quella che è la loro massa.
Una volta terminato il processo di elettroforesi il gel di poliacrilamide viene posto all’interno di una soluzione di colorante, in questo caso di Coomassie brilliant blue R-250.
Isoelettroforesi (IEF)
L’isoelettroforesi, o isoelettrofocalizzazione (IEF), oppure ancora focalizzazione isoelettrica, sfrutta il punto isoelettrico caratteristico di ciascuna proteina per distinguere le molecole nella loro corsa sulla matrice di gel. Il punto isoelettrico di una molecola corrisponde a quel valore di pH per cui, se in elettroforesi, la molecola smette di migrare e si ferma. Considerando che una proteina, essendo costituita da amminoacidi, e quindi da potenziali zwitterioni, possiede entrambe le polarità, ciascun polipeptide ha un suo proprio punto isoelettrico (pI) in corrispondenza del quale si ferma in elettroforesi.
Se si sottopone una miscela di proteine a elettroforesi attraverso una soluzione o un gel con un gradiente stabile di pH, in cui il pH aumenta in modo regolare dall’anodo al catodo, ciascuna proteina migrerà fino alla posizione corrispondente al suo pI. Il campione è prima sottoposto a IEF in una direzione, quindi le molecole proteiche vengono distinte mediante SDS-PAGE nella direzione perpendicolare.
Elettroforesi Nativa vs. Denaturante
Come scegliere fra un’elettroforesi denaturante e una nativa? Una elettroforesi nativa potrebbe dare risultati ingannevoli a causa della forma della molecola, perciò in genere si preferiscono quelle denaturanti. Tuttavia, consente di preservare l’attività biologica della proteina, di identificare la posizione della proteina nel gel mediante specifici saggi funzionali e di recuperarla in forma attiva, ed è indicata per evidenziare la contemporanea presenza di forme monomeriche e oligomeriche di una specie proteica pura.
Bisogna però considerare che non si può conoscere a priori la mobilità elettroforetica della proteina, né ne si possono identificare le dimensioni, quindi il risultato resta poco affidabile.
Materiali e Procedura
Per eseguire l’elettroforesi delle proteine, sono necessari diversi strumenti e materiali specifici. Il gel di poliacrilammide è un componente cruciale della tecnica. Esso viene preparato polimerizzando acrilammide e bis-acrilammide in presenza di un iniziatore di polimerizzazione, come il persolfato di ammonio, e un catalizzatore, come la TEMED. Un altro materiale essenziale è il buffer elettroforetico, che mantiene un pH costante e fornisce gli ioni necessari per condurre il campo elettrico. Infine, sono necessari coloranti specifici per visualizzare le proteine nel gel dopo la separazione. Il colorante più comunemente utilizzato è il blu di Coomassie, che si lega alle proteine e le rende visibili come bande colorate.
La procedura di esecuzione dell’elettroforesi delle proteine inizia con la preparazione del gel di poliacrilammide. La soluzione di acrilammide viene miscelata con il buffer di gel, il persolfato di ammonio e la TEMED, e versata in uno stampo per gel. Il campione proteico viene preparato miscelandolo con un buffer di caricamento che contiene un agente denaturante, come il SDS, e un colorante di tracciamento. Il campione viene quindi caricato nei pozzetti del gel.
La fonte di alimentazione viene accesa per applicare un campo elettrico attraverso il gel. Le proteine migrano attraverso il gel in base alla loro dimensione e carica. Dopo che la corsa è completata, il gel viene rimosso dalla camera elettroforetica e posto in una soluzione di colorante per visualizzare le proteine. Dopo la colorazione, il gel viene lavato per rimuovere il colorante in eccesso e le bande proteiche diventano visibili.
Analisi dei Risultati
L’analisi dei risultati dell’elettroforesi delle proteine inizia con l’osservazione delle bande nel gel colorato. Ogni banda rappresenta una proteina o un gruppo di proteine con dimensioni simili. La densità delle bande può essere analizzata per quantificare la quantità di proteina presente. Questo può essere fatto visivamente o utilizzando un densitometro, uno strumento che misura l’intensità della colorazione delle bande.
L’interpretazione dei risultati può anche includere l’identificazione di proteine specifiche. Questo può essere fatto utilizzando anticorpi specifici in una tecnica chiamata Western blotting, che combina l’elettroforesi delle proteine con l’immunodetection. Infine, i risultati dell’elettroforesi delle proteine possono essere utilizzati per trarre conclusioni su vari aspetti biologici, come l’espressione genica, le modifiche post-traduzionali e le interazioni proteiche.
Applicazioni Biomediche
L’elettroforesi delle proteine ha numerose applicazioni nell’ambito biomedico. Una delle principali applicazioni è la diagnosi di malattie. Ad esempio, l’elettroforesi delle proteine sieriche è utilizzata per diagnosticare condizioni come le gammopatie monoclonali, che includono il mieloma multiplo. Un’altra applicazione importante è la ricerca sul cancro. L’elettroforesi delle proteine può essere utilizzata per analizzare le proteine espresse nelle cellule tumorali e confrontarle con quelle delle cellule normali.
L’elettroforesi delle proteine è anche fondamentale nello studio delle interazioni proteiche. Le proteine interagiscono tra loro per svolgere molte funzioni cellulari, e l’elettroforesi può essere utilizzata per analizzare complessi proteici e identificare partner di interazione. Infine, l’elettroforesi delle proteine offre vantaggi significativi in termini di sensibilità e specificità. La tecnica può rilevare piccole quantità di proteine e separare proteine con differenze minime di dimensione e carica.
In particolare, quest'esame consente di separare le proteine in cinque frazioni: albumina, alfa 1 globuline, alfa 2 globuline, beta globuline e gamma globuline. L'alterazione del rapporto tra questi tipi di proteine è indicativa di alcune condizioni patologiche. Ciascuna delle proteine che permette di analizzare l'elettroforesi, infatti, ha una propria massa molecolare e una carica elettrica, che consente loro di rispondere alla sollecitazione, fornita dalla corrente continua, in un modo caratteristico.
Il risultato dell'elettroforesi permette di esaminare la concentrazione di questi parametri: l'eventuale alterazione del rapporto tra questi gruppi di proteine si osserva durante alcuni stati patologici. Le proteine plasmatiche sono indicatori molto importanti: eventuali alterazioni delle loro concentrazioni possono segnalare la presenza di numerose malattie.
L'albumina è la più abbondante proteina nel siero, nonché una delle più importanti dell'organismo. Questa viene sintetizzata dal fegato ed è contenuta soprattutto nei liquidi interstiziali e nel plasma, dove rappresenta, da sola, circa la metà delle proteine circolanti. Le globuline alfa 1 e 2 svolgono principalmente una funzione di trasporto dei lipidi, dei grassi del sangue e degli ormoni. Anche le beta globuline trasportano le sostanze presenti nel sangue; tra le più note proteine di questo gruppo vi sono la transferrina (deputata al trasporto del ferro) e la beta-2 microglobulina.
Le gammaglobuline sono le più importanti proteine del sangue perché costituiscono a formare gli anticorpi dell’organismo.
Come si è detto, l’elettroforesi delle proteine consiste nella separazione delle proteine del siero: in seguito al prelievo di sangue venoso, in sostanza, il campione è sottoposto a centrifugazione che ha lo scopo di ottenere il plasma senza fibrinogeno, cioè il siero, il quale in seguito viene sottoposto a un campo elettrico in virtù del quale le proteine presenti possono essere suddivise in gruppi in funzione della loro massa. Ciò è possibile perché, nel momento in cui sono sottoposte a un campo elettrico, le proteine tendono a migrare in direzione del polo positivo con velocità differenti che cambiano a seconda della carica elettrica.
Elettroforesi degli Acidi Nucleici
L’elettroforesi degli acidi nucleici viene principalmente utilizzata per l’analisi di frammenti di DNA. Questa segue gli stessi principi elettrochimici dell’elettroforesi proteica anche se prevede metodiche leggermente differenti. La prima differenza fra un’elettroforesi proteica e una svolta sugli acidi nucleici sta nel fatto che le molecole in questione nel secondo caso sono sempre cariche negativamente. Data la struttura di base di DNA e RNA, infatti, essendo i nucleotidi composti da una molecola di ribosio, una base azotata e un fosfato, le molecole sono necessariamente a carica fortemente negativa. Inoltre, in questo tipo di elettroforesi varia la matrice: non si parla più di poliacrilamide ma di gel di agarosio, un polimero polisaccaride purificato dall’agar-agar, sostanza gelatinosa estratta solitamente dalle alghe rosse.
Altra differenza sta nella posizione della cella elettrolitica: se nel caso dell’elettroforesi proteica il gel di acrilamide viene posto verticalmente, nel caso si analizzino acidi nucleici il gel di agarosio si dispone orizzontalmente. Nel caso di elettroforesi di DNA, inoltre, si utilizzano enzimi di restrizione e quindi proteine appartenenti alla classe delle idrolasi: si tratta di deossiribonucleasi II sito-specifiche. Questi enzimi sono capaci di frammentare il doppio filamento del DNA agendo in modo da tagliare entrambi i filamenti ad una stessa altezza. In questo modo il genoma viene degradato in sezioni di tutte le grandezze e può poi così essere analizzato in elettroforesi.
Per quanto riguarda la visualizzazione dello spettro elettroforetico finale, nel caso degli acidi nucleici non si utilizzano coloranti semplici come nel caso delle proteine, bensì composti che in genere risultano agenti intercalanti per il genoma stesso. Il più utilizzato è il bromuro di etidio. Questa molecola, completamente planare, possiede atomi tutti ibridizzati sp2 grazie ai doppi legami coniugati che li uniscono. Si presenta così di spessore paragonabile a quello delle basi azotate fra le quali può incunearsi (intercalare): una volta che il bromuro di etidio intercala, la fluorescenza della sezione di DNA se illuminato da raggi UV aumenta di circa 100 volte.
L’elettroforesi degli acidi nucleici utilizza una matrice diversa che si compone di gel di agarosio. L’elettroforesi su gel di agarosio è utile per analizzare la grandezza dei singoli frammenti di DNA e per andare a valutare la presenza di specifiche sequenze di DNA. Per analizzare la dimensione dei frammenti si utilizza una soluzione, da inserire nel primo pozzetto, contenente frammenti DNA di dimensioni note. In questo modo confrontando il percorso svolto da questi frammenti con quelli presenti negli altri pozzetti si potranno osservare le effettive dimensioni degli stessi.
Per quanto riguarda la presenza di specifiche sequenze di DNA, invece, si utilizzano tecniche specifiche che sfruttano sonde a DNA marcate con sostanze radioattive. Il campione di DNA è denaturato quando è ancora immobilizzato nel gel e viene poi esposto a sonde specifiche marcate con elementi radioattivi: in questo modo le sonde si legheranno ai singoli filamenti ad esse complementari così che specifiche sequenze possano essere ritrovate nel gel. Il risultato dell’elettroforesi di DNA viene osservato al transilluminatore.
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