Julia Holter, nata a Los Angeles il 18 dicembre 1984, è una figura autorevole di indipendenza stilistica degli ultimi anni. La compositrice californiana coniuga con disinvoltura un raffinato approccio avantgarde con una sensibilità pop, sviluppatasi in particolare nelle sue ultime prove.
Formazione e Influenze Musicali
Julia studia pianoforte già a otto anni, nella scuola dove apprende anche le tecniche e le strutture della musica classica. Questo le permette di sviluppare una maggiore attenzione all’orchestrazione che tradurrà presto nelle sue composizioni, spesso molto ricche di dettagli. Suo padre ha suonato anche dal vivo con Pete Seeger ed è cresciuta ascoltando Steely Dan, Travelling Wilburys, Bob Dylan e Billie Holiday, anche se racconterà che il suo primo idolo era stato Bryan Ferry e che era rimasta affascinata dal lato weird della musica dei Beatles.
Le sue prime registrazioni vengono sottoposte al vaglio del Californian Institute of Arts, finanziato dalla Walt Disney. Questa esperienza le permette di entrare in contatto con l’elettronica e le nuove tecnologie musicali, non ama molto la composizione percependone la struttura limitante per una forma d’arte creativa. Nel frattempo sviluppa un intuito lirico che sta in bilico tra l’accademico e l’esoterico. Produzione e missaggio sono completamente nelle sue mani.
È lei la ragazza temeraria che abbandonò gli studi di composizione all’università del Michigan per le strutture troppo ortodosse di insegnamento; è lei, l’appassionata lettrice di tragedia greca, illuminata sulla via del minimalismo di John Cage e delle infinite possibilità armoniche della musica contemporanea.
Finiti gli studi, Julia si dedica all’insegnamento con una particolare attenzione ai bambini disagiati. La sua esperienza di tutor (una specie di insegnante di sostegno) è ricca di stimoli, le idee dei ragazzi sono fresche e innovative, e contribuiscono a forgiare il suo immaginario. La sua musica è piena di riferimenti letterari, ma la Holter non vuole enfatizzare questo aspetto, non ritenendo indispensabile che l’ascoltatore sia consapevole dell’origine dei testi.
È Stephen J. Rush, docente dell'Università digital music ensemble, a introdurla alle sonorità minimaliste di John Cage, che la Holter coltiva sposandole a una passione particolare per i field recordings. Da questo background nasce il suo primo progetto, "Cookbook", una performance su un pezzo di John Cage “Circus On”. Il luogo scelto è una chiesa del 1920 trasformata in club, dove la Holter realizza molte incisioni sul campo, con dialoghi e suoni tesi a ricreare l’atmosfera dell’opera di Cage. "Cookbook" è basato su un mesostico che prende forma dalla lettura di un libro di cucina. Ogni gesto è accompagnato da un suono che coincide con l’oggetto o l’azione descritta dal recitato, il progetto di Cage lascia molti spazi aperti alla libertà dell’interprete.
Nel frattempo, stimolata dal mistero e dal fascino di Los Angeles, la Holter frequenta una galleria d’arte (The Wolf) dove si creano strane collaborazioni tra artisti. Con Ramona dei Nite Jewel, in particolare, allestisce alcune interessanti performance. Ma mentre tutti guardano al futuro, lei rivolge l'attenzione al un universo letterario antico: quello della tragedia greca.
Tragedy: L'Esordio Ispirato all'Antica Grecia
Dopo un paio di progetti sperimentali (la performance dal vivo Live Recordings e l'Ep Celebration), Julia Holter debutta sulla lunga distanza con le sei rivelazioni trascendentali di Tragedy, sorta di concept-album ispirato alla tragedia “Ippolito” di Euripide, in cui il grande drammaturgo dell’antichità metteva in scena un dramma amoroso.
Opera ambiziosa ma mai pretenziosa, in cui gran parte delle liriche arriva direttamente dal testo euripideo (utilizzato secondo una logica non cronologica ma “sonora”), il disco è inaugurato da una “Introduction” che funge da evocazione inquieta di un dolore primordiale (in un’atmosfera nebbiosa, si materializzano, in successione, il richiamo di un corno, il suono di una sirena, il canto di una soprano, il rumore di un registratore a cassetta e il mugolio della stessa Holter).
L'essenza intorno cui ruota tutto il lavoro è l'idea di un avant-pop onirico ed esoterico, basato sulla stratificazione o sulla contrapposizione di tecniche diverse.
I suoi successivi lavori mostreranno anche un approccio mutevole alle liriche, che in Tragedy formano una storia ben definita, mentre in Ekstasis - basato su un testo di Euripide - sono solo un pretesto per un complesso di storie più slegato e autonomo, e non a caso, visto che i brani sono stati registrati in un lasso di tempo molto ampio (4 anni).
Ekstasis: Una Nuova Forma di Estasi Sonora
Rinfrancata dalle attenzioni della critica, la Holter si accinge all'opera seconda abbracciando con passione la formula dei mantra, l'artista esplora l'energia della modulazione vocale senza cenni al divino, producendo una nuova forma di estasi: Ekstasis (2013). La cantautrice californiana prosegue nella sua ricerca di suggestioni culturali del mondo greco che già ispiravano l'esordio, proiettandole tra world music multietnica (Africa, India e vecchia Europa) con field recordings e percussioni più precise di un metronomo.
Solide e ben strutturate, le stratificate e complesse creazioni armoniche incrociano musica neoclassica a languidi drone vocali con elementi di pop sfuggenti alla logica della progressione di note con refrain e pause in levare.
Ekstasis prende per mano l'ascoltatore conducendolo dentro un'orchestra di synth, tra mura del suono attraversate da grida dal tono angelico. Tutto sembra scorrere senza una precisa identità di stile, il piano picchia dolcemente come la pioggia sull'acqua e la musica diventa eterea per un puro gioco di illusione sonora. La Holter incastra tasselli di sonorità che la mente percepisce come note.
Ekstasis è una proiezione sonora che trascende gli elementi di base e crea un nuovo archetipo di musica esoterica.
Loud City Song: Gigì nella Metropoli
Tra le intriganti bedroom song del caleidoscopico Tragedy e le trascendentali elaborazioni sonore di Ekstasis, si era manifestato senza incertezze il luminoso talento della musicista americana, ma quello che non era ancora palese era la sua ambizione. Al terzo capitolo discografico intitolato Loud City Song (2013), la Holter abbandona la struttura esoterica per intraprendere il primo viaggio fuori dal mondo dell’avant-garde lo-fi, senza timori attraversa con sicurezza il fragile mondo del pop.
Pur consapevole di aver intrapreso una rivoluzione sonora che offre molti rischi, la Holter procede senza farsi intimidire dai fiati strepitanti e dalle pause inquietanti che trovano identità sonora in “Maxim’s II”. La bellezza ha sposato l’immaginazione, il mistero è diventato accessibile, la varietà si è impossessata dei malinconici landscape per farli divenire piccole sinfonie.
Ricco di metafore e simboli l’album-racconto della Holter è per molti versi simile alla splendida riduzione teatrale-musicale di "Moby Dick" realizzata da Laurie Anderson, con la quale Julia condivide molte attitudini e ambizioni artistiche: il disco è infatti ispirato a "Gigì", il romanzo breve del 1942 della scrittrice Colette, portato prima in teatro da un esordiente Audrey Hepburn nel 1951 e poi sul grande schermo da Vincent Minelli nel 1958).
La musica della compositrice di Los Angeles è diventata ormai un linguaggio totale, grazie a una struttura che viola i segreti armonici di John Cage per poi lasciarli liberi, che ripristina il tono metafisico con una coralità strumentale che nelle sue opere precedenti era solo accennata. Un angolo surreale dove Gigì rivive l’angoscia del successo e trova conforto nel valore morale della bellezza e della purezza dei sentimenti.
Raffinato, vibrante, selvaggio e suggestivo in modo inedito e moderno, Loud City Song è un trionfo artistico che non può lasciare indifferenti.
Have You In My Wilderness: Il Suono Come Linguaggio
In questa continua evoluzione verso la canzone e la celebrazione esoterica del suono, nasce l’album più diretto, dove il songwriting e la dimensione pop sono la nuova sfida. Have You In My Wilderness (2015) è un album a tema, dove è la musica il vero trait d'union, la voce il primo elemento che si staglia con inedite sfumature timbriche, non più celata dietro la coltre dei raffinati ed elaborati suoni, ma orgogliosamente in evidenza in un equilibrio con il tessuto strumentale che per la prima volta assottiglia le distanze con il mondo del cantautorato.
La produzione di Cole M. Grief-Neill è moderna ed essenziale, più vicina alle trascendenze liriche di Ekstasis, tutto il superfluo è stato eroso e abbandonato per far sgorgare un suono apparentemente limpido, ma elaborato e sviluppato fino all’ossessione e allo sfinimento.
Murmure
Un viaggio tra le infinite possibilità sonore di uno strumento analogico, antico e imponente. Un colpo di fulmine. Murmure è il suono che l'aria produce quando entra nei polmoni. In questo disco è il respiro delle canne d'organo, strumento con cui la pianista entra in contatto nel 2015, quando le è stato proposto un concerto per il festival "A night like this". E' stato amore a prima vista.
"L'organo a canne - racconta - è inevitabilmente connesso a un luogo e un posto ben preciso. Per suonarlo devi necessariamente spostarti nel suo spazio, cosa che non succede con nessun altro strumento. Non lo puoi possedere. Ogni movimento attiva un meccanismo complicato, che fa entrare l'aria nelle canne e lo fa respirare. È come dare vita a un animale, enorme e grottesco.
Murmure è un disco epico e trionfale, oscuro e immaginifico. Murmure esplora luoghi, suoni, emozioni, muovendosi con abilità tra riferimenti letterari e biblici. Percussioni e tessiture elettroniche dettano il tempo. Per le registrazioni sono stati utilizzati un organo mesotonico di epoca barocca e un organo romantico, entrambi italiani. Le percussioni, suonate da Paolo Pasqualin e Loris Stefanuto, sono state registrate nello spazio acustico della chiesa. Voci e programmazioni sono state realizzate a Malmö.
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