Esame Istologico della Placenta Dopo il Parto: Significato e Implicazioni

L'esame istologico della placenta è uno strumento diagnostico sempre più richiesto dopo il parto. Questo esame permette un'analisi accurata dei tessuti placentari per individuare le cause di eventuali complicanze insorte durante la gravidanza o il parto. La placenta, spesso definita la "scatola nera" della gravidanza, conserva tracce di ogni patologia che si è verificata.

Perché Richiedere l'Esame Istologico della Placenta?

L'analisi macro e microscopica della placenta permette di chiarire il processo patologico che ha comportato una complicanza al parto. Le informazioni che si traggono possono poi essere utili per gestire le future gravidanze. All'interno della placenta è contenuta tutta una serie di informazioni, in particolare di tipo vascolare, in grado di rivelare condizioni materne che possono determinare un alterato flusso di sangue. Questa condizione, oltre a rivelare un danno al feto, può dare importanti indicazioni anche sulle patologie pre parto e intrapartum che possono comportare danni più o meno estesi a livello neurologico nel nascituro, come per esempio l'ictus perinatale.

L'esame istologico può essere richiesto quando si verificano diverse complicanze durante la gravidanza, tra cui:

  • Prematurità (prima di 37 settimane di gestazione)
  • Postmaturità (oltre 42 settimane)
  • Oligoidramnios (riduzione del liquido amniotico)
  • Polidramnios (eccesso di liquido amniotico)

La Placenta: Un Organo Fondamentale

La placenta è l'unico organo in condivisione tra due individui, si forma nell'utero ed è responsabile del nutrimento, della protezione e della crescita del feto. È in comune tra la mamma e il bambino, una sua parte ha origini materne, costituita dall'endometrio uterino modificato o decidua, mentre la rimanente ha origini fetali, formata dai villi coriali. La placenta fornisce ossigeno e sostanze nutritive al feto grazie al continuo apporto di sangue materno ossigenato e, allo stesso tempo, depura il sangue fetale dalle tossine e dalle sostanze di scarto. Produce inoltre gli ormoni fondamentali per mantenere la gravidanza e per proteggere il bambino dal sistema immunitario materno.

Come si Esegue l’Esame Istologico?

L’istologia è la branca della medicina che studia i tessuti e le loro anomalie per diagnosticare eventuali malattie. L’esame istologico, detto anche istopatologico, è un’analisi condotta al microscopio di campioni di tessuti organici prelevati tramite biopsia, per individuare dei segni e delle alterazioni indici di malattia. Si tratta di un test di laboratorio fondamentale per esempio per la diagnosi di tumore, che sia maligno o benigno, ma anche di epatiti (infiammazioni del fegato), di nefriti (infiammazioni del rene), di infezioni dei linfonodi e di diverse malattie della pelle . L’esame istologico non è sinonimo di esame citologico: l'esame citologico si occupa infatti nel dettaglio dello studio delle cellule del tessuto esaminato, per capire se vi sono in esse delle mutazioni genetiche che indicano la presenza di una malattia. L’esame istologico esamina frammenti del tessuto allo scopo per valutarne la struttura.

Fasi dell'Esame Istologico:

  1. Inclusione: Il campione, privato dell'acqua, viene incorporato in un materiale solido ma inerte, come la paraffina liquida, dopo essere stato stabilizzato con formalina.
  2. Sezionamento: Il materiale biologico viene sezionato in "fette" sottilissime per essere osservato al microscopio. Questo si ottiene attraverso strumenti detti microtomi, in grado di “affettare” il campione in strisce estremamente sottili (nell’ordine di micron-μm).
  3. Colorazione: I tessuti, per natura trasparenti, vengono colorati per evidenziarne le strutture. I coloranti variano a seconda del tipo di campione e del suo pH.

Differenza tra Esame Istologico e Citologico

L'esame istologico e l'esame citologico si differenziano principalmente per il tipo di campione analizzato e l'obiettivo diagnostico. L'esame istologico prevede l'analisi di un frammento di tessuto, permettendo una valutazione dettagliata dell'architettura cellulare e della disposizione delle cellule all'interno del tessuto stesso. Al contrario, l'esame citologico si basa sullo studio di singole cellule o gruppi di cellule prelevate mediante agoaspirato, scraping o lavaggio di cavità corporee, e si utilizza principalmente per indagini rapide e di screening, come nel caso del Pap-test.

Reperti Comuni nell'Esame Istologico Placentare

L'esame istologico della placenta può rivelare diverse condizioni patologiche, tra cui:

Corionamniotite Acuta

La corionamniotite acuta è un reperto comune, che si riscontra nel 20% dei parti normali a termine e nel 70% dei parti pretermine, e può correlare con un maggior rischio di paralisi cerebrale. La corionamniotite acuta è sempre legata ad una situazione infettiva di tipo ascendente, come testimoniato dall’associazione con la deciduite acuta (=infiammazione della decidua, l’endometrio gravidico). L’infezione ascendente può avvenire anche in presenza di membrane integre. I sintomi materni sono rappresentati da febbre, aumento importante dei globuli bianchi, dolore uterino fisso, perdite vaginali maleodoranti, tachicardia materna e fetale. Tali sintomi si presentano solo nel 25% dei casi, nella quota restante la corionamniotite è solo un riscontro all’esame istologico, che rappresenta il gold standard per la diagnosi di questa condizione. Dal punto di vista microscopico si evidenzia la presenza di un infilitrato di granulociti neutrofili nell’amnios e nel corion. Le membrane perdono il loro colore blu traslucido e diventano biancastre ed opache, fino al colore giallo-verdastro nei casi più gravi. La placenta può essere maleodorante. L’origine delle cellule infiammatorie può essere materna o fetale: le cellule materne migrano dallo spazio intervilloso verso la cavità amniotica. La formazione di ascessi al di sotto del piatto coriale è un evento raro, mentre possono essere presenti ascessi intervillosi. Nel momento in cui l’infezione arriva nella cavità amniotica, il feto è direttamente esposto, in quanto inala e deglutisce il liquido amniotico.

Il primo segno dell’interessamento fetale si riscontra comunemente a livello del cordone ombelicale (“funisite”), con coinvolgimento della vena ombelicale, prima delle arterie. La funisite però non significa necessariamente che il feto abbia una infezione o addirittura una sepsi (infezione disseminata).

Corionamniotite Subacuta

La corionamniotite subacuta è una fase successiva, rappresentata dalla degenerazione dei granulociti neutrofili, che vengono sostituiti per la maggior parte da un infiltrato infiammatorio di monociti, linfociti e plasmacellule. Le cause infettive riguardano soprattutto i germi a trasmissione transplacentare (vedi gruppo toxoplasma, rosolia, CMV, etc.). Le cellule infiltranti sono rappresentate da monociti e plasmacellule, mentre mancano i granulociti neutrofili, che caratterizzano, come abbiamo visto, i quadri acuti. I villi tendono ad essere più grandi, e la placenta può avere un peso aumentato. Si osserva la presenza di proliferazione fibroblastica ed endoteliale. Si può associare la funisite necrotizzante.

Infezioni Specifiche

  • Citomegalovirus (CMV): È tipico il riscontro di cellule con inclusi citoplasmatici (“a occhio di civetta”), infiltrato di plasmacellule e depositi di emosiderina (un pigmento che deriva dalla degradazione dell’emoglobina).
  • Virus herpes simplex: Può essere causa di un infiltrato di linfociti e plasmacellule, e di tipici inclusi nelle cellule (aspetto del nucleo a vetro smerigliato). Ci possono essere deciduite necrotizzante, necrosi dell’amnios, vasculite cronica, e funisite. La vasculite dei vasi coriali può portare alla trombosi.
  • Toxoplasma: Può lasciare come traccia la presenza di cisti nel tessuto subamniotico e coriale e al di sotto della superficie del cordone ombelicale, anche in assenza di segni di infiammazione.

Villite Cronica

La villite cronica ad eziologia sconosciuta riguarda circa il 10% delle placente, ma saliamo al 30% se consideriamo i casi con complicanze ostetriche (ritardo di crescita, morte in utero). Sono state fatte diverse ipotesi al riguardo, ad esempio che possa essere legata ad una infezione di origine sconosciuta, ma l’ipotesi più accreditata è che si tratti di una reazione immunitaria materna, simile a quella del rigetto di un trapianto. Ricordiamo, infatti, che il feto è per metà non-self, cioè estraneo al sistema immunitario materno, e che normalmente si sviluppano dei meccanismi di tolleranza della madre verso il feto, senza i quali non sarebbe possibile la gravidanza. In effetti, in questi casi predomina un infiltrato di linfociti T (le cellule deputate all’immunità verso il non-self), che si localizzano soprattutto a livello dell’interfaccia tra tessuti materni e placenta con molteplici focolai. Questa situazione può associarsi a malattie autoimmuni materne, ma sono necessari ulteriori studi al riguardo.

Corionamniotite Cronica

La corionamniotite cronica è una lesione caratterizzata dalla presenza di un infiltrato di monociti, linfociti ed istiociti, ma non di cellule dell’infiammazione acuta (granulociti neutrofili). La diagnosi non dovrebbe essere fatta se si tratta solo di alcune cellule sparse. Dal punto di vista microscopico, nell’80% dei casi può associarsi a focolai di villite cronica di origine sconosciuta.

Intervillosite Cronica

L’intervillosite cronica è rappresentata dalla presenza di un infiltrato di monociti nello spazio intervilloso (macrofagi e in piccola parte linfociti), con deposizione di materiale fibrinoide a livello intervilloso. Può accompagnarsi alla villite cronica.

Altre Condizioni

  • Infarto placentare
  • Aumento dei nodi sinciziali
  • Villi coriali idropici (frequente in casi di morte embrionale precoce)
  • Degenerazione sclerotica dei villi (fibrosi, obliterazione vascolare, calcificazioni)

Conservazione e Fissazione della Placenta

Come riporta una pubblicazione dell'ospedale San Marino di Genova, per la conservazione a fresco, l'intera placenta subito dopo il parto deve essere riposta, senza liquidi di fissazione, in un contenitore chiuso e pulito, contrassegnato con il nome e cognome della paziente e la data del parto. La placenta deve essere inviata nel minor tempo possibile al laboratorio. Nei casi in cui per validi motivi sia impossibile inviare subito dopo il parto la placenta, va conservata in frigorifero a 4°-6°C, ove può stare senza sensibile danno per 1-2 giorni.

Per la procedura di fissazione della placenta, invece, l'organo, quando debba essere esaminato, deve essere riposto subito dopo il parto in un contenitore rigido ampio e di base non inferiore a 30 cm di diametro, con una adeguata quantità di liquido di fissazione (almeno 3 litri). Il fissativo di eccellenza è la formalina tamponata al 10%. I contenitori vanno contrassegnati secondo le procedure riportate nel punto 1) ed inviati al laboratorio.

In ogni caso, sarà il ginecologo o il medico specialista a valutare il caso e a suggerire quando e come effettuare l'esame istologico della placenta.

Implicazioni per Future Gravidanze

Le informazioni ottenute dall'esame istologico della placenta possono essere cruciali per la gestione di future gravidanze. Ad esempio, in caso di difetto di perfusione placentare, è bene controllare il flusso ematico delle arterie uterine mediante flussimetria e valutare il rischio trombofilico (cioè la predisposizione a formare trombi vascolari) mediante esami del sangue specifici.

Anche se alcune condizioni, come la corionamniotite, possono essere di origine infettiva e non prevedibili, altre, come gli infarti placentari, potrebbero essere la conseguenza di patologie infettive, immunologiche o trombofiliche che possono essere approfondite con esami specifici.

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