La glicemia nel neonato è un parametro fondamentale da monitorare per prevenire complicanze a breve e lungo termine. Si tratta dell'abbassamento del livello di concentrazione di glucosio nel sangue. Secondo le raccomandazioni della Pediatric Endocrine Society pubblicate nel 2015, il valore normale della glicemia a digiuno è 70-100 mg/dl, dall’età neonatale all’età adulta.
Ipoglicemia: Definizione e Diagnosi
Una glicemia al di sotto di tale range si considera pertanto ipoglicemia spontanea, anche in assenza di sintomi. Al termine del test del digiuno viene invece considerato diagnostico per ipoglicemia un valore inferiore a 50 mg/dl. Laddove possibile un “campione critico” per identificare la causa dell’ipoglicemia dovrebbe essere prelevato nel momento di una ipoglicemia spontanea.
In assenza del “campione critico”, è necessario indurre l’ipoglicemia mediante un test del digiuno, la cui durata è calibrata in funzione dell’età del bambino. I tessuti che utilizzano il glucosio come fonte principale di energia sono prevalentemente il cervello, il cuore e i muscoli.
Gestione e Prognosi dell'Ipoglicemia
Terapie farmacologiche sono disponibili per alcuni disordini, come l’iperinsulinismo o i deficit ormonali. La terapia nutrizionale è fondamentale in alcune malattie, come le glicogenosi o l’intolleranza ereditaria al fruttosio. L’ipoglicemia si previene evitando il digiuno prolungato ed assumendo una dieta iperglucidica.
La prognosi dell’ipoglicemia è molto variabile. Ipoglicemie che esordiscono in età neonatale, sia di grado severo, sia di grado lieve ma prolungate, possono provocare un danno neurologico permanente (epilessia, disabilità intellettiva). Le malattie con il rischio maggiore di presentare esiti neurologici sono l’iperinsulinismo congenito e i difetti di beta ossidazione. Nelle altre forme di ipoglicemia, in cui altre fonti energetiche alternative al glucosio (chetoni, lattato) possono essere utilizzate dal sistema nervoso centrale.
Iperglicemia: Screening e Diagnosi Differenziale
Lo screening delle iperglicemie occasionali (tra 100 e 125 mg/dl) e le più recenti conoscenze nel campo della genetica ci hanno consentito di identificare sempre più numerosi casi di diabete non autoimmune: il diabete monogenico (MODY: Maturity onset Diabetes of the Young), il diabete tipo 2, il diabete neonatale, il diabete secondario (fibrosi cistica, talassemia, patologie endocrine e genetiche), il diabete mitocondriale.
Una glicemia a digiuno > 126mg/dl , o ≥ 200 mg/dl in qualsiasi momento della giornata associata ai sintomi classici (poliuria, polidipsia, glico-ketonuria), o ≥ 200mg/dl a due ore dopo OGTT o negli adulti una glicata ≥ 6,5% (ADA 2009) permette di porre diagnosi di DM.
MODY: Diabete Monogenico
Il MODY è una patologia che, spesso, può essere asintomatica o può manifestarsi clinicamente in corso di infezioni. Fenotipicamente correla, in genere, con valori di iperglicemia di lieve entità e presenta, di solito, una lenta progressione da iperglicemia a digiuno (IFG) modesta ma persistente, a ridotta tolleranza al glucosio (IGT), fino al diabete clinicamente manifesto. Ne esistono almeno 11 forme, le più frequenti delle quali in Italia sono:
- Il MODY 2 (locus genico 7p) che ha una prevalenza di circa il 63% dei casi ed è dovuto a mutazioni eterozigoti inattivanti del gene GCK che codifica per la glucochinasi. Si tratta di un difetto nel ‘glucose-sensing’ che determina un innalzamento della soglia glicemica necessaria per innescare l’insulino-secrezione. Mutazioni in omozigosi causano Diabete Neonatale Permanente.
- Il MODY 3 (locus genico 12q) che ha una prevalenza di circa il 7% dei casi ed è causato da mutazioni eterozigoti inattivanti del gene TCF1 che codifica per il fattore di trascrizione nucleare epatico HNF-1α. Si tratta di un difetto della funzione β-cellulare che talora si accompagna a difetto del riassorbimento tubulare renale. Le manifestazioni cliniche sono più tardive ma anche più severe rispetto al tipo 2, con possibilità di esordio anche in chetoacidosi e possibile insorgenza di complicanze microangiopatiche a distanza.
L’iperglicemia può precedere di molto la diagnosi clinica e, a meno di screening familiari o di approfondimento diagnostico per le turbe glico-metaboliche, rischia di essere diagnosticato tardivamente.
Chi va indagato per Iperglicemia
Secondo il Gruppo di Studio sul Diabete della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP) il riscontro di iperglicemia occasionale a digiuno (glicemia tra 100 e 125 mg/dl) in almeno due occasioni, in condizioni di benessere, al di fuori di terapie che possano interferire con il metabolismo glucidico (steroidi, beta-mimetici), in un bambino in cui si confermi familiarità per diabete non insulino trattato o di diabete gestazionale, con ereditarietà autosomica dominante in 2-3 generazioni deve indurre il sospetto clinico di MODY.
Come eseguire lo screening delle Iperglicemie
L’iter diagnostico delle iperglicemie occasionali permette di porre una diagnosi differenziale precocemente, prima della comparsa del diabete conclamato. Esso prevede, anzitutto, la conferma della condizione di iperglicemia a digiuno una seconda volta, facendo attenzione che il dato venga rilevato sempre in stato di benessere (le situazioni di stress causano infatti aumenti glicemici indotti dalla secrezione di ormoni contro insulari quali i glucocorticoidi) e in assenza di terapia iperglicemizzante (steroidi).
Se non c’è la conferma di iperglicemia possiamo già interrompere l’iter e considerare di essere davanti ad una reale iperglicemia occasionale senza altro significato patognomonico. Se viene confermata l’iperglicemia il passo successivo è rappresentato da una attenta raccolta anamnestica. Occorre prendere in considerazione:
- Tutti i casi di diabete presenti nel pedigree indipendentemente dalla gravità, dall’età e dal trattamento pregresso e in corso; con particolare attenzione ai casi di diabete non insulino-trattato.
- I casi di diabete gestazionale (GDM).
- Il peso alla nascita di tutti i membri del pedigree, dal momento che l’iperglicemia durante la gravidanza può essere passata inosservata e la macrosomia fetale così come l’incremento ponderale in gravidanza può indurre sospetto di diabete gestazionale; l’indagine sul peso alla nascita potrebbe risultare utile nella identificazione del MODY 2 che correla spesso con basso peso alla nascita e del DM2 che può correlare con basso o alto peso alla nascita.
- La modalità di trasmissione ereditaria.
- L’associazione con altre patologie.
Considerando che il MODY è una malattia a insorgenza precoce e trasmessa con modalità autosomica dominante, estrema importanza assume la costruzione dell’albero genealogico , che mostrerà un pattern di trasmissione verticale in 2-3 generazioni ( anche se talora si può essere dinanzi a neomutazioni).
A questo punto si proseguirà nell’iter diagnostico attraverso la ricerca di marker immunologici e metabolici. I primi sono fondamentali per escludere la presenza di prediabete tipo 1 autoimmune. In questo caso infatti, già nella fase preclinica, sono riscontrabili autoanticorpi specifici contro antigeni delle isole pancreatiche.
Vengono normalmente dosati i seguenti marker autoimmunitari:
- ICA (autoanticorpi anti-β cellule delle insulae pancreatiche). Al momento della manifestazione clinica di un DM tipo I, sono evidenziabili nel 70-90% dei soggetti. Nel successivo decorso della malattia i titoli diminuiscono.
- GADA (Autoanticorpi anti glutammato-decarbossilasi). L’isoenzima specifico del pancreas è il GAD-65. Nel caso di DM tipo I diagnosticato di recente, sono riscontrabili nel 70-75% dei pazienti e sono dimostrabili anche anni dopo l’inizio della malattia.
- IA-2 (autoanticorpi anti tirosina-fosfatasi) sono positivi all’inizio della malattia nel 70-80% dei diabetici del tipo 1 nell’età infantile e giovanile; e in meno del 50% degli adulti.
- IAA (Autoanticorpi anti-insulina). Nel caso dei bambini diabetici sono positivi nel 70-80%, mentre in età adulta il riscontro scende al 20-30%.
- ZnT8A (Il più recente autoantigene insulare identificato è il trasportatore dello zinco ZnT8 (Slc30A8). Anticorpi anti-ZnT8 sono stati rilevati nel 60-80% di pazienti con DMT1 di recente insorgenza.
I secondi sono indispensabili per valutare il grado di alterazione del metabolismo glucidico. Vengono eseguiti:
- glicemia a digiuno e profilo glicemico spontaneo pre- e post-prandiale.
- Curva da carico orale di glucosio (OGTT secondo Fajans e Conn: 1,75 gr/kg di peso corporeo fino ad un max. di 75 gr in soluzione acquosa al 50%), che può dimostrare o una condizione di sola alterata glicemia a digiuno (IFG), o una ridotta tolleranza glucidica (IGT per glicemia a due ore dal carico tra 140 e 199 mg/dl) o talvolta, una diagnosi di diabete (DGT per glicemia a due ore dal carico ≥ 200mg/dl).
- Dosaggio della HbA1c% o in mmol/mol, al fine di svelare un’eventuale scompenso glicometabolico e valutarne l’entità. È utile ricordare che in età pediatrica la glicata non è considerata da sola diagnostica per la definizione di prediabete (5,7-6,4%) o di diabete (≥ 6,5%) per bassa specificità e sensibilità e quindi non può essere sostitutiva della glicemia e dell’OGTT come proposto dall’ADA nel 2009 per gli adulti.
- Dosaggio del C-peptide, per valutare la produzione endogena di insulina.
- Dosaggio dell’isulinemia, basale e dopo OGTT per individuare la presenza di iperinsulinismo tipico del DM2.
Se i marker autoimmunitari sono positivi e quelli metabolici indicano una condizione di diabete conclamato o di prediabete (IFG-IGT) la diagnosi è di diabete o prediabete tipo 1 autoimmune. Se invece l’autoimmunità risulta negativa, in presenza di un OGTT sia patologico che nella norma, si prosegue nell’iter, poiché si prospettano diverse possibilità diagnostiche che vanno vagliate sulla scorta delle informazioni anamnestiche personali e familiari.
Esistono, infatti, diversi tipi di diabete non autoimmune, oltre al MODY. Primo tra tutti il diabete mellito tipo 2, sempre più frequente in età pediatrica in rapporto all’incremento dei tassi di sovrappeso/obesità. In questo caso un overlapping col MODY è rappresentato dalla familiarità per DM tipo 2. Tuttavia manca la trasmissione verticale, in 2-3 generazioni successive, tipica del MODY e sono in genere presenti alcuni segni peculiari di DM tipo 2, quali l’obesità e la possibile presenza di acanthosis nigricans. L’età di insorgenza è di solito l’adolescenza e prevale nel sesso femminile ed in alcune etnie. Lo screening va effettuato in questo caso a partire dai 10 anni di età, specie nei soggetti che abbiamo altri due fattori di rischio ( etnia, sovrappeso/obesità, dislipidemia, familiarità per DM2, turbe del metabolismo glucidico, Ipertensione, PCOS).
Anche alcune malattie genetiche più rare possono associarsi a sviluppo di diabete. Una di queste è la sindrome di Wolfram, disordine degenerativo a lenta progressione dovuto a mutazioni di un gene nucleare denominato Wolframina (WFS1), mappato sul cromosoma 4p16.1.
La proteina WFS1, localizzata prevalentemente a livello del reticolo endoplasmatico, ha la funzione principale nella regolazione del flusso ionico transmembrana e dell’omeostasi del calcio. Svolge inoltre un ruolo essenziale nel regolare la sopravvivenza e il mantenimento di alcune linee cellulari neuronali ed endocrine, fra cui le β-cellule pancreatiche. I pazienti presentano solitamente nella prima decade di vita DM a patogenesi non autoimmune, e atrofia ottica. Entro la seconda decade si manifestano diabete insipido e sordità.
Altri segni o sintomi addizionali della sindrome sono: disfunzioni urinarie (dilatazione delle vie urinarie e atonia vescicale), disordini neurologici (atassia, insonnia, mioclonie, nistagmo orizzontale, riduzione delle risposte riflesse periferiche, disartria, episodi di apnea centrale, perdita del gusto e dell’olfatto). Dati questi segni e sintomi peculiari, l’anamnesi patologica remota consente facilmente di allontanare o meno questa ipotesi diagnostica.
La stessa cosa vale per altre forme di diabete non autoimmune altrettanto rare associate a mutazioni del DNA mitocondriale. Le malattie mitocondriali costituiscono un gruppo eterogeneo di malattie associate ad un deficit di energia cellulare e interessano la maggior parte degli organi altamente dipendenti dal metabolismo ossidativo, prevalentemente il muscolo e il cervello (da cui il termine encefalomiopatie mitocondriali), e in misura minore il cuore, il fegato, il rene, gli organi ematopoietici, le ghiandole endocrine e le isole pancreatiche di Langerhans.
Anche in questo caso la raccolta anamnestica risulterà ricca di particolari clinici, morfologici e biochimici che validano il sospetto. Per la conferma diagnostica, sia nella sindrome di Wolfram che nelle malattie mitocondriali, è necessaria l’analisi genetica.
La diagnostica delle iperglicemie risulta dunque importante soprattutto nella definizione del diabete non autoimmune, in particolare il MODY che rappresenta circa il 27% dei casi, costituendo la seconda forma di alterazione del metabolismo glucidico in età pediatrica dopo il DM1 (5,7% dei casi di diabete, probabilmente ancora sottostimato) ed il prediabete tipo 2 che viene individuato in circa il 12,5% dei casi di iperglicemia in soggetti sovrappeso/obesi.
I casi di DM2 al momento, almeno in Europa, rappresentano circa l’1-2% di tutti i casi di diabete in età evolutiva nei soggetti di origine caucasica. Meno importante è la prevalenza di prediabete autoimmune che è pari a circa il 5% delle famiglie sottoposte a screening per iperglicemia. Poiché non sempre queste forme di diabete necessitano di terapia insulinica è necessario formulare una corretta diagnosi per evitare errori nella condotta terapeutica e nel follow-up.
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