La diagnostica di laboratorio assume sempre più importanza per il suo coinvolgimento nei fenomeni di poliabortività e nei protocolli di fertilizzazione in vitro. Essere a conoscenza di possedere un quadro genetico a rischio per l’insorgenza di determinate patologie consente di intervenire adottando appropriate misure terapeutiche e di monitoraggio. In tal modo sarà possibile prevenire il verificarsi di eventi trombotici che potrebbero causare altrimenti danni gravi e a volte irreversibili.
Cos'è la Trombofilia?
La Trombofilia è un’anomalia della coagulazione del sangue, una disfunzione che potrebbe causare trombi ed emboli. Lo Screening Trombofilico è uno strumento di prevenzione sulla trombofilia, il quadro clinico riguardante i pazienti che accusano episodi trombotici, che appare quando il sangue si coagula nel sistema circolatorio.
Screening Trombofilico: In Cosa Consiste?
La procedura dello Screening Trombofilico consiste semplicemente in un prelievo di sangue, la cui analisi aiuta il medico a capire se esistono mutazioni genetiche o anomalie che possono determinare il rischio di trombosi. Questo screening non è consigliato a tutti, ma viene deciso dal medico.
Lo Screening Trombofilico è un insieme di esami del sangue che permettono di individuare la presenza o meno di alterazioni e mutazioni genetiche relative alla coagulazione del sangue, che possono causare la formazione delle trombosi.
In occasione del Mese della Prevenzione Ematologica, DMLab Infernetto offre un importante servizio di Screening Trombofilico, che comprende l’analisi di polimorfismi di geni codificanti proteine implicate nel processo di coagulazione. Grazie al nostro esame, potrai definire il rischio di andare incontro alla formazione di trombi.
Esami di Coagulazione: Quali Sono e Cosa Misurano?
I test di coagulazione sono analisi di laboratorio utili per monitorare l’attività di coagulazione del sangue, cioè il processo di arresto di una emorragia che si innesca a causa di una ferita più o meno grave. Gli esami per la coagulazione sono vari e misurano diversi parametri per valutare il processo di coagulazione.
Tempo di Protrombina (PT)
Il PT è l’esame che misura quanto rapidamente si coagula il sangue. Il PT, o Tempo di Protrombina, è un esame della coagulazione che misura quanto tempo impiega il sangue a coagulare. È conosciuta anche come fattore II. Valutano l’efficacia della via intrinseca e della via comune della coagulazione. La protrombina è una proteina prodotta dal fegato e presente nel sangue, che gioca un ruolo chiave nella coagulazione. Questo test è particolarmente importante per i pazienti che assumono farmaci anticoagulanti come la warfarina.
Tromboplastina Parziale Attivata (aPTT)
aPTT: L’Activated Partial Thromboplastin Time, invece, include un ulteriore passaggio di attivazione. Per questo motivo il tempo rilevato dall’aPTT è più breve rispetto a quello del PTT. PTT e aPTT vanno a valutare la funzionalità dei fattori della coagulazione e la loro quantità.
Fibrinogeno
Il fibrinogeno è una proteina prodotta dal fegato che interviene nel meccanismo della coagulazione. Il fibrinogeno viene convertito in fibrina durante il processo di coagulazione del sangue. Il dosaggio di fibrinogeno permette di dosare la concentrazione di fibrinogeno circolante. Un livello troppo alto di fibrinogeno può essere un segnale di infiammazione, di una malattia del fegato o di un disturbo della coagulazione.
D-Dimero
Che cos’è il D-Dimero? Il D-Dimero è un prodotto della degradazione dei coaguli dell’organismo. L’esame del D-dimero è un test di coagulazione che misura la presenza nel sangue di D-dimero, un piccolo frammento proteico. Il test del D-dimero viene utilizzato per escludere la presenza di un coagulo inappropriato (trombo). Il processo che porta a generare D-Dimero è innescato da eventuali danni vascolari o ai tessuti tali da provocare sanguinamento.
L’organismo reagisce con l’emostasi, ossia un processo finalizzato a bloccare la perdita di sangue attraverso la formazione di coaguli. Questi reticoli bloccano il sanguinamento per tutto il tempo necessario a riparare il danno. Una volta riparato, il coagulo non serve più e viene distrutto dalla plasmina, un enzima deputato proprio a questo compito, in tanti piccoli frammenti, prodotto della degradazione della fibrina. Da questo processo di degradazione ha origine anche il D-Dimero.
Un risultato positivo per il test del D-dimero è indicativo della presenza di quantità elevate di prodotti di degradazione della fibrina. Il risultato del test quindi può indicare un significativo incremento della formazione di coaguli (trombi) e della loro degradazione, senza però indicarne la causa. Un test positivo al D-dimero, ossia un esito che rileva la presenza nel sangue di questi frammenti proteici, può indicare la presenza di trombi. Tuttavia questo esame è aspecifico e, pur indicando l’eventuale formazione di coaguli, non ne determina la causa.
Molti clinici sono concordi nel confermare l’utilità di un risultato negativo del D-dimero nel caso in cui il test venga effettuato su pazienti a rischio basso o moderato di trombosi. Nel caso in cui il D-dimero sia negativo e quindi sotto il limite di rilevabilità, allora è verosimile che il paziente non sia affetto da una patologia acuta o da una malattia che determini la formazione inappropriata di coaguli e la loro rottura. Il test del D-Dimero è particolarmente utile per escludere la presenza di coaguli inappropriati. Questo è possibile farlo in presenza di un esito negativo dell’esame, ossia con valori più bassi del limite inferiore del range di riferimento.
Escludere la presenza di coaguli: se i valori sono normali o bassi, è molto improbabile che ci sia un coagulo di sangue attivo nel corpo. È importante ricordare che, sebbene un valore normale di D-dimero possa essere molto rassicurante, un valore elevato non è specifico per nessuna condizione particolare. Un livello di D-dimero più alto del normale può verificarsi in molte situazioni, tra cui gravidanza, infezione, trauma, certi tipi di cancro, e persino dopo un intervento chirurgico o un lungo viaggio in aereo.
Antitrombina III
L’antitrombina III è una glicoproteina di sintesi epatica in grado di provvedere all’inibizione dell’azione di diversi fattori della coagulazione: in particolare la sua azione è particolarmente efficiente nei confronti del fattore II attivato (trombina), ma essa ha azione inibente anche sui fattori IX, X, XI e XII, sulla plasmina e su molti altri fattori implicati nella cascata coagulativa, oltre ad essere un cofattore per gli anticoagulanti eparinici. Altri test fondamentali sono l’Antitrombina III, utile per fluidificare il sangue e scongiurare la formazione di trombi.
I valori plasmatici di AT-III aumentano durante l’uso di anticoagulanti dicumarolici (e quindi in corso di T.A.O.), ed in situazioni di ipergammaglobulinemia ed in presenza di stati infiammatori con VES e proteina C reattiva aumentate.
Proteina S
La proteina S è un fattore del sangue che limita la coagulazione tramite la degradazione dei fattori V e VIII e nel far ciò agisce insieme ad un’altra proteina detta C coagulativa. In effetti la proteina S è efficace solo se non è legata (libera) ad un’altra proteina detta C4b, per questo motivo si parla di S coagulativa libera. La percentuale di S libera è circa il 40% mentre il 60% è legata. Una bassa percentuale di S libera costituisce uno dei fattori predisponesti la trombofilia. Sono descritte tre condizioni a riguardo, la prima è dovuta ad una quantità globale di proteina S insufficiente, la seconda è dovuta ad una bassa attività della proteina, la terza ad un eccesso della componente legata a scapito della libera.
Proteina S che insieme alla proteina detta C coagulativa limita la coagulazione, attraverso la frammentazione dei fattori V e VII.
Proteina C Coagulativa
La proteina C coagulativa, che come abbiamo detto coopera con la proteina S, regola la velocità di formazione dei trombi limitandone la loro estensione, la sua attivazione deriva da un fattore coagulativo detto trombina che si lega alla proteina trombomodulina ed attiva la proteina C. Proprio la proteina C attivata legandosi al suo cofattore proteina S accelerano la degradazione dei fattori V e VIII che sono le sostanze che attivano la trombina stessa.
Anche la proteina C, come la S, può essere carente per fattori congeniti, iperconsumo, carenza di vitamina K, assunzione di estroprogestinici o alti livelli di estradiolo per induzione dell’ovulazione. Le carenze congenite di proteina C possono essere da deficit di sintesi o sintesi di proteine con ridotta attività biologica per ridotta capacità di legarsi alla proteina S o per ridotta capacità di degradazione dei fattori V e VIII.
Fattore V di Leiden
E’ interessante anche la valutazione della resistenza alla proteina C attivata, si tratta di un test coagulativo in cui si aggiunge al sangue da esaminare quantità crescenti di proteina C attivata assistendo pertanto ad un progressivo allungamento dei tempi di coagulazione. Il Fattore V determina, una volta attivato, la conversione del fattore II in trombina; questo fenomeno viene ostacolato dalla proteina C coagulativa, in concorso con la proteina S, tramite la degradazione del fattore V che viene separato in due frammenti inattivi detti Vi9. Uno dei punti di separazione avviene a livello di una arginina posta in posizione 506.
Questa condizione è detta Fattore V di Leiden, dal nome della località olandese in cui fu per la prima volta descritta, o variante G1691A e può essere presente sia, più raramente, nella condizione di omozigosi che in quella, più frequentemente, di eterozigoti. In questi soggetti aumenta il rischio di eventi trombotici e di poliabortività, si calcola che l’aumento del rischio nei soggetti in eterozigosi sia circa 5 - 10 volte superiore ai soggetti sani mentre per quelli in omozigosi il rischio di un evento trombotico è circa 80 volte superiore.
L’incidenza di questa mutazione è alquanto alta, si calcola che in Europa sia presente in circa il 5% della popolazione per l’eterozigosi e allo 0,02 - 0,05% in omozigosi, non c’è differenza di incidenza tra maschi e femmine.
Il Fattore V di Leiden determina la conversione del Fattore II in trombina.
Protrombina (Fattore II)
La Protrombina o Fattore II viene attivato in trombina portando alla formazione del fibrinogeno in fibrina; è uno dei punti chiave della coagulazione ed è descritta una mutazione genetica che la interessa (G20210A) con conseguente aumento dei livelli di protrombina e rischio trombofilico. Altra mutazione è quella del Gene Protrombina, che causa un aumento dei livelli di protrombina ed eventi trombotici.
Omocisteina
L’omocisteina è un amminoacido che gioca un ruolo di primissimo piano tra i fattori predisponenti alla trombofilia e quindi al rischio cardiovascolare e a fenomeni di poliabortività. I livelli ematici di omocisteina sono regolati da vari fattori che interagiscono tra loro, in particolare il quadro genetico, i fattori nutrizionali vitaminici, le abitudini di vita ed eventuali patologie renali. Non si conoscono ancora tutti gli effetti negativi di questo aminoacido sull’endotelio vascolare e sui meccanismi coagulativi ma sembra che vi sia una tossicità diretta contro l’endotelio.
Inoltre l’omocisteina agisce sul fattore V e sul suo regolatore proteina C coagulativa. L’omocisteina deriva dal metabolismo della metionina, infatti come tale non è presente negli alimenti, ed un’alta assunzione alimentare di metionina può indurre lievi ma transitori aumenti dell’omocisteina, comunque la metionina è presente in moltissimi alimenti sia di origine vegetale che, in misura maggiore, animale.
Per degradare l’omocisteina esistono due differenti vie cataboliche, la prima detta trans-sulfurazione determina la formazione di cisteina un metabolica non tossico grazie all’azione di un enzima detto cistationina beta sintetasi. Il deficit congenito di questo enzima è molto raro ma determina elevatissimi livelli di omocisteina con conseguenze spesso fatali.
L’altra via metabolica è la rimetilazione in cui l’omocisteina rientra nella formazione di metionina; perché ciò avvenga è assolutamente necessaria l’azione dell’acido folico e anche delle vitamine B6 e B12.
L’MTHFR è la sigla della metilentetraidrofolatoreduttasi, enzima coinvolto nella rimetilazione dell’omocisteina a metionina. Il dosaggio di omocisteina è essenziale per avere un quadro completo della funzionalità della coagulazione.
Preparazione agli Esami
Per l'analisi del D-dimero non c'è bisogno di alcuna preparazione particolare. preferibilmente a digiuno. I farmaci non influiscono sul risultato, tranne quelli a base di acido acetilsalicilico e i farmaci antinfiammatori in generale perchè riducono l’aggregazione piastrinica e ostacolano l’arresto di una emorragia.
Test Genetici per la Trombofilia
I test genetici per la Trombofilia consentono di identificare i pazienti a rischio di trombosi mediante l’analisi di mutazioni associate alla malattia trombotica. Questi geni sono prevalentemente quelli deputati alla produzione dei fattori della coagulazione del sangue, e sono il Fattore V di Leiden, il Fattore II della coagulazione (protrombina) ed il gene MTHFR (Metilentetraidrofolatoreduttasi), ma anche il Fattore XIII, il Beta fibrinogeno, il PAI-1, il Fattore XIII, l’HPA. l’ACE, l’ AGT, l’APOB (Genotipizzazione dell’ Apolipoproteina B (mutazione R3500Q), la Genotipizzazione dell’APOE (alleli E2, E3, E4) e le altre mutazioni del Fattore V come il Fattore V mut. Y1702C, il Fattore V mut.
Valutazione genetica del rischio di patologie cardiovascolari (trombofilia-ipertensione) mediante analisi di mutazione dei geni del Fattore V di Leiden mut. G1691A, del Fattore V mut. Y1702C, del Fattore V mut. 1299, del Fattore V mut. Cambridge e del Fattore II mut.
Valutazione genetica del rischio di patologie cardiovascolari (trombofilia-ipertensione) mediante analisi di mutazione dei geni del Fattore V di Leiden mut. G1691A, del Fattore V mut. H1299R, del Fattore II mut. G20210A, dell’ MTHFR Mut. C677T, dell’ MTHFR Mut. 1298A/C e del PAI-1 Mut.
Valutazione genetica del rischio di patologie trombotiche (Trombofilia e Abortività ) mediante analisi di mutazione dei geni del Fattore V di Leiden mut. G1691A, del Fattore V mut. Y1702C, del Fattore V mut. 1299, del Fattore V Cambridge, del Fattore II mut. G20210A, delMTHFR Mut. C677T e MTHFR Mut.
Le suddette mutazioni della trombofilia vengono indagate mediante una reazione enzimatica di amplificazione del DNA, conosciuta come Polymerase Chain Reaction (PCR), che consente di amplificare in vitro una specifica regione della molecola, copiandola in varie fasi successive, fino ad ottenerne milioni di copie.
Nell’evento trombotico, venoso o arterioso, il sangue si coagula all’interno di un vaso sanguigno, aderisce alla sua parete e lo ostruisce in maniera parzialeo completa, impedendo il flusso del sangue. La trombosi è la terza più comune malattia cardiovascolare subito dopo l’ischemia miocardica e l’ictus cerebrale.
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