Esame Citologico Urine: Interpretazione delle Cellule Atipiche

L'esame citologico urinario consiste nell'analisi microscopica di un campione di urine, con lo scopo di individuare eventuali cellule presenti, in particolare cellule tumorali. Di norma, infatti, l'urina è priva di elementi cellulari.

La citologia urinaria consiste nell'analisi microscopica di un campione di urine, allo scopo di individuare le eventuali cellule presenti. La citologia urinaria è un esame di laboratorio che prevede l'analisi al microscopio delle cellule emesse con le urine. La citologia urinaria prevede la raccolta di un campione di urina, per tre giorni consecutivi. I campioni vanno richiusi accuratamente e devono essere recapitati in breve tempo (al massimo entro un'ora dalla raccolta) per evitare processi degenerativi.

Se ciò non è possibile, è opportuno conservare l'urina in frigorifero e consegnare i tre campioni solamente al terzo giorno.

Quando viene prescritta la citologia urinaria?

La citologia urinaria non è un'analisi "di routine" (cioè non viene eseguita come primo controllo), ma viene indicata dal medico solo quando uno dei valori misurati con gli esami standard delle urine non rientrano nel range di normalità. La citologia urinaria è un esame non invasivo che evidenzia nelle urine la presenza di cellule uroteliali atipiche o neoplastiche. Di solito, la citologia urinaria viene prescritta quando l'analisi standard delle urine evidenzia la presenza di globuli rossi o di emoglobina.

In questi casi, infatti, è necessario escludere la presenza di malattie a carico di reni, ureteri e vescica che possono causare sanguinamento (ematuria). La citologia urinaria può essere indicata anche per monitorare i pazienti già trattati per un tumore della vescica o delle vie urinarie ("follow up").

Questo esame va eseguito quando si sospetta la presenza di una neoplasia delle vie urinarie - in particolare di un tumore uroteliale della vescica che ne rappresenta il tipo più frequente. Il sintomo tipico di esordio di un tumore vescicale è rappresentato dalla presenza di sangue nelle urine (“ematuria”). Il sangue può essere visibile ad occhio nudo (si parla in questi casi di “macroematuria”) o riconosciuto solamente tramite l’esame chimico-fisico delle urine (“microematuria”).

Più raramente un tumore della vescica può manifestarsi con la presenza di sintomi urinari irritativi, come la necessità di urinare molto spesso (“pollachiuria”), l’urgenza minzionale e l’incontinenza da urgenza. Questi sintomi sono molto più frequentemente legati a patologie benigne, come l’iperplasia prostatica benigna (IPB) o in corso di cistiti o prostatiti.

E’ utile inoltre nel follow up dei pazienti già trattati per riconoscere una recidiva tumorale. Assume fondamentale rilevanza, per un iter diagnostico corretto, che l’operazione di raccolta del campione di urine sia accompagnata da un’anamnesi dettagliata con attenzione ai dettagli.

Non dovrebbe essere utilizzata la prima urina del mattino dato che sono presenti frequentemente cellule degenerate nella vescica che si accumulano durante il riempimento notturno. L’ideale sarebbe far pervenire in tempi brevi le urine al laboratorio.

Interpretazione e Limiti dell'Esame Citologico

Nella diagnostica precoce del carcinoma uroteliale, l’esame citologico può talvolta non fornire un risultato inequivocabile (cioè negativo o positivo). È il caso delle cosiddette atipie citologiche lievi-moderate il cui riscontro, nonostante possa non avere un significato patologico, non può tuttavia essere trascurato, rendendo obbligatori ulteriori approfondimenti strumentali anche invasivi.

L’esame citologico delle urine è caratterizzato da un'elevata percentuale di risultati falsi negativi: in circa il 50% dei casi non riesce a rilevare la presenza di cellule neoplastiche. Circa il 70% dei pazienti con un tumore uroteliale presenta infatti un esame citologico urinario negativo.

Questo deriva dal fatto che la desquamazione delle cellule tumorali è assente o molto scarsa in presenza di tumori papillari poco avanzati, che rappresentano (fortunatamente) la maggioranza dei casi. La possibilità che il test risulti positivo è molto più alta in presenza di tumori avanzati o in caso di tumori sessili (“carcinoma in situ”). Il valore predittivo positivo dell’esame citologico supera il 90% (circa 9 pazienti su 10 con citologia positiva sono realmente affetti da un tumore delle vie urinarie). Alcuni falsi positivi si possono verificare in presenza di infiammazioni vescicali con il riscontro di cellule reattive che in alcuni casi possono assomigliare a quelle tumorali.

Un risultato dubbio alla citologia urinaria può indicare lo sviluppo di una neoplasia a basso grado di malignità o la presenza di un'infiammazione delle vie urinarie, come in caso di infezioni o calcolosi.

L’esame citologico urinario non è un valido strumento di screening per la diagnosi di esclusione del tumore vescicale. L’esame citologico urinario è un test non invasivo che può contribuire alla diagnosi di un tumore della vescica o delle vie urinarie. Si esegue di solito nei pazienti con ematuria o sintomi urinari irritativi non spiegabili con problemi benigni.

Approfondimenti Diagnostici Successivi

In presenza di un risultato positivo, il paziente dovrà essere sottoposto ad esami di secondo livello come la cistoscopia, la TC con mezzo di contrasto, le biopsie multiple della vescica (mapping vescicale) e/o l'ureterorenoscopia (URS).

Anche in presenza di primi riscontri negativi in questi esami sarà comunque necessario eseguire ulteriori approfondimenti diagnostici come le biopsie multiple della vescica (“mapping vescicale”) e/o l’uretero-reno-scopia retrograda (“URS”).

FISH Interfasica Quantitativa

È infatti noto da oltre 100 anni che le cellule tumorali sono sempre caratterizzate da aneuploidia, ossia dalla diminuzione e/o dall’aumento del numero di copie di alcuni cromosomi. Ogni tumore è caratterizzato, almeno nelle prime fasi, da un particolare pattern di perdita/guadagno cromosomico.

La FISH interfasica quantitativa delle cellule uroteliali è eseguibile presso il Centro Diagnostico Italiano di Milano (anche in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale). L’esame viene effettuato mediante l’utilizzo di un sistema automatico di acquisizione ed elaborazione di immagini in microscopia a fluorescenza (Ikoniscope), che permette di ricercare con una estrema sensibilità le cellule uroteliali in evoluzione neoplastica, grazie all’elevatissimo numero di cellule analizzate.

La percentuale di cellule patologiche sul totale di quelle osservate, correla con la probabilità che la lesione sia presente e con la sua invasività, mentre il grado di polisomia (numero di copie dei cromosomi 3, 7 e 17) correla con il grading. Inoltre, il numero di cellule osservate è indicativo del grado di esfoliazione della lesione.

In questo caso è l'anatomopatologo che, in base alla sua esperienza, può decidere di avvalersi della FISH, come ulteriore tecnica ancillare per poter formulare una diagnosi di certezza. Esistono infatti alcune lesioni che, per la loro rarità o per l'elevata discrepanza diagnostica riscontrata tra diversi specialisti, risultano difficilmente inquadrabili.

Tale metodica non richiede ulteriori prelievi di tessuto, infatti Il materiale istologico è lo stesso sul quale il patologo effettua le sue indagini di routine (sezioni istologiche ottenute da tessuto precedentemente fissato in formalina ed incluso in paraffina). Anche il razionale (ricerca di aneuploidia), così come le sonde utilizzate, sono i medesimi i utilizzati per la FISH urine.

Le urine, raccolte seguendo le specifiche istruzioni, vanno consegnate al laboratorio la mattina stessa oppure possono essere spedite dopo averle travasate negli appositi contenitori forniti dal CDI.

A livello medici è infatti noto che le cellule tumorali sono sempre caratterizzate da aneuploidia, ossia dalla diminuzione e/o dall’aumento del numero di copie di alcuni cromosomi. Il metodo FISH di analisi utilizza una sonda molecolare marcata con sostanze fluorescenti in grado di rilevare l’aumento l’aumento del numero di copie dei cromosomi 3, 7, 17 e, talvolta (solitamente nelle forme meno invasive), alla sola perdita totale del cromosoma 9.

Tale metodica è applicabile anche su tessuto, ovvero su materiale bioptico e pezzi chirurgici.

Quando prescrivere la FISH interfasica quantitativa delle cellule uroteliali?

  1. Come esame di secondo livello nelle atipie lievi-moderate al fine di evitare inutili cistoscopie esplorative.

Nuove Tecnologie Diagnostiche

Narrow Band Imaging (NBI) è una tecnologia di miglioramento dell'immagine ottica che migliora la visibilità dei vasi sanguigni e di altre strutture sulla mucosa vescicale durante un esame di cistoscopia. Questo lo rende un ottimo strumento per la diagnosi di cancro della vescica durante tale esame in quanto in grado di rilevare lesioni tumorali apparentemente invisibili alla consueta “luce bianca”.

La luce NBI è invece composta da due lunghezze d'onda specifiche che sono fortemente assorbite dall'emoglobina. La lunghezza d'onda più corta dell'NBI è 415 nm, che penetra solo gli strati superficiali della mucosa. Questa viene assorbita dai vasi capillari nella superficie della mucosa e dà luogo ad immagini di colore brunastro sull'immagine video.

La seconda lunghezza d'onda NBI è di 540 nm, che penetra più profondo di 415 nm luce. Viene assorbita da vasi sanguigni situati più profondamente nello strato mucoso, e appare di colore ciano nell'immagine NBI.

La cistoscopia NBI rappresenta una valida integrazione diagnostica nei pazienti con NMIBC (tumore superficiale), con un significativo miglioramento nella qualità della visione e conseguentemente nella diagnosi e nel follow-up della neoplasia vescicale. Tale metodo fornisce un sostanziale miglioramento alla gestione della neoplasia vescicale non muscolo-invasiva, e può essere d’ausilio successivamente soprattutto durante la resezione endoscopica del tumore della vescica grazie alla migliore definizione dei margini delle lesioni neoplastiche rispetto alla mucosa vescicale normale circostante, diminuendo il tasso di neoplasia residua e quindi di recidive precoci.

Attualmente tale tecnica cistoscopica NBI, che comporta minori costi rispetto al metodo c.d.

La metodica consiste nel migliorare il contrasto visivo tra le cellule benigne e maligne sfruttando l’interazione tra una luce specifica (illuminazione della vescica con luce blu) e una sostanza fotosensibile dotata di forte affinità per le cellule tumorali.

La tecnica prevede l’instillazione in vescica della sostanza fotosensibile (Esaminolevulinato) mediante cateterizzazione. Tale sostanza, instillata in vescica un’ora prima dell’esame, induce un accumulo intracellulare elettivo di porfirine fotosensibili (PAP), in particolare di protoporfirina IX (PpIX), nelle cellule maligne di origine uroteliale.

Come è già noto la procedura standard per i pazienti affetti da tumore alla vescica durante la fase di monitoraggio prevede una cistoscopia, accompagnata da un’analisi delle urine (citologia) e, se necessario, una biopsia dell’area sospetta.

Il carcinoma della vescica è caratterizzato da un tasso di recidiva elevato e da un intenso programma di follow-up, e risulta essere il tipo di cancro più costoso in base alla durata della vita del paziente e costa all'UE circa 5 miliardi di euro l'anno.

Le cistoscopie sottraggono agli ospedali ingenti risorse, quali ad esempio il tempo dedicato da medici e infermieri, denaro per la loro opera, impegno di ambienti di cura e attrezzature adeguate. Senza contare i rischi ed il disagio sopportato dai pazienti, danno un risultato negativo nel 90% dei casi e rilevano solo il 70-80% delle recidive.

Sia la cistoscopia che la citologia sono metodiche soggettive, costose e fortemente dipendenti dall'esperienza dell'operatore.

E commercializzato in Italia da A. Menarini Diagnostics, rappresenta una soluzione non invasiva di particolare rilevanza per pazienti e professionisti sanitari. Il test si basa sull’analisi di specifiche modificazioni molecolari associate alla patologia, valutando il profilo di metilazione del DNA, con una sensibilità del 91% nei confronti dei tumori ad alto grado.

Di particolare rilievo è il valore predittivo negativo (NPV) evidenziato da Bladder EpiCheck nel monitoraggio della malattia in pazienti affetti da tumori ad alto grado.

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