La prevenzione è importantissima e lo screening per la diagnosi precoce del tumore mammario prevede l’esecuzione di mammografie a partire dai 49 anni di età, per tutte le donne.
Torna anche quest’anno l’Ottobre Rosa, il mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno. Un appuntamento che è l’occasione per ribadire l’importanza dello screening a partire da visite senologiche e mammografia, che - a seguito della pandemia - hanno subito un forte calo. Mai saltare i controlli.
Cosa cambia con le protesi al seno?
Cambia qualcosa quando si hanno le protesi al seno? Basta una mammografia all’anno? Gli impianti modificano i risultati degli esami o possono rompersi mentre ci si sottopone a queste indagini strumentali? Ci sono centri o macchinari più indicati per le donne che hanno subito la ricostruzione del seno o la mastoplastica additiva?
Ecco le risposte agli interrogativi più frequenti. Le parole di Gianfranco Scaperrotta, radiologo e senologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, fanno chiarezza su questo tema: “Le donne con protesi mammarie non hanno un percorso di screening del tumore del seno più complesso delle altre, ma piuttosto più articolato, potremmo dire più personalizzato. E questo non perché gli impianti abbiano a che vedere con il rischio di ammalarsi, ma perché la presenza delle protesi può ridurre la sensibilità della mammografia, cioè la capacità del test di rilevare eventuali noduli. Una riduzione che viene in ogni caso compensata con l’ecografia e affidandosi a professionisti competenti”.
La prevenzione del carcinoma della mammella, una malattia che ogni anno in Italia viene diagnosticata a 55mila donne (fonte, I Numeri del cancro 2020, di AIOM, Associazione italiana di oncologia medica) non viene influenzata dalla presenza degli impianti protesici. Lo screening, personalizzandolo un po’, funziona, in presenza come in assenza di protesi.
Screening mammografico: età e tipologia
A livello nazionale lo screening mammografico parte dai 49 anni e finisce a 69. In alcune regioni le fasce di screening sono più larghe, vanno dai 45 anni ai 75 e la mammografia è prevista ogni due anni. Le pazienti portatrici di protesi per motivi ricostruttivi (cioè dopo un tumore) escono dai circuiti di prevenzione pensati per la popolazione femminile generale e seguono i percorsi di follow up, cioè controlli ad hoc per loro.
Generalmente si tratta di donne più giovani, che mettono le protesi tra i 25 e 35 anni e hanno un rischio oncologico molto molto basso. Passando il tempo però, per queste donne come per tutte, il rischio oncologico aumenta, e allora come tutte si affacciano agli screening mammografici regionali. Fino a qualche anno fa le donne con impianto protesico uscivano dai circuiti regionali organizzati per proseguire in un percorso personalizzato, un auto-percorso di screening potremmo dire, che tendenzialmente consiste nell’eseguire mammografia e ecografia mammaria una volta l’anno. Oggi nella maggior parte delle regioni, anche loro seguono programmi regionali con l’indicazione di completare il percorso di prevenzione anche con l’ecografia. Questo non perché la presenza di un impianto protesico aumenti il rischio di sviluppare un tumore, è ampiamente dimostrato dalla letteratura che non è così, ma perché, come dicevamo, in presenza di protesi la capacità di cogliere eventuali lesioni tumorali con la mammografia non raggiunge i criteri di sensibilità accettati per i percorsi di screening.
Ecografia: un esame particolarmente utile
Per le donne con protesi questo esame è particolarmente utile. La mammografia è un test di altissima sensibilità, ma se la mammella è densa, compatta, lo è meno. In questi casi l’ecografia viene in aiuto del diagnosta, evitando che qualcosa, magari piccole masse, sfuggano all’esame mammografico.
Ecco, questo discorso vale per tutte le donne. Per tutte vale la regola che, in assenza di mammelle dense, non è automaticamente necessario sottoporsi a ecografia. Tuttavia, visto che l’impianto riduce la capacità della mammografia di cogliere la presenza di eventuali masse neoplastiche, in presenza di protesi si tende a utilizzare anche l’ecografia. Da 40 anni in poi il consiglio per chi ha protesi è di sottoporsi a mammografia e anche a ecografia con cadenza annuale.
E prima dei 40 anni?
Prima dei 40 anni la visita dal chirurgo plastico o dal senologo si completa spesso con un’ecografia. Non è uno screening oncologico, è altro: serve a controllare che l’impianto sia a posto, che non sia ruotato, dislocato, fissurato, che non ci siano contratture…
Mammografia e protesi: rischi e accorgimenti
I macchinari per la mammografia possono danneggiare le protesi, vista la forte pressione che esercitano sul seno? Mentre l’ecografia non può danneggiare le protesi, la mammografia in effetti può farlo: una compressione esercitata in modo brusco, esagerato può effettivamente compromettere l’integrità dell’impianto. Però è anche vero che qualsiasi tecnico radiologo oggi sa bene che in caso di protesi l’approccio va gestito in maniera differente.
Insomma più che un problema di macchinari e un problema di uso dei macchinari. Poi certo, ci sono macchine più recenti che hanno programmi predefiniti per donne con protesi: si preme un tasto e il mammografo in automatico applica la pressione giusta. Superfluo dire che è fondamentale che prima di sottoporsi a mammografia la donna riferisca di essere portatrice di protesi.
Ansia e timori: cosa sapere
Capita che donne che da giovani hanno messo impianti per motivi estetici intorno ai 50 anni comincino a temere che un eventuale tumore non venga intercettato. Non dovrebbero aver timore perché un impianto ben gestito, in un ambiente specialistico, non interferisce con la diagnosi precoce del tumore della mammella. Non deve passare il messaggio che la presenza di protesi rappresenti un problema diagnostico, non è così.
Cosa succede in caso di tumore al seno?
Se le donne con protesi dovessero sviluppare un tumore della mammella qualche problema in più potrebbero averlo, non di tipo diagnostico ma chirurgico. Nei limiti del possibile si cerca di preservare l’impianto nella parte colpita dalla malattia, ma non sempre ci si riesce, nella peggiore delle ipotesi la protesi del seno colpito da tumore si rimuove, per allocarne però in seguito una nuova. E poi c’è il problema della radioterapia, che può provocare fibrosi capsulare o contratture. Bisogna che le donne sappiano che è importante essere seguiti in strutture dove c’è un flusso elevato di utilizzo di protesi e dove operino professionisti competenti.
Mammografia con protesi: come viene eseguita
La mammografia, in una donna con protesi al seno, deve essere eseguita con particolari accorgimenti e scegliendo la tecnologia più adeguata: le protesi più datate non sono radiotrasparenti e rispetto a quelle di ultima generazione potrebbero comprimere e nascondere il tessuto ghiandolare circostante, influenzando negativamente la capacità diagnostica dell’esame. Esistono diverse tipologie di protesi:
- Protesi radiotrasparenti: questa tipologia di protesi si lascia attraversare liberamente dai raggi X senza oscurare il parenchima mammario.
- Protesi sottomuscolari: sono inserite sotto il muscolo pettorale. In questo caso lo svolgimento della mammografia non è particolarmente influenzato dalla presenza della protesi.
- Protesi sottoghiandolari: sono posizionate al di sopra del muscolo pettorale. In questo caso la mammografia deve essere eseguita con alcuni accorgimenti, come la manovra di Eklund per spostare la protesi e consentire una migliore visualizzazione del tessuto ghiandolare.
In alcuni casi può essere indicato effettuare una Risonanza Magnetica della mammella, utile per dirimere dubbi diagnostici insorti con la Mammografia o con l’Ecografia Mammaria.
Nelle portatrici di protesi, per svolgere la mammografia è indispensabile esercitare una compressione uniforme del seno della paziente. A seguito dell’intervento di mastoplastica additiva la struttura ghiandolare della mammella rimane integra e di conseguenza rimangono invariati i rischi ai quali la donna è esposta di sviluppare il cancro al seno.
Anche in questo caso è quindi fondamentale eseguire la mammografia che rimane il più efficace strumento di diagnosi precoce del tumore della mammella, la neoplasia più frequente nella popolazione femminile italiana. Una mammografia di controllo ripetuta nel tempo consente di individuare tempestivamente l’insorgenza del cancro al seno, permettendo di migliorare la prognosi della paziente.
La mammografia standard è l’esame diagnostico principale nella prevenzione del tumore al seno ed è il primo passo previsto del programma di screening nazionale (fonte: Ministero della Salute) sulla popolazione femminile nella fascia d’età tra i 50 e i 69 anni. La mammografia con tomosintesi, una tecnologia di ultima generazione, permette un ulteriore studio stratigrafico della mammella: il risultato diagnostico è più completo e quindi efficace rispetto alla mammografia convenzionale in due dimensioni.
Tomosintesi: un'alternativa efficace
La mammografia permette di identificare microcalcificazioni, opacità, asimmetrie di densità e distorsioni architetturali. La tomosintesi è un esame che consente di studiare la mammella in modo volumetrico riducendo i dubbi legati alla sovrapposizione di tessuto ghiandolare con una dose di radiazioni poco superiore alla mammografia tradizionale.
Si tratta di una acquisizione di immagini della mammella in 3D possibile grazie all’oscillazione di un tubo radiogeno lungo un arco di 15 gradi di inclinazione. Le immagini acquisite vengono poi ricostruite dal processore di un computer e proposte al medico radiologo.
Per quanto riguarda il fastidio dato dallo schiacciamento della mammella tra le piastre del macchinario è “fondamentale capire che l’esame, anche con la ulteriore tomosintesi, richiede una compressione adeguata dei tessuti. “Quello che serve nella mammografia è appiattire e assottigliare e rendere meno sovrapposti tutti i tessuti all’interno della mammella”, dice ancora la dottoressa Abate dell’Ospedale San Gerardo-ASST Monza: “Il vantaggio della tomosintesi è proprio questo: poter studiare i tessuti per strati singoli e quindi ridurre gli artefatti generati dalla sovrapposizione delle strutture della mammella che si riproducono nella mammografia tradizionale.
Richiede per l’acquisizione delle immagini solo qualche minuto in più rispetto alla mammografia digitale classica. Le radiazioni assorbite dalla paziente sono pressoché inesistenti, perché il mammografo acquisisce direttamente gli strati (3D) e ricostruisce con un algoritmo matematico l’immagine in 2D, per cui la dose finale è simile a quella di una mammografia digitale tradizionale.
Preparazione all'esame
La preparazione alla mammografia non prevede particolari accorgimenti, nelle ore o il giorno precedente all’esame, da parte del paziente, in previsione dell’esame diagnostico. Si può mangiare e bere.
L’esame diagnostico con tomosintesi può essere eseguito anche in presenza di protesi mammarie: come per la mammografia classica è bene avvertire il personale medico come indica la dottoressa Abate: “Nel caso di protesi additive al seno, per una questione estetica, quindi non post-mastectomia, c’è la credenza popolare che non si possa fare la mammografia: assolutamente no, falso! Nei centri specializzati il personale è esperto e quindi permette di fare l’esame analizzando bene la ghiandola tenendo in considerazione le protesi.
Oggigiorno il numero di donne con protesi mammarie è sempre maggiore. In caso di intervento ricostruttivo a seguito di mastectomia radicale, dove viene rimosso completamente il parenchima ghiandolare, la mammografia non viene più eseguita perché non è necessaria. In questi casi sarà il medico a consigliare gli esami di controllo più opportuni.
Per le pazienti con protesi al seno i nostri Specialisti eseguono la Tomosintesi Mammaria e, se necessario, tutti gli esami di approfondimento. In caso di protesi al seno è importante informare il team medico prima dell’esecuzione dei diversi esami diagnostici.
La mammografia per le pazienti portatrici di protesi viene eseguita normalmente come tutte le mammografie, non è assolutamente più dolorosa ma soprattutto non crea problemi di rottura degli impianti protesici. Con la nuova tecnologia e con l'avvento del digitale, per eseguire un esame mammografico oggi nelle pazienti portatrici di protesi è possibile valutare contestualmente sia la parte di ghiandola che la protesi. Per quanto riguarda le patologie vengono individuate bene come nelle pazienti che non hanno impianti protesici.
Le protesi più recenti, sono per esempio, radiotrasparenti e si lasciano attraversare liberamente dai raggi X senza oscurare il tessuto mammario sottostante. Le protesi più datate sono invece formate da polimeri radiopachi che riducono l'esplorabilità dei tessuti sottostanti ostacolando in alcuni casi la precoce scoperta di un carcinoma mammario. La radiodensità delle protesi dipende dunque dal tipo di materiale utilizzato e dalle sue caratteristiche fisiche.
Anche la collocazione delle protesi influenza pesantemente l'efficacia diagnostica della mammografia. In ogni caso è necessario preventivamente informare il personale addetto prima dell'inizio delle procedure diagnostiche. Questa tecnica consente di ottenere buon risultati anche nel caso le protesi siano costruite con materiali radiopachi.
Essa non è tuttavia priva di controindicazioni poiché il maggior numero di scansioni effettuate aumenta la dose di radiazioni assorbita. Bisogna inoltre considerare che un'eccessiva pressione esercitata sul seno durante l'esame potrebbe potenzialmente danneggiare le protesi.
Occorre infine ricordare che il materiale protesico non interferisce minimamente con altri esami diagnostici come l'ecografia e la risonanza magnetica. Esistono casomai dei rischi indiretti, legati agli inesorabili fenomeni di logoramento a cui le protesi vanno incontro con il passare del tempo. Alcuni autori ipotizzano addirittura una relazione indiretta tra la fuoriuscita dei polimeri protesici e lo sviluppo di tumori mammari. Si tratta comunque di ipotesi non supportate da dati certi e dipendenti dal tipo di materiale protesico utilizzato.
L'analisi dell'efficacia diagnostica di mammografia e autopalpazione in presenza di protesi mammarie, ci ha più volte portato a sottolineare l'importanza della scelta di centri specializzati e di personale qualificato. Occorre dunque porre la massima attenzione nella scelta delle strutture e dello staff addetto all'intervento.
La protesi può comprimere e nascondere il tessuto ghiandolare circostante, influenzando negativamente la capacità diagnostica dell’esame.
Per svolgere la mammografia è indispensabile esercitare una compressione uniforme del seno della paziente. Tale manovra permette di visualizzare in modo ottimale il tessuto ghiandolare e di ottenere un’accuratezza diagnostica migliore. Per evitare che le manovre di compressione possano danneggiare le protesi è importante che la paziente informi l’operatore prima dello svolgimento dell’esame.
La mammografia non è di norma un esame doloroso e quindi si esegue senza ricovero, senza anestesia o sedazione della paziente. Non bisogna avere paura di farla e il consiglio è quello di rivolgersi sempre ai centri specializzati distribuiti sul territorio, come per esempio quelli che hanno ricevuto in donazione i mammografi della Campagna.
AVVISO ALLE UTENTILe informazioni contenute in questa pagina sono solo a scopo informativo e non possono assolutamente sostituire il parere del medico. Ogni terapia è individuale e deve essere monitorata dal proprio specialista.
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