Vittorio Stefoni: Ematologia, Carriera e Pubblicazioni

Questo articolo descrive la nascita e lo sviluppo della nefrologia a Bologna a partire dai primi anni '60 del secolo scorso, così come sono stati vissuti in prima persona dall’autore, con grande dedizione, entusiasmo e molto lavoro. Dallo scritto emerge inoltre l’importante contributo che forti personalità quali Domenico Campanacci, Vittorio Bonomini e Pietro Zucchelli diedero alla nostra specialità, non solo a livello locale. Infine, questa “storia personale” va ad integrarsi, come testo e iconografia, con l’articolo pubblicato su questo stesso giornale nel 2016, “L’alba della Nefrologia e Dialisi a Bologna con Vittorio Bonomini e Pietro Zucchelli”.

Gli Inizi all'Istituto di Patologia Medica

Nel 1963 entrai come studente nell’Istituto di Patologia Medica dell’Università di Bologna diretto dal prof. Domenico Campanacci (1898-1986). Ero iscritto al 3° anno di medicina e gli studenti più anziani mi avevano consigliato di frequentare quell’istituto perché sarebbe stato più facile superare l’esame. La sezione di nefrologia era guidata da Vittorio Bonomini che aveva creato il laboratorio dedicato allo studio della fisiopatologia renale. Facevano parte della sezione Pietro Zucchelli, che svolgeva le funzioni di vice-capo ed era un grande esperto di metabolismo idroelettrolitico e acido-base, Vittorio Mioli che seguiva come un’ombra Bonomini, e Giampaolo Dalmastri, che poi divenne il medico della squadra di calcio del Bologna nell’anno in cui vinse lo scudetto.

Il grande Maestro era Campanacci, un personaggio affascinante dall’eloquio brillante, intercalato da citazioni letterarie, anche in latino (“natura nil facit per saltum”; “observatio et ratio”), e anche da detti e proverbi popolari, spesso in dialetto toscano. Aveva, come si diceva allora, un grande occhio clinico, che derivava dalla solida preparazione e dal continuo aggiornamento, con al centro sempre l’interesse per il malato. Aveva scritto un trattato di Patologia Medica in 4 volumi [2], che era stato adottato da molte università italiane, e dirigeva la prestigiosa rivista “Il Giornale di Clinica Medica”.

Campanacci inviò i suoi medici all’estero, dove dovevano approfondire le loro conoscenze in una branca della medicina, anche se tutti dovevano avere profonde basi nella medicina interna. Vittorio Bonomini era venuto da Parma al seguito del Maestro e aveva creato la sezione di Nefrologia. È stato il mio maestro per la nefrologia clinica: era un accentratore, dava ordini e non ammetteva replica. Si soffermava poco sui particolari, ma voleva, come diceva “arrivare al sodo”. Era il nefrologo dell’istituto, ma conosceva molto bene la medicina interna. Era un ottimo clinico e un insegnante brillante. Al di fuori della medicina aveva due passioni: il calcio, sia come giocatore sia come tifoso del Bologna, e il tiro a volo.

Il suo vice era Pietro Zucchelli: serio, coi capelli arruffati (Campanacci lo aveva sopranominato “Jimmy Fontana”, un cantante molto famoso in quegli anni), gran lavoratore, sempre indaffarato. Con la calcolatrice in mano riempiva fogli di formule da cui traeva grafici e tabelle incomprensibili per tutti fuorché per lui. Gestiva il laboratorio, eseguendo in prima persona gli esami.

Il compito di noi studenti era eseguire gli esami di laboratorio e aiutare i medici in reparto. Si lavorava e si studiava in istituto, dove avevamo l’opportunità di seguire la visita dei grandi maestri, un modo formidabile per imparare la clinica sul malato. Erano ricoverati pazienti affetti da tutte le patologie, mentre i pazienti nefrologici erano scarsi e la diagnosi di uremia era una condanna a morte senza speranza. Il gruppo effettuava ricerche soprattutto sulla fisiopatologia renale, sulla diagnosi bioptica delle nefropatie e sugli effetti dei nuovi diuretici.

Nel 1963 tramite una donazione privata, arrivò in Istituto dall’America una macchina misteriosa della ditta Scribner-Sweden, chiamata “rene artificiale”, e cominciarono le prime emodialisi. Noi giovani studenti partecipammo così alla nascita della dialisi, della cui importanza nessuno allora si rese conto: era nato il Centro di Dialisi dell’Ospedale S. Orsola.

La Tesi di Laurea e l'Inizio della Carriera

Nel 1966 arrivai alla laurea. La mia tesi, che avevo preparato con Zucchelli e discusso con Bonomini, aveva come argomento il cateterismo bilaterale degli ureteri (noto come test di Howard) per la diagnosi dell’ipertensione renovascolare. Nello stesso anno la tesi venne pubblicata [4]. Dopo la laurea, a 25 anni, ebbi la sospirata nomina ad assistente volontario della Patologia Medica (a zero lire). Lavoravo 10-12 ore al giorno e avevo la responsabilità di una sala di degenza dove facevo la visita e i prelievi. Poi andavo in laboratorio ad eseguire gli esami, tenevo lezioni ed esercitazioni per gli studenti, facevo i turni presso il “rene artificiale” e le guardie di notte e nei festivi: entravo il sabato mattina e uscivo il lunedì sera.

La visita era il momento topico dell’attività dell’istituto, dove si decidevano le sorti e il futuro di noi assistenti. Ogni giorno arrivava in visita il capo-reparto che era un medico più anziano, libero docente e quindi professore, il quale discuteva il caso, suggeriva gli esami e l’eventuale terapia. Una volta la settimana passava in visita l’aiuto primario, Bruno Magnani, personaggio austero ed estremamente pignolo che metteva soggezione: ogni visita era un esame. La lettura dell’anamnesi, che doveva essere battuta a macchina, era l’incipit dove ogni frase veniva valutata, soppesata, discussa: i verbi, le virgole e i punti erano di fondamentale importanza.

Quando veniva in visita Campanacci, anche se lui ti faceva sentire a tuo agio, mi emozionavo a leggere l’anamnesi davanti a una marea di medici, infermieri e studenti. La visita dei pazienti era accuratissima dalla testa ai piedi; per l’auscultazione cardiaca usava uno stetoscopio di legno e, per quella polmonare, l’orecchio appoggiato direttamente al torace del paziente. Rimanevo estasiato ascoltando le sue dotte e geniali osservazioni che venivano completate dai vari specialisti dell’istituto. Lui poi traeva le conclusioni, poneva una diagnosi e suggeriva la terapia.

Nel 1965 mi iscrissi alla SIN e partecipai al congresso di Parma. Eravamo non più di cento e qui conobbi i grandi padri della Nefrologia italiana: Antonio Vercellone, Alberto Amerio, Enrico Fiaschi, Luigi Migone, Gabriele Monasterio e Carmelo Giordano. Eravamo una grande famiglia e ci conoscevamo tutti. Da allora ho partecipato a tutti i congressi nazionali della SIN fino alla mia pensione.

Il Passaggio all'Ospedale Malpighi

Nel 1968 Campanacci andò in pensione e io e Fusaroli seguimmo Zucchelli all’Ospedale Malpighi di Bologna, dove aprimmo il nuovo Servizio di Nefrologia e Dialisi, inserito allora nella Divisione di Urologia diretta dal prof. Francesco Corrado. Zucchelli venne assunto come aiuto, io e Fusaroli come assistenti di urologia. Gli altri rimasero con Bonomini al S. Zucchelli era un ottimo clinico e l’ospedale era la sua vita ma non aveva un carattere facile, era un capo carismatico, dispotico, comandava ed esigeva obbedienza.

Nei primi anni ‘70 mi recai a Lione dal prof. Jules Traeger e, nel laboratorio del suo collaboratore Jean-Pierre Revillard, appresi le metodiche di studio delle proteinurie e i test per lo studio dei linfociti B e T. Al ritorno, insieme ai laboratoristi del Malpighi, mettemmo a punto le tecniche per lo studio della selettività delle proteinurie [5] e lo studio dei linfociti T mediante l’incorporazione di timidina tritiata in risposta a vari mitogeni e la conta dei linfociti B e T con la tecnica delle rosette. Così pubblicammo vari lavori [6-8], uno dei quali lo presentai al congresso internazionale di Nefrologia di Firenze del 1975.

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