Vaccino Anti-COVID, Colesterolo Alto e Studi Recenti

La proliferazione di studi osservazionali di buona qualità sui possibili effetti avversi della vaccinazione anti-COVID ha aumentato notevolmente le nostre conoscenze, non solo in tema di miocardite e pericardite, ma anche, più recentemente, di ipertensione arteriosa.

Molte persone sono spaventate da queste complicanze e si sottopongono mal volentieri e in molti casi rifiutano la vaccinazione.

Ipertensione e Vaccinazione Anti-COVID: Cosa Dicono gli Studi?

Secondo alcuni recenti studi, l’incidenza di un significativo incremento pressorio dopo vaccinazione sarebbe intorno al 3,2% di tutte le vaccinazioni (IC 95%: 1.62-6.21). L’incidenza di serie urgenze ipertensive o ipertensione in stadio III sembra essere intorno allo 0,6%.

In una Research Letter pubblicata su Hypertension, Meylan e coll. hanno descritto per la prima volta una serie di 9 pazienti, 8 dei quali affetti da ipertensione arteriosa ben controllata dal trattamento, sottoposti a vaccinazione con Pfizer (Comirnaty) o Moderna (Spikevax).

Nelle ore o giorni successivi alla vaccinazione, la pressione arteriosa è aumentata in modo variabile da individuo a individuo, fino a livelli di 220 mmHg per la sistolica, e fino a 115 mmHg per la diastolica.

Successivamente, sono stati pubblicati i risultati relativi a 287 soggetti sottoposti a vaccinazione anti-COVID-19, nei quali la pressione arteriosa è stata misurata all’interno di un intervallo compreso tra i 15 minuti prima e 15 minuti dopo la vaccinazione.

Ovviamente, questi risultati non escludono la possibilità che l’incremento pressorio riportato possa essere imputabile a fattori emotivi legati alla vaccinazione.

Analisi dei Dati su Operatori Sanitari

Abbiamo quindi condotto una survey di operatori sanitari sottoposti a vaccinazione con vaccino Pfizer. Questi soggetti hanno controllato la pressione arteriosa a domicilio prima e dopo la vaccinazione.

Abbiamo predefinito un incremento della pressione sistolica pari o superiore ai 10 mmHg tra i 5 giorni prima della vaccinazione ed i 5 giorni seguenti la vaccinazione come clinicamente significativo.

Complessivamente, abbiamo analizzato 113 soggetti di età media 43 anni (73% donne) con una storia di ipertensione arteriosa nel 18% dei casi.

Un incremento significativo dei valori pressori sistolici è stato osservato in 6 soggetti (5.3%). In 4 soggetti è stato necessario modificare al rialzo la terapia antipertensiva.

Due soggetti hanno mostrato un analogo incremento dei valori di pressione arteriosa anche dopo la seconda dose di vaccino.

Dati dal Database EudraVigilance dell’EMA

Risultati interessanti stanno emergendo, sia pure con tutte le cautele del caso, dalle analisi di grossi database amministrativi. Karla Lehmann ha analizzato il database EudraVigilance dell’EMA.

Come è noto, si tratta di un database che riporta tutte le segnalazioni, trasmesse in forma anonima, di eventi avversi in associazione con le vaccinazioni anti-COVID.

Non si tratta, dunque, di un trial clinico. Non è possibile identificare i singoli pazienti e non è possibile valutare tutti i potenziali fattori che potrebbero interferire sull’associazione tra vaccinazione ed ipertensione.

Un incremento acuto dei valori di pressione arteriosa (‘crisi ipertensiva’) era comunque presente in ben 6130 segnalazioni, pari al 2.9% di tutte le somministrazioni del vaccino Pfizer, con ben 29 decessi (0,47%) tra i soggetti per i quali era partita la segnalazione di crisi ipertensiva.

Purtroppo, non erano noti i valori pressori misurati prima e dopo la vaccinazione, ma si ritiene che la segnalazione di ‘crisi ipertensiva’ abbia riguardato solo i soggetti con reale e considerevole incremento pressorio.

Sono seguite le segnalazioni di ‘tachicardia’ (n = 5788 con lo 0.7% di decessi) e aritmie (n = 1809 con il 4.1% di decessi).

Meta-Analisi di Studi Osservazionali

Abbiamo recentemente completato una meta-analisi di studi osservazionali, pubblicati su riviste ‘peer-review’ entro il 22 Febbraio 2022 e senza limitazioni di lingua, che hanno riportato un incremento pressorio clinicamente importante come evento potenzialmente avverso del vaccino anti-COVID.

Gli studi sono stati selezionati attraverso MEDLINE, Scopus, Web of Science, e CINHAL, usando le parole chiave “SARS-CoV-2”, “COVID-19”, “2019-ncov”, “coronavirus”, “blood pressure”, “hypertension”, e “adverse events”.

Sei studi sono entrati nell’analisi finale, per un totale di 357.387 soggetti e ben 13.444 casi di incremento dei valori pressori associato alla vaccinazione.

Dopo esclusione dei due studi ‘outliers’ in entrambe le direzioni, l’incidenza di importante incremento pressorio dopo vaccinazione è risultata del 3,2% (intervallo di confidenza al 95%: 1.62-6.21).

Come Spiegare i Rialzi Pressori Post-Vaccinazione?

I dati finora ottenuti dovrebbero essere letti come ‘hypothesis generating’ e non certo come ‘certezze’.

Abbiamo bisogno di studi condotti su vaste casistiche che prevedano una misurazione standard della pressione arteriosa nei giorni immediatamente precedenti ed in quelli successivi alla vaccinazione. Dobbiamo capire quale sia la durata media dell’incremento pressorio.

Dai dati, spesso aneddotici, finora pubblicati, la durata del rialzo pressorio sembrerebbe limitata a qualche giorno o al massimo a qualche settimana.

Bisognerebbe capire quale possa essere l’approccio terapeutico più appropriato in questi pazienti.

Un aiuto nella comprensione del fenomeno ‘ipertensione da vaccino’ può venirci dalla fisiopatologia. L’angiotensina esercita importanti effetti del tutto opposti a quelli dell’angiotensina II, ossia induce vasodilatazione, inibizione dell’infiammazione ed inibizione della trombosi.

Il Ruolo della Spike Protein e dei Recettori ACE2

L’integrità strutturale e funzionale dei recettori ACE2 è dunque estremamente importante per le funzioni vitali.

Ora, è noto che la ‘spike protein’ del virus Sars-CoV-2, la cui sintesi viene indotta dai vaccini, oltre a generare una risposta immune da parte del sistema immunitario, va a legarsi con i recettori ACE2, inducendo la loro migrazione (‘internalizzazione’) verso l’interno della cellula.

Di fatto, è lo stesso processo che avviene nel corso dell’infezione da Sars-Cov-2, con la differenza che qui entra solo la ‘spike protein’, mentre in corso di infezione entra nelle cellule il virione intero, che poi si replica e si diffonde ad altre cellule.

Ne consegue, in ogni caso, una carenza di attività ACE2 sulle superfici cellulari, e pertanto una relativa carenza di angiotensinacon relativo eccesso di angiotensina II.

Miocarditi, Pericarditi e Vaccino: Qual è la Relazione?

Già le prime segnalazioni comparse in letteratura sulle miopericarditi come possibili effetti indesiderati della vaccinazione anti-COVID avevano mostrato la rarità e la sostanziale benignità del fenomeno.

I pazienti presentano generalmente dolore toracico, di solito insorgente qualche giorno dopo l’inoculazione della seconda dose di vaccino a mRNA, sopraslivellamento ST, aumento dei livelli di troponina sierica, proteina C-reattiva e peptide natriuretico atriale.

La frazione di eiezione è <50% in una piccolissima frazione di pazienti. In quelli sottoposti a risonanza magnetica è possibile riscontrare ‘late gadolinium enhancement’ ed edema.

Abbiamo pochissimi dati relativi alla biopsia miocardica, che di solito mostra qualche infiltrato flogistico con cellule T e macrofagi, eosinofili e rare plasmacellule, ma in parecchi casi questa è risultata normale.

La risoluzione è generalmente completa e spontanea entro qualche giorno. Solo nei soggetti con sintomi persistenti sono indicati farmaci antiinfiammatori non steroidei, colchicina e/o steroidi.

Dati da Studi Israeliani

I colleghi Israeliani hanno creato un efficiente sistema di monitoraggio degli effetti della vaccinazione anti-COVID, segnatamente del vaccino Comirnati (Pfizer).

Circa 884.000 soggetti vaccinati (‘casi’) sono stati messi a confronto con circa 884.000 soggetti non vaccinati (‘controlli’) omogenei per età, sesso, stato socioeconomico, etc).

Inoltre, circa 173.000 soggetti positivi al COVID (‘casi’) sono stati messi a confronto con circa 173.000 soggetti negativi (‘controlli’). Tutti sono stati seguiti per circa 21 giorni di follow-up sia dopo la prima che dopo la seconda dose di vaccino (totale 42 giorni).

Si sono verificati solo 3 casi di miocardite (e 1 solo caso di pericardite) in più su 100.000 soggetti tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati (entrambi i gruppi negativi al COVID), così come 11 casi di miocardite ed 11 di pericardite in più tra i positivi al COVID rispetto ai negativi al COVID (entrambi i gruppi non vaccinati).

Un’altra analisi dei dati Israeliani ha esaminato 54 casi di miocardite su 2,5 milioni di soggetti seguiti per 42 giorni complessivi.

L’incidenza globale di miocardite (aggiudicata da cardiologi secondo criteri standard) è stata di 2,1 per 100.000 (4,2 nei maschi; 0,2 nelle femmine).

In particolare, è stata pari a 5,5 casi per 100.000 tra i 16 e i 29 anni ed a 1,1 casi per 100.000 dai 30 anni in su. Il picco massimo di casi di miocardite è stato di 10,7 casi per 100.000 tra i soggetti maschi di età 16-29 anni.

In generale, l’incidenza di miocardite è stata maggiore dopo la seconda dose (1,61/100.000/21 giorni) rispetto alla prima dose (0,51/100.000/21 giorni).

Tra questi 54 casi di miocardite, solo 1 paziente ha presentato shock cardiogeno ed un ulteriore paziente, già affetto da cardiopatia preesistente, è morto per cause imprecisate dopo la dimissione.

Altre analisi dei colleghi Israeliani hanno mostrato che l’eccesso di miocardite era concentrato essenzialmente nei primi 5-7 giorni dopo la seconda dose di vaccino, e nelle età più giovanili.

Dati da VAERS (USA) e Studi Europei

Va citato il database VAERS (Vaccine Adverse Event Reporting System), che ha raccolto, negli USA, segnalazioni su 354.100.845 vaccinazioni totali in soggetti di età >12 anni vaccinati con Pfizer-BioNTech o nRNA-1273 Moderna.

Ci sono stati 1626 casi aggiudicati di miocardite (0,8 per 100.000) secondo criteri ‘Center for Disease Control’.

Esistono anche importanti studi Europei. Ad esempio, 23.122.522 soggetti vaccinati con Pfizer (BNT162b2), mRNA-1273 (Moderna) e AZD1222 (Astra-Zeneca) in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia sono stati seguiti per 28 giorni di follow-up complessivi (dopo 1° e 2° dose).

Ben 4.308.454 soggetti non vaccinati hanno rappresentato il gruppo di controllo. Vi sono state 1077 miocarditi totali.

Anche questo studio ha confermato un lieve eccesso di incidenza di miocarditi tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati (4-7 eventi in eccesso su 100.000 vaccinazioni con il vaccino Pfizer, e 9-28 eventi in eccesso con il vaccino Moderna).

Meta-Analisi Recente sul Lancet Respiratory Medicine

Una recentissima meta-analisi pubblicata sul Lancet Respiratory Medicine, relativa a 22 studi per un totale di 405.272.721 dosi di vaccino, ha mostrato:

  1. Un’incidenza di mio-pericardite tendenzialmente più bassa con i vaccini COVID rispetto ai vaccini non-COVID (1,6 versus 5,6 casi/100.000; p=n.s.).
  2. Un’incidenza di mio-pericardite significativamente più alta con i vaccini mRNA rispetto ai vaccini non mRNA (2,26 Vs.

Benefici della Vaccinazione Anti-COVID: Un Confronto Essenziale

I vantaggi della vaccinazione sulla non vaccinazione in termini di ospedalizzazioni prevenute e di gravi complicanze del COVID-19 restano fuori discussione.

Nella fascia di età più a rischio di miocardite da vaccino (12-29 anni), per ogni 100.000 vaccinati, a fronte di circa 4 casi in più di miocardite abbiamo 56 ospedalizzazione in meno, 13,8 ammissioni in terapia intensiva in meno e 0,6 decessi in meno.

Non dobbiamo dimenticare di mettere a confronto diversi gruppi di soggetti (vaccinati contro non vaccinati, COVID contro non COVID) prima di trarre conclusioni sulla possibile associazione tra vaccinazione COVID e miocardite.

Il tasso di miocardite in soggetti non affetti da COVID e non vaccinati non è zero, ma è pari a circa 0,33 casi per milione per giorno (98 casi su 296.377.727 giorni-persona), contro 0,78 casi per milione per giorno nei vaccinati (117 casi per 149.786.065 giorni-persona).

Fake News sui Vaccini Anti-COVID: Facciamo Chiarezza

Nel mondo, una persona su 3 ha dichiarato di non fidarsi dei vaccini contro il COVID-19. Secondo diversi studi, questo è dovuto in gran parte alla diffusione di concetti errati, spesso derivanti dalla carenza di chiarimenti alle perplessità delle persone.

Purtroppo, infatti, l’incertezza è terreno fertile per le bufale. Per questo è importante sfatare i falsi miti che circolano sull’argomento e chiarire i dubbi.

"Il vaccino è inutile perché l'immunità dura poche settimane"

Secondo gli studi effettuati sui vaccini, la protezione dei vaccini contro il COVID-19 dura diversi mesi. Questa durata potrebbe essere ancora superiore: gli scienziati stanno indagando su questo aspetto e della possibile utilità dei richiami, come avviene ad esempio per l’antitetanica e altre vaccinazioni.

"Il vaccino è inutile perché non uccide il virus e non blocca l'epidemia"

È vero, il vaccino non uccide il virus, ma non è questa la sua funzione e può comunque rallentare e bloccare l’epidemia. Il sistema immunitario agisce in modo specifico contro i patogeni: per fare questo, nel momento in cui li riconosce, produce anticorpi tagliati su misura.

Lo sviluppo di questi globuli bianchi specifici richiede diversi giorni. Il vaccino consente al sistema immunitario di prendersi questo tempo della preparazione con anticipo, in modo che sia subito pronto in caso di infezione.

Questo fa sì che il virus non riesca a replicarsi e rafforzarsi.

"Il vaccino è inutile perché SARS-CoV-2 è già mutato"

I vaccini fanno sì che il corpo si prepari a riconoscere la proteina spike, la porzione del virus che gli consente di attaccarsi alle cellule e invaderle.

Il vaccino sarebbe inefficace soltanto se la proteina spike fosse molto diversa e quindi irriconoscibile dagli anticorpi; ma questo renderebbe il virus incapace di legarsi alle cellule e provocare la malattia.

Velocità di Approvazione dei Vaccini: Un Compromesso sulla Sicurezza?

Un vaccino richiede, in media, quasi 11 anni per l’approvazione. Quelli contro il COVID-19 hanno richiesto meno di un anno, ma le fasi di verifica di sicurezza ed efficacia dei vaccini anti COVID-19 sono state uguali a quelle seguite per tutti i medicinali.

Tutti i vaccini anti COVID-19 hanno superato le prove di efficacia e sicurezza: dalla sperimentazione preclinica, in cui gli scienziati verificano l’eventuale tossicità del farmaco su singole cellule o microrganismi e poi su piccoli animali con caratteristiche molto simili a noi, alla terza fase della sperimentazione clinica, in cui i benefici del farmaco cono confrontati con placebo e nessun tipo di trattamento.

Perché i Vaccini sono Stati Sviluppati Così Rapidamente?

Gli studi per vaccini a mRNA (RNA messaggero) e dei coronavirus erano già iniziati. La tecnologia a mRNA era in sviluppo dal 2002, per cui non è stato necessario lavorarci molto per ottenere risultati.

I social media hanno aiutato a reclutare velocemente i volontari.

Non si è badato a spese. Governi e privati hanno finanziato abbondantemente gli studi sul tema, così che i ricercatori hanno avuto subito a disposizione tutte le risorse per svolgere gli studi al meglio.

Alcune fasi della sperimentazione sono state svolte in parallelo, consentendo di risparmiare tempo.

I vaccini sono stati subito disponibili anche perché la loro produzione è iniziata prima dell’approvazione.

Rapporto Rischi-Benefici dei Vaccini Anti-COVID

Il rapporto rischi-benefici di tutti i vaccini attualmente in uso è decisamente favorevole, come ribadito dall’EMA (Agenzia europea dei medicinali) e dall’AIFA (Agenzia Italiana del FArmaco).

Effetti collaterali leggeri e transitori (della durata di massimo 2 giorni) nella quasi totalità dei casi. La probabilità di insorgenza di ciascuno di questi effetti collaterali varia a seconda del vaccino.

Quanto ai casi gravi, si tratta principalmente di reazioni allergiche che si verificano entro un’ora dalla somministrazione, motivo per cui a chi si vaccina è richiesto di restare in osservazione per 15 minuti (o 60 in caso di precedenti casi di reazioni allergiche gravi come shock anafilattici).

Cosa Contengono i Vaccini Anti-COVID?

I vaccini anti COVID-19 contengono i principi che consentono al nostro sistema immunitario di riconoscere e reagire prontamente al virus e sostanze che li preservano e ne facilitano l’azione. Non c’è traccia di mercurio, tessuto fetale, impianti elettronici o talidomide.

L’equivoco sul tessuto fetale deriva dal fatto che per produrre alcuni vaccini (tra cui AstraZeneca, Johnson&Johnson, epatite A e varicella) sono state impiegate cellule derivanti da due feti abortiti risalenti agli anni ‘70-‘80: si tratta di cellule che ormai non hanno alcun residuo di tessuto fetale.

Come Funzionano i Diversi Tipi di Vaccini?

Vaccini con tecnologia a mRNA (Pfizer/BioNTech e Moderna). L’mRNA (RNA messaggero) usato è la parte di codice genetico del virus che contiene le istruzioni per produrre l’antigene.

Vaccini a vettore virale (AstraZeneca e Johnson & Johnson). Sfruttano uno dei meccanismi più classici dei vaccini: un microrganismo reso incapace di riprodursi, in modo che sia inoffensivo ma il suo involucro attivi il sistema immunitario.

Vaccinazione Post-Infezione da COVID-19

I vaccini sono indicati anche per chi è già stato infettato dal nuovo coronavirus, quindi non occorre fare test per rilevare eventuali anticorpi contro Sars-CoV-2 prima della vaccinazione.

COVID-19 e Ipercolesterolemia Familiare

È ormai appurato che le persone con ipercolesterolemia familiare possano essere più soggette a complicanze acute da COVID-19 rispetto alle persone sane di età simile, come hanno recentemente evidenziato tre ricercatori.

Per questo motivo gli specialisti dell'International Lipid Expert Panel (ILEP) e i rappresentanti di FH Europe, il network europeo delle associazioni di pazienti, hanno organizzato una serie di incontri online.

Terapia Ipolipemizzante e Infezione da SARS-CoV-2

Il gruppo di studio si è posto una prima domanda: la terapia ipolipemizzante ha degli effetti benefici sull'infezione da SARS-CoV-2? È ancora presto per affermarlo con certezza, ma sembra di sì: due studi su malattie provocate da virus appartenenti alla stessa famiglia del SARS-CoV-2 (la bronchite infettiva aviaria e il deltacoronavirus suino) hanno evidenziato che la riduzione farmacologica del colesterolo potrebbe bloccare sia l'attacco del virus che la sua capacità di replicarsi e legarsi alle cellule ospiti.

Come abbiamo visto, i pazienti con FH hanno, ad ogni età, un rischio maggiore di manifestare un decorso grave da COVID-19. Ciò è dovuto al fatto che queste persone sono soggette a un elevato rischio di malattie cardiovascolari, che all'età di 20-40 anni può essere fino a 100 volte superiore rispetto ai soggetti sani.

Gestione dei Pazienti con FH Durante l'Emergenza COVID-19

I farmaci ipolipemizzanti sono generalmente sicuri nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2, perciò il trattamento con le statine deve proseguire.

In caso di insorgenza di sintomi muscolari, i pazienti con FH devono essere gestiti sulla base delle raccomandazioni disponibili per l'intolleranza a questi farmaci. Non ci sono controindicazioni all'uso di statine con clorochina e idrossiclorochina.

Nei pazienti che non raggiungono il target terapeutico di colesterolo LDL con le statine ad alta intensità, nonché in quelli intolleranti, si raccomanda la terapia con ezetimibe e inibitori del PCSK9: attualmente, infatti, non vi sono prove di eventuali interazioni di questi farmaci con altri medicinali che potrebbero essere usati per curare il COVID-19.

Aferesi delle Lipoproteine nei Pazienti con HoFH

Alcuni pazienti con FH a rischio molto elevato, compresi quelli con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH), potrebbero avere la necessità di sottoporsi, ogni una o due settimane, all'aferesi delle lipoproteine: cosa fare se questo trattamento non è accessibile?

La procedura può essere posticipata in sicurezza per un massimo di due mesi, con un uso intensivo di terapie ipolipemizzanti e un rigoroso monitoraggio dei sintomi.

Vi sono poi farmaci orali alternativi, quali la lomitapide, che permettono la riduzione, e spesso anche la sospensione, dell’aferesi delle lipoproteine.

Nuove Strategie Terapeutiche: Inclisiran

Il Centro Cardiologico Monzino ha arruolato i primi tre pazienti che, nell’ambito dello studio multicentrico internazionale Victorion-2P, riceveranno Inclisiran, il farmaco che Eugene Brauwnwald, padre della cardiologia moderna, ha definito il futuro “vaccino anti-infarto”.

Inclirisan è il primo farmaco di una nuova classe che, in studi clinici precedenti, ha già dimostrato di poter abbassare del 50% i livelli di LDL-C sia in pazienti con malattia cerebrovascolare che in pazienti con malattia polivascolare. In questi soggetti, anche la terapia con statine, pur alla massima dose tollerata, non aveva ottenuto del tutto l’obiettivo.

Inclirisan è stato definito come una delle innovazioni più importanti in ambito di prevenzione cardiovascolare nel nuovo millennio ed è capostipite di una nuova classe di farmaci anticolesterolo, che agiscono con un meccanismo di “silenziamento genico”. Si tratta di molecole che interferiscono in modo mirato su specifici target, disattivandoli, e dunque, per così dire, mettendoli a tacere. Inclirisan è ancora più interessante perché silenziando una sequenza di RNA messaggero (mRNA) a livello della cellula del fegato, innesca una riduzione molto importante dei valori di colesterolo.

Inclirisan è un farmaco di precisione: viene iniettato sottocute, come avviene ad esempio per l'eparina, e va direttamente a un bersaglio specifico senza coinvolgere altri target in diversi punti dell'organismo. Per questo è ben tollerato e provoca effetti collaterali più lievi rispetto alle statine ad alte dosi.

La tabella seguente riassume i principali vaccini anti-COVID approvati in Europa e le loro caratteristiche:

Vaccino Piattaforma Produttore
Comirnaty mRNA Pfizer-BioNTech
Spikevax mRNA Moderna
Vaxzevria Vettore virale AstraZeneca
Janssen Vettore virale Johnson & Johnson
Nuvaxovid Subunità proteica Novavax

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