Il tumore al seno si sviluppa a causa di una moltiplicazione incontrollata di cellule anomale della ghiandola mammaria, che può estendersi ai tessuti circostanti e creare metastasi in altri organi.
Per trattare adeguatamente un tumore è importantissimo il processo di diagnosi, effettuata quanto più precocemente possibile.
Se diagnosticato allo stadio iniziale, la percentuale di guarigione è alta, fino al 98% a 5 anni, mentre decresce negli stadi più avanzati.
Diagnosi Precoce e Strumenti Diagnostici
Strumento fondamentale è la mammografia, una metodica radiologica che permette di evidenziare noduli anche molto piccoli, non ancora palpabili all’esame manuale o gruppi di microcalcificazioni che potrebbero essere la spia di una patologia mammaria.
A supporto della mammografia, e soprattutto nelle pazienti più giovani, si impiega l’ecografia, che utilizza le riflessioni di un fascio di ultrasuoni per formare un’immagine accurata del tessuto mammario.
L’agobiopsia, invece, permette di prelevare dal nodulo mammario alcuni campioni di tessuto utilizzando un ago, previa iniezione di anestetico locale.
In Italia, il programma di prevenzione del tumore della mammella offre a tutte le donne di età compresa tra 45 e 74 anni un esame mammografico gratuito ogni 2 anni (screening mammografico), a cui la popolazione femminile è invitata a partecipare.
Trattamenti e Stadiazione del Tumore
La malattia può presentarsi in diverse forme istologiche (in situ o infiltrante) e a diversi stadi (definiti da dimensione del tumore, interessamento dei linfonodi o metastasi a distanza).
Le strategie terapeutiche constano in trattamenti loco-regionali (come chirurgia e radioterapia) e terapie adiuvanti (chemioterapia, ormonoterapia, terapia a bersaglio molecolare) che vengono attuate a seguito dell’intervento, allo scopo completare il trattamento loco-regionale.
La scelta della terapia adiuvante più adatta al singolo caso dipende dal profilo del tumore e dunque dal rischio individuale che il tumore si ripresenti o che si sviluppino metastasi.
Nelle forme di tumore localizzate si procede alla rimozione chirurgica del tumore e di una piccola parte del tessuto circostante.
In questo caso gli specialisti cercano sempre di ricorrere a una chirurgia di tipo conservativo (quadrantectomia), che garantisce i migliori risultati estetici, soprattutto quando associata a tecniche di rimodellamento del tessuto ghiandolare residuo secondo tecniche di chirurgia plastica/estetica.
Se il tumore è più grosso, in rapporto alle dimensioni della mammella, oppure diffuso in più quadranti, potrebbe essere necessario asportare tutta la mammella (mastectomia) e effettuare una ricostruzione con protesi, solitamente contestuale all’intervento demolitivo.
Se la diagnosi è di tumore non infiltrante (tumore in situ), l’intervento chirurgico prevede l’asportazione del tumore garantendo un minimo margine di tessuto sano intorno (quadrantectomia o mastectomia in base alla estensione della malattia).
Se la diagnosi, invece, è di tumore infiltrante, la paziente verrà sottoposta prima ad esami di stadiazione (ecografia addome, Rx torace, PET e/o TC, scintigrafia ossea), per valutare l’estensione della malattia anche in altri organi e definire i trattamenti successivi.
Il Ruolo della Scintigrafia Ossea
La scintigrafia ossea, così come l’ecografia epatica e la radiografia del torace, servono effettivamente a identificare l’eventuale presenza di metastasi rispettivamente alle ossa, al fegato o ai polmoni, ma in molti centri questi esami vengono eseguiti di routine, al momento della diagnosi e nel follow up.
Non bisogna dimenticare infatti che questi esami se da una parte servono a diagnosticare la presenza delle metastasi, dall’altra sono necessari per escluderla.
Dunque se vengono eseguiti insieme agli altri esami diagnostici è per effettuare una corretta stadiazione del tumore, cioè per poter definire le dimensioni del nodulo e stabilire l’esistenza o meno di localizzazioni a distanza.
L’utilizzo principale di questo esame nelle pazienti con tumore al seno è la ricerca di metastasi ossee e/o di alterazioni degenerative (per es.
Durante l’esame viene iniettata in vena una sostanza marcata con isotopi radioattivi, chiamata anche radiofarmaco.
La durata dell’esame è di circa 3 ore e mezza.
L’esame è indolore e non comporta rischi particolari.
Il radiofarmaco è in genere ben sopportato dai pazienti.
E’ consigliato bere in abbondanza anche dopo la fine dell’esame per aiutare l’eliminazione definitiva del radiofarmaco.
Ulteriori Terapie e Approcci
A seguito dell’asportazione del tumore, viene utilizzata una terapia fisica per diminuire il rischio che la patologia si ripresenti: la radioterapia. Questo accade nella quasi totalità dei casi sottoposti a chirurgia conservativa ed in casi selezionati dopo mastectomia (tumori grossi o con importante malattia nei linfonodi).
La radioterapia, consente di prevenire la formazione di nuovi carcinomi e diminuire il rischio di recidiva sulla zona trattata, mediante l’utilizzo di radiazioni ionizzanti (generalmente i raggi x) per eliminare le cellule tumorali residue e sterilizzare la zona adiacente la neoplasia (sede dell’80% dei casi delle recidive), impedendo così una nuova proliferazione di cellule malate a livello locale.
La zona trattata dalla radioterapia viene stabilita in base al tipo di chirurgia mammaria, alle caratteristiche biologiche del tumore e all’interessamento o meno dei linfonodi.
La terapia ormonale è utile per quei tumori che risultano positivi alla presenza sulla superficie cellulare dei recettori per gli estrogeni e/o per il progesterone.
La chemioterapia consiste nella somministrazione di più farmaci, generalmenteper via endovenosa (ma in alcuni casi anche tramite compresse), in modo tale che il farmaco, trasportato dal flusso sanguigno, si diffonda nell’organismo e vada ad aggredire le cellule cancerose.
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