La complessità delle patologie cerebrali in grado di provocare disturbi della memoria, sia organiche che funzionali e/o iatrogene, risulta sicuramente impegnativa. Stante l’aumento della vita media e della percentuale di persone >65 anni, il rischio di considerare tutti i deficit della memoria come conseguenza di un quadro dementigeno certamente appare potenzialmente possibile. Da qui la necessità di una corretta diagnosi, tramite apposite strategie che considerino globalmente l’aspetto cognitivo, quello neurologico, quello internistico-geriatrico nonchè quello riconducibile alla diagnostica radiologica.
Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI)
La Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) è un esame innovativo che permette di analizzare l’attività cerebrale in tempo reale, con applicazioni in neurologia, neurochirurgia e ricerca neuroscientifica. La Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) è un avanzato esame di imaging che consente di analizzare l’attività del cervello in tempo reale, monitorando il flusso sanguigno cerebrale. Questo esame si basa sul principio che le aree del cervello più attive consumano più ossigeno e ricevono quindi un maggior afflusso di sangue.
La fMRI utilizza campi magnetici e onde di radiofrequenza, come la Risonanza Magnetica tradizionale (RM), ma si concentra sulle variazioni del flusso sanguigno cerebrale legate all’attività neuronale. Come la RM tradizionale, la fMRI è un esame sicuro, in quanto non utilizza radiazioni ionizzanti. Durante l’esame, il paziente viene fatto sdraiare all’interno dello scanner RM, dove gli vengono richieste specifiche attività, come muovere una mano, leggere parole o risolvere problemi matematici.
Diagnosi Differenziale e Atrofia Cerebrale
La diagnosi differenziale, specie nei Pazienti con tendenza alle cadute, è quella di distinguere quanto tale sintomatologia sia riconducibile ad un problema di deterioramento cognitivo e quanto, invece, a lesioni post-traumatiche. La segnalazione fa proprio riferimento a tale quesito diagnostico differenziale, valutando la perdita di volume cerebrale regionale (tramite Risonanza Magnetica Nucleare Cerebrale) nelle persone con trauma cranico che presentavano anche compromissione cognitiva.
I volumi del cervello sono stati confrontati con un database normativo per determinare l’estensione dell’atrofia. Sono state eseguite correlazioni tra queste regioni ed i risultati dei test globali di cognizione. I risultati ottenuti hanno evidenziato come più regioni cerebrali abbiano dimostrato una perdita di volume nel trauma cerebrale, in particolare il diencefalo ventrale, il putamen ed il pallido con minore entità di atrofia nei lobi temporali e nel tronco encefalico. Le strutture dei lobi hanno mostrato le più forti correlazioni tra atrofia e punteggi più bassi su MMSE e MoCA.
Le persone con storia di trauma mostrano atrofia cerebrale regionale. Molte di queste aree, come il talamo e i lobi temporali, sono anche correlate alla funzione cognitiva. L’atrofia del morbo di Alzheimer era meno probabile data la relativa riduzione e la minore atrofia nelle aree dell’ippocampo.
Malattia di Alzheimer e Risonanza Magnetica
Nell’immaginario collettivo c’è l’idea, errata, della risonanza magnetica come strumento definitivo per porre diagnosi di demenza degenerativa come l’Alzheimer. Questo non è assolutamente vero. Deve essere ben chiaro che la diagnosi di una forma degenerativa di demenza si pone assemblando molti dati diversi, componendo una specie di puzzle.
Fra le varie caselle da considerare ci sono quelle riguardanti l’anamnesi, ovvero il colloquio con il paziente ed i parenti per valutare la tipologia dei disturbi, la loro evoluzione nel tempo, la loro influenza sulle attività di vita quotidiana e così via. Saranno poi importanti la visita medica, gli esami di laboratorio ma soprattutto l’esecuzione di test neuropsicologici specifici. Oltre a tutto ciò, come detto, sarà opportuno eseguire un esame di neuroimmagine.
Esami di Neuroimmagine
La prima è di più facile esecuzione sia perchè facilmente disponibile, sia perchè è di esecuzione più veloce e quindi meglio tollerata anche da pazienti poco collaboranti. E’ da segnalare che se condotta con alcuni accorgimenti particolari può anche dare informazioni aggiuntive sulle demenze degenerative: l’integrazione dell’esame standard con immagini ulteriori prescritte con modalità specifiche possono permettere al neuroradiologo l’esecuzione di alcune misurazioni.
Si tratta di eseguire in sostanza una valutazione delle dimensioni della testa dell’ippocampo per confrontarla tramite opportune tabelle con le dimensioni attese negli individui sani di pari età. E’ fondamentale che tali misurazioni siano eseguite nel modo corretto, secondo precisi dettami, da un neuroradiologo esperto. La Risonanza Magnetica fornisce delle opportunità ulteriori, per quanto sia un po’ più complessa da eseguire. Potranno con essa essere visualizzati con accuratezza tutta una serie di possibili danni parenchimali cerebrali che denunciano possibili demenze causate da disturbi metabolici. Inoltre permette di ottenere alcune misurazioni cosiddette morfometriche: si potrà valutare ancora una volta il grado di trofismo delle teste ippocampali attraverso opportune scale di valutazione ma anche il grado di atrofia corticale globale.
Nuovi Strumenti di Valutazione
Analizzando i danni al tessuto cerebrale utilizzando un nuovo strumento di valutazione della risonanza magnetica, i ricercatori hanno identificato con precisione le persone con segni precoci di declino cognitivo fino al 70% delle volte. L’approccio utilizza la risonanza magnetica per identificare e misurare il numero e le dimensioni dei punti luminosi sulle immagini per lo più grigie del cervello. Questi punti sono stati a lungo collegati alla perdita di memoria e ai problemi emotivi, soprattutto con l’avanzare dell’età. I punti luminosi visti sulle scansioni MRI rappresentano buchi pieni di liquido nel cervello.
Il nuovo strumento si chiama toolbox per l’iperintensità della sostanza bianca. È stato sviluppato da Chen e dai suoi colleghi della NYU Grossman School of Medicine. Per questo studio, Chen e i suoi colleghi hanno selezionato in modo casuale 72 scansioni MRI da un database nazionale di adulti di età pari o superiore a 70 anni. Tutti questi anziani avevano partecipato all’Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative.
Le misure della materia bianca nel cervello da sole non sono sufficienti per diagnosticare la demenza precoce, ha detto Chen. Esse dovrebbero invece essere considerate insieme ad altri fattori. I ricercatori hanno detto che hanno in programma di ampliare e testare il loro strumento di misurazione su 1.495 scansioni cerebrali in più.
Differenziare Alzheimer da Lesioni Traumatiche
L’imaging con risonanza magnetica (MRI) permette di distinguere le lesioni cerebrali dovute alla Malattia di Alzheimer dalle lesioni cerebrali traumatiche che provocano perdita di memoria. Per valutare l’efficacia dell’uso dell’imaging con risonanza magnetica nella diagnosi differenziale di Malattia di Alzheimer, Cyrus Raji e colleghi del Mallinckrodt Institute of Radiology, dell’Università di Washington a St. Louis, hanno condotto uno studio.
Per ogni paziente è stata eseguita una risonanza magnetica, la sequenza volumetrica in 3D è stata analizzata con il software di valutazione cerebrale volumetrica Neuroreader. I risultati hanno mostrato che le lesioni traumatiche provocavano un danno maggiore al livello del diencefalo ventrale, una regione del cervello associata all’apprendimento e alle emozioni. Raji conclude: “Penso che alle persone anziane con perdita di memoria venga diagnosticata quasi per default la malattia di Alzheimer”.
Risonanza Magnetica e Memoria di Lavoro
Con la risonanza magnetica è possibile individuare piccole anomalie collegate allo sviluppo di deficit della memoria di lavoro prima che siano rilevabili con i test cognitivi. La memoria di lavoro - la nostra capacità di memorizzare temporaneamente parti di informazioni - è fondamentale sia per le attività quotidiane, come la composizione di un numero di telefono, sia per altre attività più impegnative, come fare di conto e prendere appunti puntuali.
L'efficienza della memoria di lavoro è spesso misurata con test cognitivi, come la ripetizione di elenchi di numeri in ordine inverso o il ricordo di sequenze di punti su uno schermo.In un nuovo studio pubblicato su “The Journal of Neuroscience”, gli scienziati hanno dimostrato la possibilità di prevedere la futura memoria di lavoro dei bambini e degli adolescenti esaminando le scansioni cerebrali di due diversi tipi di imaging a risonanza magnetica (MRI), invece di guardare solo ai test cognitivi. Henrik Ullman, specializzando presso il Karolinska Institut di Stoccolma e autore principale dell'articolo, dice che questo è stato il primo studio che tenta di utilizzare la risonanza magnetica per predire la funzionalità futura della memoria di lavoro.
Nello studio i ricercatori hanno eseguito test cognitivi standard e scansioni su 62 soggetti di età compresa tra i sei e i 20 anni. Le scansioni MRI hanno misurato la densità delle diverse strutture cerebrali e anche l'attività cerebrale durante uno dei test sulla memoria di lavoro. Due anni dopo, i soggetti sono stati nuovamente sottoposti ai test cognitivi - ma non alle scansioni - per controllare come era cambiata nel corso del tempo la capacità della loro memoria di lavoro.
I ricercatori hanno poi cercato le correlazioni tra i risultati della prima sessione di prove e scansioni e i risultati dei test cognitivi di due anni dopo. Anche se i risultati dei test cognitivi nella prima sessione erano buoni predittori della futura memoria di lavoro, i ricercatori hanno anche scoperto che includendo i risultati della MRI la capacità di predire il futuro della memoria di lavoro mogliorava rispetto ai soli risultati dei test cognitivi.
Osservando i dati sull'attività cerebrale, i ricercatori sono stati anche in grado di capire quali specifiche regioni del cervello erano associate alla memoria di lavoro attuale e futura. Mentre i soggetti eseguivano i test cognitivi, i ricercatori hanno visto un'attività elevata nella corteccia frontoparietale, notoriamente importante per la memoria di lavoro come pure per l'attenzione e la percezione. I risultati a due anni di distanza erano invece meglio previsti dall'attività nel talamo e nei nuclei della base.
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