Risonanza Magnetica per la Diagnosi di Parkinson

Per confermare una diagnosi di Parkinson può bastare una risonanza magnetica. La malattia può infatti essere rivelata in base alla mancanza di contrasto delle immagini, dovuta alla minore presenza di neuromelanina, cioè dei neuroni che producono dopamina, la cui perdita è caratteristica della malattia di Parkinson.

La malattia di Parkinson è caratterizzata dalla degenerazione cronica e progressiva delle strutture nervose, in particolare in un’area del sistema nervoso centrale detta sostanza nera. Qui si produce la dopamina, un neurotrasmettitore che facilita i movimenti volontari del corpo agendo su apposite cellule recettrici presenti nel nucleo striato.

“Nei neuroni della sostanza nera del cervello umano che producono dopamina si accumula una sostanza chiamata neuromelanina”, spiega Zecca. Questi neuroni vengono persi nella malattia di Parkinson. È stato perciò confermato che le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina costituiscono un marcatore della funzionalità dei neuroni della dopamina della sostanza nera cerebrale.

Studi e Ricerche

“Erano già stati pubblicati numerosi studi, eseguiti con la risonanza magnetica (Rm o Mri), che nelle immagini mostrano una riduzione del contrasto nella zona (sostanza nera) dove si registra la perdita di neuroni della dopamina in soggetti affetti da Parkinson. Questo fatto è stato ora dimostrato dallo studio. Numerosi studi eseguiti con immagini di risonanza magnetica (Rm o Mri) avevano rilevato una riduzione del contrasto nella zona della sostanza nera. Questo fatto è stato ora dimostrato da uno studio pubblicato da Zecca e colleghi su Proceedings of the National Academy of Sciences.

“Il metodo di risonanza magnetica della neuromelanina è stato verificato mediante correlazione con il rilascio di dopamina osservato nelle immagini della tomografia ad emissioni di positroni (Pet)”, spiega il ricercatore. Inoltre è stato convalidato con misure del flusso sanguigno, utilizzando immagini di risonanza magnetica funzionale (fMri) nella zona in cui ci sono i neuroni della dopamina”, prosegue Zecca.

È stato perciò confermato che le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina costituiscono un marcatore della funzionalità dei neuroni della dopamina della sostanza nera cerebrale.

Ulteriori Applicazioni della Risonanza Magnetica

Oltre ad agevolare la diagnosi di Parkinson, la nuova metodologia potrà essere utilizzata per ricerche su altre patologie neurologiche e psichiatriche in cui sia presente un’alterata attività della dopamina. “Abbiamo impiegato le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina per studiare pazienti con schizofrenia e soggetti con elevato rischio per le psicosi, usando sempre come confronto la Pet e la fMri”, conclude Zecca.

“In questi casi abbiamo osservato che il segnale delle immagini di risonanza magnetica della neuromelanina è correlato alla gravità delle psicosi nella schizofrenia e nei soggetti a rischio di schizofrenia. Questo suggerisce che il metodo possa diventare un marcatore del rischio per le psicosi, prima della comparsa di una manifesta schizofrenia”. Questi soggetti potrebbero così beneficiare di un trattamento tempestivo con farmaci antidopaminergici.

Uno studio dell’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr, in collaborazione con il Department of Psychiatry Columbia University Medical Center di New York, dimostra sul cervello umano che la riduzione del contrasto nelle immagini di risonanza magnetica della sostanza nera è dovuta alla perdita di neuro melanina, cioè dei neuroni che producono dopamina, legata alla malattia di Parkinson. Oltre a confermare tali diagnosi il nuovo metodo, validato mediante confronto con Pet e la fMri, è largamente disponibile negli ospedali e potrà essere utilizzato per ricerche su soggetti con schizofrenia e rischio di psicosi.

Diagnosi Precoce e Ulteriori Studi

La diagnosi precoce di Parkinson, cioè effettuata quando la malattia non è ancora asintomatica, sarebbe molto importante, perché è più probabile che le terapie potenzialmente protettive possano essere efficaci nelle fasi iniziali della malattia. Queste limitazioni possono essere superate ricorrendo alla risonanza magnetica, un esame che comporta solo l’esposizione a un campo magnetico e non a radiazioni, in grado di individuare cambiamenti nella quantità di neuromelanina, che diminuisce progressivamente con la morte dei neuroni dopaminergici.

Gli studi supportati dalla Fondazione consistono nella messa a punto di una particolare sequenza per l’acquisizione di neuroimmagini, per rendere l’esame il più sensibile (capace di individuare la malattia quando è presente) e specifico (ridurre al minimo gli errori di diagnosi) possibile. Ricordiamo che sono queste le cellule nervose che si ammalano e muoiono nella malattia di Parkinson.

La disponibilità di una metodica non invasiva e non basata sull’uso di traccianti radioattivi faciliterebbe lo studio di terapie che potenzialmente potrebbero rallentare la progressione della malattia di Parkinson. Inoltre, permetterebbe la diagnosi precoce, quando la malattia non è ancora sintomatica, tramite l’uso nei soggetti a rischio. Essa si basa sulla misurazione della neuromelanina, un pigmento scuro che si forma in seguito alla ossidazione della dopamina e che nel tempo si accumula nei neuroni dopaminergici, situati prevalentemente in una area del cervello detta sostanza nera, colore dovuto alla presenza di neuromelanina.

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