La metformina è uno dei farmaci più comunemente prescritti per il trattamento del diabete di tipo 2. Questo farmaco aiuta a ridurre i livelli di glucosio nel sangue migliorando la sensibilità all’insulina e riducendo la produzione di glucosio da parte del fegato.
Importanza della Glicemia Target
Quando si utilizza la metformina, l’obiettivo principale è mantenere i livelli di glicemia entro un intervallo target che minimizzi il rischio di complicanze a lungo termine. Idealmente, i livelli di glicemia a digiuno dovrebbero essere compresi tra 70 e 130 mg/dL.
Per i pazienti che assumono metformina, è anche importante monitorare i livelli di emoglobina glicata (HbA1c). L’HbA1c fornisce una media dei livelli di glucosio nel sangue negli ultimi due o tre mesi. Un livello di HbA1c inferiore al 7% è generalmente considerato ottimale per la maggior parte dei pazienti diabetici.
È cruciale notare che i livelli di glicemia possono variare in base a diversi fattori, tra cui l’età, la durata del diabete e la presenza di altre condizioni mediche.
Monitoraggio Regolare della Glicemia
Il monitoraggio regolare della glicemia è fondamentale per i pazienti che assumono metformina. Questo processo aiuta a valutare l’efficacia del trattamento e a fare eventuali aggiustamenti necessari. Per un monitoraggio efficace, è consigliabile misurare la glicemia a digiuno al mattino e, se necessario, anche prima e dopo i pasti. Questi dati aiutano a comprendere meglio come il corpo risponde alla metformina e ad altri fattori come l’alimentazione e l’attività fisica.
Oltre al monitoraggio della glicemia a breve termine, è importante eseguire test periodici dell’HbA1c, come menzionato in precedenza. Questi test forniscono una visione a lungo termine del controllo glicemico e possono aiutare a identificare la necessità di modifiche nella terapia o nello stile di vita.
Studi Clinici sull'Efficacia della Metformina
In uno studio che ha coinvolto partecipanti diabetici da meno di 10 anni, in terapia con metformina e con livelli di HbA1c dal 6,8 all’8,5% è stata messa a confronto l’efficacia di quattro farmaci ipoglicemizzanti di uso comune. Tutti e quattro i farmaci, quando aggiunti alla metformina, hanno ridotto i valori di HbA1c.
In questo studio clinico multicentrico, a gruppi paralleli e di efficacia comparativa, sono stati arruolati 5047 partecipanti, con diagnosi di DM2 da meno di 10 anni, con valori di HbA1c compresi tra il 6,8% e il 8,5% e in trattamento con sola metformina. I pazienti arruolati sono stati poi valutati trimestralmente e seguiti per 5 anni.
Dopo il verificarsi dell’outcome secondario, il protocollo prevedeva l’inizio di insulina glargine nei tre gruppi di trattamento non insulinico, e l’intensificazione della terapia insulinica nel gruppo di trattamento originale con glargine. I punti di forza di questo studio includono il suo design come uno studio di efficacia comparativa, nonché le sue grandi dimensioni, la popolazione diversificata e la lunga durata. Non solo, gli studi di efficacia comparativa sono ad oggi raramente eseguiti.
Uno studio ha monitorato 5.047 pazienti trattati con metformina per il diabete di tipo 2 per una media di 5 anni (età media 57 anni, oltre il 60% maschi). I ricercatori hanno assegnato in modo casuale ai partecipanti uno di quattro farmaci ipoglicemizzanti: insulina glargine U-100, la sulfonilurea glimepiride, il GLP-1 agonista liraglutide o il DPP4 inibitore sitagliptin. Sono stati valutati i livelli di emoglobina glicata (HbA1c) e gli esiti cardiovascolari, tra cui ipertensione e colesterolo.
Insulina glargine e liraglutide più efficaci su glucosio ematico. Gli esperti in genere consigliano che le persone con diabete di tipo 2 dovrebbero avere una HbA1c inferiore al 7%, per ridurre al minimo gli impatti negativi del diabete sulla salute.
A un certo punto durante il follow-up di cinque anni è stato riportato che il 71% dei partecipanti aveva un'emoglobina glicata di almeno il 7%, come anche il 60% dei soggetti con i livelli di glucosio nel sangue più bassi all'inizio dello studio (6,8%-7,2%). I ricercatori tuttavia hanno scritto che i livelli medi di glucosio nel sangue sono diminuiti durante lo studio di circa lo 0,3% rispetto al basale.
Hanno inoltre fatto presente che, mentre le combinazioni di farmaci generalmente hanno avuto effetti simili sui livelli di emoglobina glicata, insulina glargine e liraglutide hanno mantenuto i livelli target per sei mesi in più rispetto a quanti utilizzavano il farmaco che è risultato meno efficace, ovvero sitagliptin. Insulina glargine si è dimostrato l’agente più efficace nel mantenere il controllo della glicemia, con solo il 39% dei partecipanti con livelli di emoglobina glicata superiori al 7,5%.
La terapia con metformina riduce il peso corporeo e la richiesta di insulina migliora moderatamente il controllo glicemico, ma non la pressione nè il profilo lipidico e non riduce l’end point primario macro-microvascolare, ma solo quello secondario di tipo macrovascolare. Oltre il 75% dei pazienti con diabete di tipo 2 andrà incontro a decesso per complicanze cardiovascolari.
Sono stati inclusi 390 pazienti con diabete di tipo 2 (età 30-80 anni), randomizzati a ricevere placebo (n=194) o metformina (n=196). Su 390 pazienti inclusi, 277 (72%) hanno completato il trial. I due gruppi randomizzati presentavano caratteristiche simili. Tuttavia, rispetto al placebo, nel gruppo trattato con metformina l’età dei pazienti era lievemente superiore (età media 63,6 vs 59,1 anni), con un’incidenza maggiore di storia cardiovascolare (1,17 vs 0,92) e una minore frequenza di abitudine al fumo.
La dose media giornaliera di metformina variava da 2163 a 2050 mg nel trattamento a breve e a lungo termine, rispettivamente. Dopo 4,3 anni di trattamento, la differenza media tra metformina e placebo per i valori di HbA1c è stata di -0,40 punti percentuali (p<0,001), per la media dei livelli di glicemia pre e post-prandiale rispettivamente, di -5,2 mg/dL (p=0,01) e -7,9 mg/dL (p<0,01); per l’insulina plasmatica di -17,85 µUI/mL (p=0,02); per la dose giornaliera di insulina di -19,63 UI/die (p<0,001).
Rispetto a placebo, tra i trattati con metformina la differenza media di peso corporeo era pari a -3,07 kg (p<0,001), mentre quella relativa a BMI e WHR era, rispettivamente, -1,09 (p<0,001) e -0,015 (p=0,04). La metformina non è stata associata ad un miglioramento dell’end point primario. La frequenza di eventi è stata del 28% nel gruppo randomizzato a placebo rispetto al 31% nel braccio trattato con metformina.
Per quanto riguarda l’end point secondario, il tasso di eventi macrovascolari nel gruppo placebo è stato del 18% versus il 15% dei trattati con metformina. Dopo aggiustamento per età, sesso, fumo e storia di patologie cardiovascolari, l’HR per l’end point di tipo macrovascolare è stato di 0,60 (0,40-0,92; p=0,04). Il tasso di eventi microvascolari nel gruppo placebo è stato del 15% versus il 17% dei trattati con metformina.
Dopo aggiustamento per le variazioni ponderali, l’HR per l’end point secondario a livello macrovascolare era pari a 0,77 (0,55-1,09; p=0,33) rispetto a 0,60 (0,40-0,92; p=0,04) senza aggiustamento per questa variabile, mentre l’HR non si modificava se l’aggiustamento comprendeva altri fattori metabolici (es. pressione arteriosa e profilo lipidico) modificati dalla terapia con metformina.
Inoltre, in entrambi i gruppi, la perdita di controllo glicemico nel tempo risultava simile: il 14% di pazienti del braccio placebo vs il 16% dei trattati con metformina presentava un livello di HbA1c <7% alla visita finale; nel 14% dei pazienti di entrambi i gruppi, il livello di HbA1c era >8% alla visita finale rispetto a valori <7% al basale.
Questo studio sugli effetti a lungo termine della metformina in pazienti diabetici già in trattamento con insulina ha evidenziato due aspetti principali. In primo luogo, la terapia con metformina è stata associata a benefici sul peso corporeo e sulla richiesta di insulina e ad effetti moderati sul controllo glicemico, ma non sulla pressione nè sul profilo lipidico.
In secondo luogo, il trattamento con metformina non ha ridotto l’end point primario ma solo quello secondario di tipo macrovascolare. Inoltre, nonostante il controllo glicemico sia rapidamente migliorato, tale miglioramento non è stato mantenuto nel lungo termine.
Metformina come Terapia di Prima Linea
La metformina deve essere il trattamento di prima linea nel diabete di tipo 2 e, quando necessario, la terapia combinata deve inziare precocemente. Queste e altre raccomandazioni sono contenute in un documento sinottico dell’American Diabetes Association (ADA).
Secondo l’ADA, se il paziente ha una glicemia di 16,7 mmol/L (300 mg/dL) o superiore, e un livello di emoglobina glicata pari al 10% o superiore con sintomi acuti di poliuria, polidipsia o perdita di peso, bisogna prendere in considerazione una terapia combinata che comprenda l’insulina. L’ADA raccomanda anche nel caso in cui il target di HbA1c non venga raggiunto entro circa tre mesi dal trattamento di partenza, di intensificare la terapia.
Benefici della Metformina
La metformina rappresenta un farmaco evergreen, ancora attuale perché oltre a impedire molto bene l’aumento della glicemia (iperglicemia), svolge anche altri effetti extraglicemici. La metformina concorre a proteggere dal rischio cardiovascolare (che aumenta nel tempo se l’iperglicemia non viene mantenuta sotto controllo), favorisce la perdita di peso corporeo (soprattutto quando viene usata al dosaggio di 2-3 g al giorno) e - secondo numerosi studi, alcuni ancora in corso - ha un ruolo nel miglioramento della prognosi sul rischio di cancro come trattamento associato alla terapia antitumorale.
Testata sul metabolismo dell’osso, la metformina ne migliora la qualità e riduce il rischio di fratture in pazienti con diabete tipo 2. Ulteriori studi sono in corso in questi ambiti e in altri (per esempio invecchiamento e longevità, neuroprotezione, infiammazione).
Meccanismo d'Azione della Metformina
Per quanto riguarda il diabete, la metformina riduce la produzione epatica di glucosio (gluconeogenesi) e il suo assorbimento intestinale e soprattutto svolge un significativo effetto insulino-sensibilizzante nelle persone che soffrono di diabete tipo 2, cioè fa sì che l’insulina funzioni meglio. Quando la metformina è in circolo fa sì che ci sia una minore necessità di insulina e quindi quella che c’è diventa sufficiente.
Uso della Metformina negli Anziani
A differenza dei farmaci secretagoghi, la metformina non agisce direttamente sulla beta cellula e quindi sul rilascio pronto di insulina bensì sui processi controregolatori ripristinando la sensibilità insulinica dei tessuti. Pertanto il rischio di ipoglicemia legato a questo farmaco è molto basso. La metformina si è dimostrata efficace nel ridurre le complicanze sia micro sia macrovascolari legate al diabete influenzando il tasso di infarto del miocardio e la mortalità globale e relativa al diabete.
La protezione diretta sul sistema cardiovascolare è mediata dalla riduzione del tasso di trigliceridi, colesterolo LDL, peso corporeo e il livello plasmatico di alcune molecole infiammatorie coinvolte in molteplici processi legati all’invecchiamento cellulare e alla cancerogenesi.
La metformina è in grado di determinare una riduzione del peso corporeo e questo effetto è particolarmente importante negli anziani, spesso affetti da sindrome metabolica, obesità centrale, ipomobilità e osservanti un regime alimentare scorretto. Inoltre il legame minimo alle proteine del plasma e l’assenza di metaboliti attivi abbassa il rischio di interazioni farmacologiche.
L’utilizzo della metformina nell’anziano è limitato da alcune controindicazioni tra le quali l’insufficienza renale, a causa dell’aumentato rischio di acidosi lattica associato a questa condizione. Va tuttavia ricordato che questa non rappresenta una controindicazione assoluta e che l’acidosi lattica indotta da metformina è in realtà una complicanza molto rara, stimata tra l’1 su 23.000-30.000 persone/anno rispetto all’1 su 18.000-21.000 persone anno che utilizzano antidiabetici diversi dalla metformina.
Dati della letteratura indicano però che il passaggio da metformina ad altri farmaci ipoglicemizzanti in pazienti affetti da insufficienza renale moderata conduce a un aumentato rischio di ipoglicemia o scompenso cardiaco. Metanalisi dimostrano che anche se la sua clearance si riduce in presenza di insufficienza renale, la metformina resta nel range terapeutico fino a valori di clearance superiori a 30 ml/min senza influenzare i livelli plasmatici di lattati.
Tabella: Uso della Metformina e Funzionalità Renale
| GFR (ml/min/1.73 m2) | Raccomandazioni |
|---|---|
| 3b30-45 | 1000 Non introdurre in terapia in questo stadio; possibile continuare il farmaco se già introdotto. Evitare se è atteso un peggioramento della funzione renale o se essa è instabile. |
Nausea, vomito e diarrea restano gli effetti avversi più frequentemente associati al farmaco anche se generalmente moderati e transitori.
In conclusione, sulla base delle evidenze attuali e dei diversi obiettivi terapeutici da perseguire nel paziente anziano, osservando alcuni accorgimenti la metformina, nonostante sia sul mercato da oltre 50 anni e nonostante la disponibilità di nuovi farmaci ipoglicemizzanti, resta un farmaco estremamente maneggevole, economico, dall’ottimo profilo farmacocinetico e utile in termini di prevenzione cardiovascolare.
A oggi, nessuna terapia può esser considerata sicura a priori nel paziente diabetico anziano; le 5 principali variabili che condizionano la scelta terapeutica sono integrità cognitiva e motoria, profilo di rischio cardiovascolare, patologie coesistenti, complicanze legate al diabete e grado di dipendenza dal caregiver.
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