Non è un segreto che la parola “colonscopia” generi una certa apprensione. È un esame che molti evitano per paura del dolore o del disagio, nonostante sia fondamentale per lo screening del cancro colorettale. Tuttavia, molti tendono a rimandarla all’infinito. Ma tutta questa paura è davvero giustificata?
Cos'è la colonscopia e a cosa serve?
Si tratta di un esame endoscopico con cui è possibile osservare la superficie interna del colon e del retto. Attraverso la colonscopia è possibile visualizzare l’intestino tramite un sottile tubo dotato di telecamera. È un esame utilizzato per la diagnosi di malattie infiammatorie croniche, diverticoli, polipi e tumori maligni. Questo esame è utile per esaminare le pareti del grande intestino (crasso) ed effettuare diagnosi su qualunque problema connesso con disturbi intestinali, che possono essere dolori addominali che non sono spiegabili, una stitichezza improvvisa, una diarrea di lunga durata, perdite di sangue attraverso il retto.
Inoltre, permette anche di essere operativi, qualora sia necessario effettuare biopsie per meglio definire la diagnosi oppure si debbano asportare polipi, formazioni pre-cancerose. È un'indagine diagnostica fondamentale per la prevenzione del cancro colorettale, altamente prevenibile. La prevenzione è la miglior arma che abbiamo.
La colonscopia è davvero un esame così terribile?
Assolutamente no, soprattutto grazie ai progressi fatti negli ultimi tempi. Gli strumenti sono più avanzati, la preparazione intestinale è più mirata e la sedazione ha fatto passi da gigante. Oggi, grazie a farmaci ansiolitici e antidolorifici, il fastidio è quasi nullo.
Tutte le procedure della colonscopia vengono eseguite con sedazione, cioè con farmaci che tolgono fastidio e dolore. In questo caso si parla di sedazione leggera, ovvero una sedazione cosciente, che lascia il paziente cosciente durante l’esame. La si fa con farmaci ipnotici e antidolorifici, somministrati per via endovenosa. Serve per favorire il rilassamento e ridurre fastidio e dolore. Se poi si ricorre alla narcosi, il paziente dorme durante l’esame e si risveglia senza ricordare nulla, completamente lucido nel giro di 15-20 minuti. L’unica precauzione è evitare di mettersi alla guida subito dopo. Tutta questa paura dell’esame, dunque, è davvero infondata, così come il senso di imbarazzo o vergogna.
Chi deve sottoporsi alla colonscopia e ogni quanto ripeterla?
Chi ha avuto un familiare di primo grado, come un genitore o un fratello, con tumore o polipi al colon-retto dovrebbe iniziare a fare la colonscopia già tra i 40 e i 45 anni. Anche chi non ha familiarità farebbe bene a sottoporsi a una colonscopia ogni 5-10 anni dopo i 50.
Come ci si prepara alla colonscopia?
Resta tuttavia il fastidio della preparazione? È una fase che non si può evitare, ma anche qui si è fatto molto per migliorare l’esperienza del paziente. La preparazione intestinale può essere adattata alle esigenze individuali e ci sono diverse opzioni tra cui scegliere, alcune più tollerabili di altre. Cerchiamo anche di fare attenzione al gusto dei preparati per rendere il tutto meno difficile da affrontare.
Esiste poi una preparazione specifica a questo esame: innanzitutto viene prescritta una dieta, da seguire fino a quattro giorni prima dell’esecuzione della colonscopia, che prevede la riduzione e la successiva eliminazione delle fibre (frutta e verdura). Il giorno precedente l’esame si devono assumere lassativi che permettono la pulizia dell’intestino e assumere solo liquidi. La preparazione è un passaggio fondamentale dell’esame, perché, se effettuata male, potrebbe impedire la scoperta di eventuali lesioni o polipi.
Tutti gli studi ci dicono che l’impatto della dieta nell’efficacia della preparazione intestinale è minimo. Una legenda popolare dice che aspirina o cardio-aspirina andrebbero sospese in prossimità della visita.
Qualora nel corso della colonscopia si sia proceduto all’asportazione di un polipo il paziente deve evitare di assumere frutta e verdura per almeno 5 giorni, perché le fibre possono determinare la formazione di massa fecale importante e determinare la rimozione prematura accidentale della “crosta” che viene a formarsi in sede.
Come viene eseguita la colonscopia?
Il paziente viene sedato e trattato con antidolorifici, fatto sdraiare sul lettino sul fianco sinistro e attraverso il retto, viene introdotto, l’endoscopio. Solitamente chi soffre di patologie cardiache o di insufficienza renale grave deve rivolgersi al servizio di endoscopia digestiva e programmare con i medici un’adeguata preparazione intestinale.
Poiché nel corso della colonscopia, viene fatta risalire lungo tutto il grosso intestino (dal retto fino al cieco, ossia l’intestino crasso) una sonda flessibile del diametro variabile, ma non superiore a un centimetro e mezzo, che porta alla sua estremità delle fibre ottiche che trasmettono le immagini a video. Questa sonda permette di esaminarne le pareti interne, la mucosa. In Humanitas utilizziamo sempre la sedazione perché in questo modo il paziente sopporta senza problemi l’esame, che risulta più agevole anche per l’operatore. Solitamente è un esame prescritto a pazienti che riportano anomali dolori addominali, stitichezza improvvisa o cronica, diarrea per lunghi periodi e perdite di sangue dal retto.
Quanto dura l’esame?
Dipende dal paziente e dalla sua fisiologia. In media, escludendo il tempo necessario per asportare eventuali polipi, dura circa 15 minuti, ma per garantire un’indagine accurata bisogna dedicare almeno 6 minuti alla fase di osservazione, una volta introdotta la sonda fino al cieco, per analizzare molto accuratamente tutta la parete intestinale.
Ci sono esami che possono sostituire la colonscopia? Si può scegliere di fare direttamente la colonscopia senza altri esami preliminari?
Uno dei principali strumenti di screening è l’esame del sangue occulto fecale, che dovrebbe essere offerto ogni due anni dalla propria Regione a tutti i cittadini tra i 50 e i 74 anni. Se il test risulta positivo, viene consigliata una colonscopia per approfondire la situazione. Tuttavia, il sangue occulto non individua tutti i casi di polipi o tumori, motivo per cui la colonscopia rimane il metodo più affidabile per una diagnosi precoce. Quindi, chi desidera una prevenzione più accurata può optare direttamente per la colonscopia. In alcuni Paesi, come Stati Uniti, Germania e Polonia, è addirittura la strategia principale per la diagnosi precoce.
Colonscopia virtuale
Nei tempi più recenti, in qualche centro specialistico, hanno iniziato a essere effettuate le colonscopie virtuali, cioè TAC ad alta risoluzione che sono in grado di individuare lesioni intorno o superiori al centimetro. La colonscopia virtuale è un esame diagnostico per lo studio del colon-retto che utilizza apparecchiature TC (tomografia computerizzata) di ultima generazione. Anche questo è un esame diagnostico utile per la prevenzione o la diagnosi di patologie neoplastiche.
Era considerata una grande innovazione all’inizio degli anni 2000, ma presenta diversi limiti. deve comunque sottoporsi a una colonscopia tradizionale per intervenire e rimuoverla. Inoltre, prevede comunque una preparazione intestinale. Quando ho sentito il mio dottore gli ho chiesto di prescrivermi una colonscopia virtuale, al ché si è rifiutato dicendo che non serve a nulla e che è inutile.
Quali sono i rischi e le possibili complicanze della colonscopia?
Le possibili complicanze sono numericamente piuttosto modeste. La più seria, ma meno frequente, riguarda l’accidentale perforazione intestinale, cioè la fuoriuscita dello strumento dalle pareti dell’intestino. Questa eventualità dipende anche dalla situazione intestinale del paziente, ad esempio la presenza di diverticoli potrebbe aumentare il rischio, ma se l’esame viene effettuato con attenzione il rischio si riduce al minimo. In caso di perforazione è necessario l’immediato intervento del chirurgo. Un’altra complicanza, meno seria, è legata alla manovra stessa e comprende il sanguinamento, qualora si facciano biopsie o asportazione di polipi.
L’intelligenza artificiale può essere di aiuto?
Sì, e sta già dando risultati straordinari. Al Paideia International Hospital utilizziamo sistemi basati su intelligenza artificiale che analizzano in tempo reale le immagini e segnalano potenziali polipi, anche di piccolissime dimensioni, che potrebbero sfuggire all’occhio umano. Questo migliora il tasso di rilevamento e aumenta l’efficacia della prevenzione.
Quanto conta l’esperienza dell’operatore?
Molto. La colonscopia è un esame fortemente dipendente dalla manualità e dall’esperienza di chi la esegue. Affidarsi a specialisti esperti e a centri qualificati è essenziale per ottenere risultati precisi e affidabili. È importante l’esperienza dell’operatore sia nella fase diagnostica, per evidenziare lesioni e polipi, sia nella fase operativa-chirurgica, per rimuoverli, cosa che avviene direttamente durante l’esame.
Non tutti i polipi asportati sono tumori, corretto?
È vero. Per questo non bisogna andare nel panico se, alla fine dell’esame, l’operatore dice di aver rimosso dei polipi. Bisogna attendere l’esame istologico. polipo vuol dire interrompere la sequenza che porta dal polipo al cancro, un processo che dura generalmente dai 7 ai 15 anni.
Colonscopia e tumore del colon-retto
Il tumore del colon è il secondo, nella classifica dei tumori, che più di altri colpiscono gli italiani. La buona notizia è che la colonscopia è l’esame che meglio risponde alla necessità di fare prevenzione. Secondo i dati Aiom 2022, i tumori del colon-retto sono la terza neoplasia più diagnosticata negli uomini e la seconda nelle donne. Il tumore del colon agli esordi non dà sintomi.
Se è allo stadio iniziale il paziente ha probabilità di essere libero dalla malattia: nell’85% dei casi a 5 anni dalla diagnosi la malattia non si ripresenta. Più il tumore avanza più la sopravvivenza diminuisce, perché vengono coinvolti anche i linfonodi e poi si arriva alle metastasi, cioè il tumore dal colon o dal retto migra verso altri organi. Da un punto di vista statistico, se il tumore del colon-retto è al terzo stadio, le possibilità di guarigione scendono al 45%. Se addirittura si arriva al quarto stadio con metastasi e non più operabile, la sopravvivenza difficilmente supera i 33 mesi dalla diagnosi.
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