Mammografia: Guida Completa allo Screening del Tumore al Seno

Il tumore al seno è la neoplasia più diffusa tra le donne, rappresentando una delle principali cause di decesso. Tuttavia, grazie ai progressi nella diagnosi precoce e nel trattamento, le possibilità di cura sono notevolmente aumentate. Lo screening mammografico gioca un ruolo cruciale in questo contesto.

Che cos'è la mammografia?

La mammografia è un esame radiografico che permette di individuare precocemente la presenza di noduli non palpabili che potrebbero essere causati da un tumore. All'interno dei programmi di screening, si effettuano due proiezioni radiografiche, una dall'alto e l'altra lateralmente, e i risultati vengono valutati separatamente da due radiologi per garantire una maggiore affidabilità della diagnosi.

La mammografia è un esame radiologico, non invasivo, utilizzato principalmente per lo screening e la diagnosi del tumore al seno. Si tratta, insomma, di una procedura che utilizza raggi X a basso dosaggio per creare immagini dettagliate del tessuto mammario. L’obiettivo principale della mammografia è identificare eventuali anomalie nel seno, come noduli, microcalcificazioni o altre alterazioni, che potrebbero indicare la presenza di un tumore maligno o altre condizioni patologiche.

Come accennato, questo esame può essere suddiviso in due categorie, a seconda dello scopo per il quale viene eseguito:

  • Mammografia di screening: rivolto principalmente a donne asintomatiche, solitamente eseguita a intervalli regolari (ad esempio, ogni uno o due anni), per individuare precocemente eventuali segni di cancro al seno, anche in assenza di sintomi. In Italia esiste un programma di screening gratuito.
  • Mammografia diagnostica: eseguita su donne che presentano sintomi come un nodulo, dolore al seno, secrezione dal capezzolo o cambiamenti cutanei, oppure su quelle che hanno avuto risultati sospetti durante una mammografia di screening.

La mammografia è una procedura diagnostica vitale nella prevenzione e nel trattamento del cancro al seno. Per questo motivo, le donne di età superiore ai 40 anni, o con fattori di rischio specifici, sono generalmente incoraggiate a sottoporsi a mammografie regolari, seguendo le raccomandazioni del proprio medico.

Come si esegue la mammografia?

La mammografia è una radiografia, e consiste in una procedura relativamente semplice e veloce, generalmente eseguita in un ambiente clinico. Nel dettaglio, durante questo esame il seno viene compresso tra due piastre di plastica trasparenti. Tramite una macchina a raggi X si eseguono le scansioni, producendo delle immagini chiamate, appunto, mammografie. La scansione viene poi ripetuta sull’altro seno.

Su una mammografia su pellicola, i tessuti a bassa densità, come il grasso, appaiono traslucidi - cioè sfumature di grigio più scure che si avvicinano allo sfondo nero - mentre le aree di tessuto denso, come il tessuto connettivo e ghiandolare o i tumori, appaiono più bianche su uno sfondo grigio. In una mammografia standard, vengono eseguite sia una vista dall’alto che una laterale di ciascun seno, sebbene possano essere prese ulteriori visualizzazioni se il medico è preoccupato per un’area sospetta del seno.

Perché si deve comprimere il seno durante la mammografia?

Molto spesso ci si chiede come mai il seno debba essere compresso durante la mammografia, provocando un certo fastidio o un po’ di dolore alle pazienti. La risposta è la seguente: la compressione mantiene il seno in posizione precisa, per ridurre al minimo la sfocatura dell’immagine a raggi X che può essere causata dal movimento del paziente. Inoltre, la compressione uniforma la forma del seno in modo che i raggi X possano viaggiare attraverso un percorso più breve per raggiungere il rilevatore. Ciò riduce la dose di radiazioni e migliora la qualità dell’immagine radiografica. Infine, la compressione consente di visualizzare tutti i tessuti su un unico piano in modo che le piccole anomalie abbiano meno probabilità di essere oscurate dal tessuto mammario sovrastante.

Chi deve sottoporsi allo screening e quando?

Lo screening per il cancro del seno, secondo le indicazioni del ministero della Salute italiano, si rivolge alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni e prevede l'esecuzione gratuita della mammografia ogni due anni. In questa fascia d'età si concentra infatti la maggior parte dei tumori del seno e, secondo gli esperti dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), la partecipazione allo screening, organizzato su invito attivo con queste modalità e frequenza, in questa fascia di età può ridurre del 40 per cento la mortalità per questa malattia.

In alcune Regioni italiane si sta sperimentando l’efficacia di programmi di screening che coinvolgano una fascia di età più ampia, in particolare le donne tra i 45 e i 49 anni, invitate a sottoporsi alla mammografia ogni anno, e quelle fino ai 74 anni con cadenza ogni due anni. Secondo gli esperti della IARC, l'estensione della mammografia alle quarantenni potrebbe garantire una ulteriore riduzione della mortalità per cancro al seno, sebbene inferiore a quella che si ottiene nella fascia 50-69 anni. Allo stesso tempo, l'allungamento della durata media della vita e il protrarsi di un buono stato di salute anche in età più avanzata hanno fatto ritenere che possa essere vantaggioso offrire lo screening alle donne fino ai 74 anni.

La tempistica per sottoporsi a questo esame può variare a seconda delle linee guida specifiche del paese, delle raccomandazioni del medico e dei fattori di rischio individuali. Tuttavia, esistono alcune indicazioni generali che possono aiutare a determinare quando e chi deve fare una mammografia:

  • le donne di età compresa tra i 40 e i 49 anni, se il medico lo ritiene opportuno;
  • le donne di età compresa tra i 50 e i 74 anni dovrebbero sottoporsi a controlli di screening regolari, anche in assenza di sintomi e fattori di rischio;
  • le donne con storia familiare di cancro al seno potrebbero dover iniziare lo screening prima dei 40 anni e necessitare di mammografie più frequenti;
  • le donne che presentano mutazioni genetiche (BRCA1/BRCA2), in quanto esposte a un rischio aumentato di sviluppare un tumore al seno;
  • le donne che hanno già avuto il cancro al seno o altre condizioni precancerose.

È fondamentale che ogni donna discuta con il proprio medico per determinare il piano di screening più appropriato. La decisione su quando iniziare e con quale frequenza eseguire le mammografie dovrebbe essere basata su una valutazione dei rischi individuali e delle condizioni di salute.

Screening mammografico gratuito

Come accennato, la mammografia è un esame previsto dai programmi di screening organizzati dal Ministero della Salute ed erogato tramite le ASL locali. Lo screening per la diagnosi precoce del tumore mammario si rivolge alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni - in alcune Regioni si sta sperimentando l’efficacia in una fascia di età più ampia, quella compresa tra i 45 e i 74 anni - e va ripetuta ogni 2 anni. Secondo i dati disponibili, questo tipo di screening consente di ridurre del 40% la mortalità per questa malattia.

Queste linee guida riguardano le donne che non hanno sintomi o non presentano particolari fattori di rischio che sono invitate a sottoporsi ad una mammografia a scopo preventivo (mammografia di screening).

Perché non si fa la mammografia prima dei 40 anni?

Una delle domande più frequenti relative a questo esame è perché non si fa la mammografia prima dei 40 anni. In effetti, in assenza di fattori di rischio e/o sintomi specifici, si tende a sconsigliare l’esecuzione di questo esame prima di quell’età, per vari fattori legati all’efficacia del test, ai rischi potenziali e alla natura del tessuto mammario nelle donne più giovani.

Innanzitutto, le donne più giovani tendono ad avere un tessuto mammario più denso, che può rendere più difficile la rilevazione di anomalie nelle immagini mammografiche, riducendo l’accuratezza del test. Inoltre, il rischio di sviluppare il cancro al seno aumenta con l’età; le donne sotto i 40 anni hanno una minore incidenza rispetto a quelle più anziane, rendendo meno probabile la necessità di uno screening di massa in questa fascia di età. Ancora, va ricordato che, anche se la dose di radiazioni utilizzata in una singola mammografia è bassa, l’esposizione ripetuta a raggi X può accumularsi nel tempo. Iniziare lo screening prima potrebbe aumentare l’esposizione totale senza apportare un beneficio significativo proporzionato.

Detto questo, la decisione finale dovrebbe essere presa in consultazione con un medico, considerando i fattori di rischio personali e le raccomandazioni delle linee guida cliniche.

Chi ha il seno piccolo può fare la mammografia?

Un’altra domanda molto frequente, che sfocia nel luogo comune, riguarda la possibilità di sottoporsi alla mammografia quando si ha un seno molto piccolo. La risposta è sì, le donne con seno piccolo possono assolutamente fare la mammografia, perché la dimensione del seno non influisce sulla capacità di eseguire questo esame.

I tecnici radiologi sono addestrati per eseguire la mammografia su seni di tutte le dimensioni, e le piastre e le tecniche utilizzate sono progettate per adattarsi a diverse dimensioni e forme del seno.

In che periodo del ciclo è meglio fare la mammografia?

Un’altra questione centrale per le donne consiste nel rapporto tra ciclo mestruale e mammografia, per capire in che periodo è meglio sottoporsi a questo esame. Premesso che il ciclo mestruale non compromette l’acquisizione delle immagini e la validità dell’esame, in genere l’indagine potrebbe essere più efficace se effettuata nella prima fase del ciclo mestruale piuttosto che nel periodo ovulatorio.

Questo per ragioni molto semplici, tra cui le seguenti:

  • Minore sensibilità del seno: durante la prima metà del ciclo mestruale, i seni tendono a essere meno sensibili e meno gonfi rispetto alla fase premestruale. Questo può rendere la compressione del seno durante la mammografia meno dolorosa e più tollerabile.
  • Tessuto mammario meno denso: durante la prima metà del ciclo, il tessuto mammario è generalmente meno denso. La minore densità facilita la visualizzazione delle strutture interne del seno nelle immagini radiografiche, migliorando l’accuratezza della mammografia.
  • Minore gonfiore e nodularità: il gonfiore e la nodularità del seno, che sono più comuni nella seconda metà del ciclo a causa delle fluttuazioni ormonali, possono rendere più difficile interpretare le immagini mammografiche. Fare la mammografia quando i seni sono meno gonfi può migliorare la qualità delle immagini e ridurre la probabilità di falsi positivi.

Per la maggior parte delle donne, programmare la mammografia durante la prima metà del ciclo mestruale, circa una settimana dopo la fine delle mestruazioni, può migliorare il comfort e la qualità delle immagini. Tuttavia, è sempre meglio discutere con il proprio medico per determinare il momento più opportuno in base alle circostanze individuali.

Ovviamente, le donne in menopausa, che non hanno cicli mestruali, possono fare la mammografia in qualsiasi momento del mese.

Che differenza c’è tra mammografia ed ecografia al seno?

La mammografia e l’ecografia al seno sono due esami di imaging utilizzati per valutare la salute del seno, ma differiscono per la tecnologia utilizzata, le indicazioni e le informazioni che forniscono. Vediamo, quindi, che differenza c’è tra i due esami:

  • Mammografia: utilizza raggi X a basso dosaggio per creare immagini del seno. È il metodo di scelta per lo screening del cancro al seno nelle donne di età superiore ai 40-50 anni e per l’identificazione di microcalcificazioni, noduli e altre anomalie che potrebbero indicare la presenza di tumori. Fornisce una panoramica complessiva del tessuto mammario e viene utilizzata per individuare anomalie che possono richiedere ulteriori indagini.
  • Ecografia al seno: utilizza onde sonore ad alta frequenza per creare immagini del tessuto mammario. È un complemento alla mammografia, particolarmente utile nelle donne con seni densi e per caratterizzare noduli palpabili.

Autopalpazione

L’autopalpazione è una pratica che ogni donna può effettuare comodamente a casa propria e che permette di conoscere profondamente l’aspetto e la struttura del seno e quindi di poter cogliere precocemente qualsiasi cambiamento. In particolare, l’autopalpazione si svolge in due fasi: l’osservazione, che permette di individuare mutazioni nella forma del seno o del capezzolo, e la palpazione, che consente di scoprire la presenza di piccoli noduli che prima non c’erano.

Quando si parla di autopalpazione si pensa soprattutto a una pratica per la ricerca di noduli nella ghiandola mammaria, ma in realtà anche altri segnali, come retrazioni o cambiamenti dell’aspetto della pelle, perdite di liquido dai capezzoli o variazioni nella forma della mammella, devono spingere a consultare un medico.

A partire dai 20 anni, l’autopalpazione può essere effettuata una volta al mese tra il settimo e il quattordicesimo giorno dall’inizio del ciclo. Rispettare questi tempi è importante poiché la struttura del seno si modifica in base ai cambiamenti ormonali mensili, e si potrebbero di conseguenza creare, in alcuni casi, equivoci o falsi allarmi. Dopo la menopausa il periodo del mese è irrilevante, l’importante è che venga eseguita con periodicità.

È bene ricordare che, oltre agli ormoni, anche l’età, il peso corporeo, la familiarità e l’uso di contraccettivi orali influenzano la struttura del seno che, a volte, si presenta particolarmente densa e difficile da valutare correttamente con l’autoesame. L’autopalpazione, infatti, rappresenta un primo strumento per individuare anomalie sospette, ma da sola non è sufficiente e deve essere abbinata al controllo da parte del medico e agli esami consigliati.

Visita senologica

La visita senologica consiste nell’esame clinico completo del seno da parte di un medico specializzato. È un’analisi semplice e indolore che viene effettuata nello studio del medico senza l’ausilio di particolari strumenti. Questo tipo di valutazione è importante e anche se non è in genere sufficiente a formulare una diagnosi precisa, può essere comunque utile a chiarire situazioni sospette e poco chiare.

Prima di cominciare l’esame vero e proprio delle mammelle, il senologo si occupa dell’anamnesi, ovvero della raccolta di informazioni importanti a formulare una diagnosi: l’eventuale presenza di casi di tumore del seno in famiglia, l’età di comparsa del primo ciclo mestruale e della menopausa, eventuali gravidanze passate o in corso, le abitudini alimentari e le terapie ormonali assunte (contraccettivi orali, uso di terapie ormonali per l’infertilità e di terapie ormonali sostitutive in menopausa).

Solo dopo aver portato a termine questa fase si può procedere con l’esame clinico propriamente detto, che inizia con l’osservazione e termina con la palpazione dei singoli quadranti mammari. In pratica il medico compie tutti quei gesti che ogni donna dovrebbe compiere mensilmente nel corso dell’autopalpazione.

Screening oncogenetico per le forme familiari di carcinoma mammario

Il 5-7 per cento dei tumori del seno è legato a fattori di rischio di tipo ereditario, tra cui anche la mutazione dei geni BRCA 1 o BRCA 2. Per le donne sane ma con un’importante storia familiare di carcinoma mammario o portatrici di una mutazione, che quindi hanno un rischio più alto di sviluppare un tumore del seno, è previsto un programma di sorveglianza clinico-strumentale personalizzato: dal 2012 diverse Regioni hanno attivato percorsi specifici che prevedono una risonanza magnetica (RM) con mezzo di contrasto a cadenza annuale, a seconda dei casi associata a mammografia e/o ecografia; questo screening per chi ha fattori di rischio ereditari viene effettuato a partire dai 25 anni oppure, verificato a quale età i vari membri della famiglia hanno sviluppato il tumore, 10 anni prima dell’età di insorgenza della malattia nel familiare più giovane.

Lo screening per chi ha fatto radioterapia al torace prima dei 30 anni

Le donne che tra i 10 e i 30 anni sono state sottoposte a radioterapia al torace per curare un tumore hanno un rischio più alto di sviluppare un carcinoma della mammella proprio a causa dell’irradiazione.

Quali sono i limiti dello screening mammografico?

Lo screening del tumore della mammella è ormai un'attività consolidata che ha dato dimostrazione di efficacia nel ridurre la mortalità per questo tumore. Nonostante ciò, ancora oggi si dibatte sul rischio di sovra-diagnosi, ovvero l'identificazione di una lesione tumorale poco pericolosa che non sarebbe mai stata diagnosticata se la persona non avesse effettuato l'esame. Questo per due ragioni: perché il tumore è caratterizzato da una crescita molto lenta o perché nel frattempo la persona sarebbe morta per altre cause.

Dal momento che oggi non esistono strumenti che consentono di prevedere quale lesione diventerà un cancro invasivo e quale rimarrà silente per anni, per una donna che si sottopone allo screening esiste il rischio di ricevere la diagnosi (e poi gli approfondimenti diagnostici e il trattamento) per una lesione che probabilmente non si sarebbe mai trasformata in un tumore invasivo. Le ricerche condotte fino a oggi fanno però ritenere che questo rischio sia inferiore ai benefici che si ottengono eseguendo lo screening con la frequenza e nelle fasce di età raccomandate.

Perché il mio medico mi ha dato una diversa indicazione?

A volte i medici possono suggerire controlli più frequenti o ravvicinati per la presenza di fattori di rischio, per esempio diversi altri casi di tumore al seno o all'ovaio in famiglia, che aumentano la probabilità che un tumore al seno si sviluppi anche in giovane età.

Altri esperti considerano che un maggior numero di controlli potrebbe permettere di trovare un maggior numero di noduli: è importante ricordare tuttavia che la diagnosi e la terapia precoce sono preziose solo se riescono a ridurre la mortalità per la malattia, altrimenti la donna avrà subito gli effetti collaterali delle cure senza trarne effettivo vantaggio. Allo stato attuale delle conoscenze, le prove scientifiche garantiscono questo rapporto favorevole tra rischi e benefici solo con le modalità e la frequenza indicate nel paragrafo “Chi la deve fare e quando”.

Cosa succede se l’esito dell'esame è positivo?

In caso di esito positivo, la donna viene invitata a eseguire una seconda mammografia, un’ecografia e una visita clinica che confermino l'effettiva presenza di un tumore, prima di procedere al trattamento che prevede, nella quasi totalità dei casi, un intervento chirurgico per rimuovere i tessuti malati.

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