Mammografia in Svizzera: Pro e Contro

La mammografia è un esame fondamentale per la diagnosi precoce del tumore della mammella perché permette di identificare lesioni in stadi iniziali ed è un quindi un’arma importante per intervenire nella diagnosi della malattia. La decisione deve essere consapevole.

Cos'è la mammografia e come funziona?

L’esame, che utilizza raggi X a bassa dose, prevede la compressione del seno tra due piastre. La compressione dura pochi secondi e viene effettuata in due o più proiezioni per lato. Le immagini vengono poi analizzate da un medico radiologo che valuta la presenza di opacità nodulari, micro-calcificazioni oppure aree di distorsione strutturale.

La mammografia può essere indicata in presenza di segni o sintomi, come noduli nelle mammelle, o come test di screening per la diagnosi precoce del tumore del seno in donne asintomatiche. Una positività alla mammografia non equivale a una diagnosi certa di tumore al seno. In caso di anomalie sospette, seguiranno ulteriori accertamenti per confermare o meno la diagnosi.

Negli ultimi anni, tra i progressi della tecnica mammografica, è stata introdotta la tomosintesi, che prevede l’acquisizione di una serie di immagini del seno da diverse angolazioni, migliorando ulteriormente la precisione diagnostica.

Pro della Mammografia

Ogni anno vengono individuati oltre 6 mila tumori al seno grazie ai programmi di screening mammografico. Secondo Eugenio Paci, direttore dell'Epidemiologia al Centro toscano per lo studio e la prevenzione oncologica, l'insieme dei dati disponibili in Europa porta a conclusioni diverse: «Gli argomenti di chi è contrario si basano sostanzialmente su comparazioni di dati non omogenei che portano a distorsioni interpretative. Se si utilizzano metodologie di studio adeguate i numeri non lasciano dubbi: un regolare uso dello screening quasi dimezza il rischio di morire cancro al seno».

Per i sostenitori della mammografia, il test è il modo migliore per identificare un tumore prima che divenga sintomatico, quando è piccolo, le cure saranno meno invasive e le possibilità di guarire sfiorano il 95%. «E nell’85% dei casi si tratta di tumori in fase precoce - dice Marco Zappa, responsabile dell'Osservatorio nazionale screening - per cui possono essere trattati con chirurgia conservativa. I dati mostrano che c'è ancora molta strada fare per raggiungere livelli di copertura e partecipazione agli screening del Nord Europa, ma nello stesso tempo che anche in Italia abbiamo raggiunto importanti risultati».

La mammografia aiuta a ridurre le vittime di tumore al seno e a limitare le cure più invasive. Ma non tutte le donne in età da screening decidono di farla.

Non è uno scudo contro il tumore, ma permette di ridurre il rischio di morte per carcinoma della mammella, di ridurre gli interventi invasivi e mutilanti e anche di risparmiare alle pazienti e al sistema sanitario iter terapeutici impegnativi.

Tanto che il Piano nazionale di prevenzione 2010-2012 ha dato indicazione alle Regioni di ampliare la fascia d'invito annuale alle donne fra i 45 e i 49 anni e l’invito biennale a quelle fra i 70 e i 74.

Contro della Mammografia

C'è però chi mette in dubbio l'utilità della mammografia come esame da fare a tappeto sulla popolazione femminile sana. Il test, infatti, può individuare tumori ma anche noduli benigni, esponendo un certo numero di donne a stress e cure (interventi chirurgici, biopsie, ulteriori indagini diagnostiche) non necessari. Chi è contrario si basa su due motivazioni: primo, i benefici dello screening sono minori di quelli attesi; secondo, diagnosi e cure in eccesso possono essere nocive.

Lo sostiene Gianfranco Domenighetti, professore di comunicazione, economia e politica sanitaria all'Università della Svizzera Italiana e di Losanna: «Secondo quanto pubblicato nel 2010 sul New England Journal of Medicine su 2500 donne che hanno partecipato allo screening solo una ha evitato il decesso per cancro al seno. Tra 600 e 1000 donne sperimentano falsi allarmi che, in circa la metà dei casi, daranno luogo a una biopsia, mentre circa 10 donne sono erroneamente rassicurate dall'esame mammografico (falsi negativi). E un numero che varia tra le 5 e le 15 si vede diagnosticare neoplasie che non avrebbero mai dato segno della loro presenza nel corso della vita, costringendole a inutili terapie».

Certo, il problema di diagnosi e trattamenti in eccesso esiste.

Cosa influenza la decisione di fare o meno la mammografia?

Sappiamo già, ad esempio, che nel 2021 il tasso di adesione all’invito allo screening mammografico organizzato è stato del 56% (dati Osservatorio nazionale screening). Con percentuali piuttosto diverse fra Nord e Sud, questo è un dato considerato accettabile secondo gli standard attesi. Ed è un dato che fotografa il comportamento delle donne in un arco di tempo circoscritto, un anno. Ci sono invece donne che non rimandano o ritardano o dimenticano l’appuntamento, ma proprio lo rifiutano, con una scelta duratura e persistente. Chi sono e che cosa pensano?

L'indagine, condotta da AstraRicerche per conto di Fondazione Veronesi, ha coinvolto un campione di mille donne fra i 18 e i 65 anni. Negli ultimi 5 anni il 36% delle intervistate non ha mai fatto una visita senologica, il 37,5% mai una mammografia; ovviamente il dato varia con l’età. Ancora palpabile l’effetto della pandemia. Il 45% delle donne afferma di avere interrotto completamente i controlli (9,3%) o di averne saltati alcuni (35,4%). E per il futuro? Fra le over 44 l’87 per cento dichiara l’intenzione di fare una mammografia nei prossimi 3 anni (il 70% “certamente”, le altre “probabilmente”). Ma il 4% delle 55-65enni dice “sicuramente no”, così come il 2,3% delle 45-55enni.

Più della mancanza di tempo e della difficile organizzazione personale a fare la differenza sono piuttosto il disagio per l’esame, la diffidenza e la sfiducia, le inefficienze (tempi lunghi, mancato invito), gli aspetti emotivi (paura dell’esito). Più nello specifico: un terzo delle 45-54enni lo definisce un esame sgradevole o imbarazzante, fra le over 55, il 19% non ha ricevuto la lettera dall'ASL, altrettante hanno paura dell'esito, il 22% preferisce "non sapere".

Conoscenza e consapevolezza

Alle donne intervistate è anche stato chiesto quanto e cosa sapessero in tema di tumore al seno e prevenzione. Il 38% del campione ha un livello di conoscenza del tumore al seno, compresi i fattori di rischio, medio-basso o estremamente basso; sono soprattutto le più giovani ad avere le idee confuse. Ad esempio solo il 5 per cento riconosce come errato il numero di 10.000 nuove diagnosi annuali in Italia (sono 55.700); solo un terzo delle intervistate sa che il numero delle diagnosi non è in diminuzione e che le prospettive di sopravvivenza in Italia sono migliori della media europea. Il 15 per cento pensa che a cinque anni dalla diagnosi la metà delle donne colpite dalla malattia non sopravviva (più le giovani delle cinquantenni).

Se la gran parte delle donne possiede la fondamentale consapevolezza che la diagnosi precoce migliora le prospettive di cura (85%) e di sopravvivenza (89%), c’è ancora un 8-10% che “non sa” e addirittura un 4-6% che pensa non sia vero. Più le giovani (il 5-6% ritiene che la diagnosi precoce non serva a migliorare le cure, l’8-9% che non serva a migliorare le chance di sopravvivenza) delle 50enni (2%). La fiducia nella diagnosi precoce è più alta nelle donne che si definiscono informate.

La conoscenza migliora con l’età. Fra i 18 e i 24 anni ben il 51% ha un livello di conoscenza estremamente basso o medio-basso; questa percentuale cala progressivamente con l’età, fino al 31% delle 55-65enni.

Fattori di rischio

Alla domanda Secondo Lei è possibile influire sulla probabilità di avere un tumore al seno, riducendola grazie a uno stile di vita salutare? Il 15% risponde con un secco “no” (23 per cento fra i livelli di istruzione inferiori, 11 per cento fra le laureate).

Per la maggior parte il fattore di rischio da evitare è il fumo (64%), seguito da una dieta povera di vegetali e di fibra (56%), obesità, carni rosse, radiazioni UV, alcol (scelte dal 40-45% delle intervistate). Resistono le false credenze: per il 28% la riduzione del rischio passa dall’evitare i deodoranti antitraspiranti e per il 16,8% dall’evitare i reggiseni col ferretto (lo pensa ben il 24% delle 18-24enni).

Appena il 15% del campione ha una conoscenza alta dei fattori di rischio, il 36% una conoscenza bassissima, che diventa il 43% per le 18-24enni e fra le donne con istruzione elementare o medie inferiori. Sui fattori di rischio e di protezione le idee sono molto poco chiare, con percentuali elevate di donne che rispondono “non so”.

Autopalpazione e screening

Sebbene non ci siano prove della sua efficacia come strumento di screening, l'autoesame periodico del seno è raccomandato a tutte le donne, perchè è utiole per imparare ad osservare il proprio corpo e individuare cambiamenti per cui vale la pena chiedere consiglio al medico.

Il 20% del campione non conosce i programmi di screening per il tumore al seno, (27% al Sud, 22% al Nord Ovest). Fra le donne in età da screening, il 15% delle 45-55enni e il 10% delle 55-65enni non li conoscono; il 42% e il 35% non ha mai partecipato.

Le idee non sono chiarissime sulle fasce d’età coinvolte: se per la maggior parte sono indirizzati alle 40enni e 50enni, solo il 20% indica le donne over 60, il 15% indica anche le 30enni e per il 12% sono per tutte le donne in età fertile. Soprattutto le più giovani hanno conoscenze confuse.

Informazioni utili sulla mammografia

La mammografia è un esame che non ha particolari controindicazioni. Nelle donne sotto i 40 anni, a causa della densità della ghiandola mammaria, questa indagine può risultare poco leggibile; pertanto, nelle donne più giovani viene generalmente consigliata l’ecografia mammaria. Al contrario, non c’è un limite massimo di età per la mammografia.

Anche gli uomini possono sviluppare un carcinoma della mammella. Data la rarità di questa condizione, ai maschi questo esame non è mai proposto come screening di popolazione, ma solo in presenza di sintomi o motivazioni cliniche.

La mammografia in gravidanza non è raccomandata, soprattutto durante il primo trimestre. Si tratta tuttavia di una misura precauzionale e non di un divieto assoluto: nel caso in cui la mammografia sia necessaria, la gravidanza non costituisce un ostacolo e verranno adottate misure adeguate per ridurre al minimo l’esposizione del feto alle radiazioni.

Prima dell’esame non occorre alcuna preparazione particolare. Alcuni studi suggeriscono che l’indagine potrebbe essere più tollerata se effettuata nella prima fase del ciclo mestruale, quando la mammella è meno tesa e dolente. Si consiglia di evitare l’uso di deodoranti, lozioni, creme o talco prima dell’esame, perché potrebbero interferire con la qualità delle immagini.

Non è necessario essere accompagnati, in quanto la mammografia è un semplice esame radiografico che non prevede anestesia né lascia conseguenze che richiedano l’aiuto di un’altra persona.

La mammografia normalmente non è un esame doloroso; alcune donne trovano fastidiosa la compressione delle mammelle tra le due piastre dell’apparecchiatura per la mammografia, ma il disagio dura solo il breve tempo necessario per l'esame.

La mammografia può essere eseguita anche dalle donne con protesi mammarie, ma è opportuno avvisare il tecnico radiologo prima dell’esecuzione dell’esame.

Come per ogni altra indagine radiografica, l’esame espone a una minima quantità di raggi X, giustificata dal beneficio ottenibile dall’esame stesso. Per questo motivo l’intervallo di età e la periodicità con cui viene effettuato lo screening mammografico in donne senza segni o sintomi sono stabiliti in modo che i benefici associati alla possibile diagnosi precoce a livello di popolazione siano superiori ai possibili rischi legati all’esposizione alle radiazioni.

Il tempo di esecuzione di una mammografia è di 5-10 minuti.

Conclusioni

Per Domenighetti: «Partecipare o meno allo screening deve essere il frutto di un delicato bilancio personale tra benefici attesi e possibili effetti negativi. La scelta della donna, qualsiasi essa sia, deve essere considerata quella "giusta", purché abbia ricevuto prima della decisione tutte le informazioni su rischi e benefici di questo esame».

Ma serve una corretta informazione: «Chi si sottopone al test - spiega Zappa - deve sapere che va incontro al rischio di scoprire un tumore poco aggressivo, che magari non avrebbe mai saputo d'avere».

«Se la mammografia è dubbia o positiva, si procede a una microbiopsia per avere una diagnosi certa al microscopio - risponde Giuseppe D'Aiuto, direttore della Senologia all'Istituto tumori Pascale di Napoli -. E visto che oggi conosciamo la biologia dei tumori, dall'esame ricaviamo anche la sua aggressività. Oggi, qualsiasi intervento tiene conto dell'età e delle condizioni della paziente, del tipo e delle dimensioni del tumore».

È dunque fondamentale che le donne ricevano indicazioni chiare sia prima che dopo l'esame, con un obiettivo ben preciso: non essere sottoposte a terapie inutili.

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