Il ruolo della vitamina D sul miglioramento del metabolismo glucidico è stato spesso studiato, con risultati contrastanti. Di conseguenza, l’integrazione con vitamina D può rappresentare uno strumento terapeutico al fine di ottimizzare il controllo glicemico e per prevenire il diabete.
Vitamina D e Diabete: Cosa Dice la Ricerca
Studi osservazionali hanno dimostrato l’esistenza di una associazione tra bassi livelli sierici di vitamina D e la presenza di diabete tipo 2. Sebbene alcuni studi di intervento abbiano suggerito che la supplementazione con vitamina D possa esercitare un potenziale effetto benefico sul controllo glicemico e sul grado di resistenza insulinica, lavori su ampia scala e alcune metanalisi di trial clinici randomizzati hanno riportato dei dati contrastanti.
Il diabete mellito colpisce oltre 500 milioni di persone nel mondo e la sua prevalenza, specialmente del diabete tipo 2, è in costante aumento negli ultimi decenni (con un incremento globale stimato di circa il 50% nel 2045). L’alterata glicemia a digiuno e la ridotta tolleranza glucidica descrivono delle condizioni di prediabete.
Queste due condizioni, singolarmente e in combinazione fra loro, sono anch’esse assai frequenti a livello mondiale (colpendo circa il 7-10% della popolazione globale) e rappresentano non solo fattori di rischio per lo sviluppo del diabete mellito tipo 2, ma anche dei fattori di rischio associati allo sviluppo di complicanze vascolari e renali a lungo termine 1.
Effetti della Vitamina D sul Metabolismo del Glucosio
La vitamina D, infatti, ha recettori intranucleari che sono espressi su molte cellule e tessuti, incluse le beta cellule pancreatiche, e sembra svolgere, pertanto, un ruolo nell’omeostasi glucidica 2,5,6. È noto che la vitamina D abbia un effetto antiossidante attraverso l’inibizione della generazione di radicali liberi.
Negli ultimi decenni, studi epidemiologici e funzionali hanno iniziato a rivelare un ruolo chiave della vitamina D nella patogenesi del diabete di tipo 1 e 2. Studi in vitro e modelli animali hanno dimostrato che la vitamina D può migliorare l’omeostasi del glucosio favorendo la secrezione di insulina, riducendo l’infiammazione e l’autoimmunità, preservando la massa delle cellule beta e sensibilizzando l’azione dell’insulina.
Studio UK Biobank: Una Prospettiva a Lungo Termine
Un recente studio prospettico di coorte, che è stato pubblicato ad aprile 2024 sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism da Fu et al. 10, ha cercato di rispondere a questi quesiti. Per fare questo, gli autori hanno utilizzato i dati di un ampio studio di coorte osservazionale, lo UK Biobank database, che ha reclutato oltre 500.000 soggetti britannici adulti di età compresa fra 40 e 69 anni nel periodo compreso fra 2006 e 2010.
Dallo studio sono stati esclusi i soggetti che erano affetti da diabete al baseline (in base alla loro storia clinica e/o i livelli di HbA1c) e quelli che non avevano dati riguardanti il dosaggio sierico della 25(OH)D e la misurazione di quattro specifici polimorfismi genetici del VDR (rs7975232 Apal; rs1544410 Bsml; rs2228570 Fokl; rs731236 Taql).
Nello studio di Fu et. 10 sono stati pertanto complessivamente inclusi 379.699 individui adulti senza diabete al baseline (età media 56 anni, 54% donne); 86% di questi soggetti aveva una normale tolleranza glucidica (definita come HbA1c < 5,7%), mentre il restante 14% (n = 53.886) aveva prediabete al baseline (definito come HbA1c compresa tra 5,7% e 6,5%).
I partecipanti con normale tolleranza glucidica al baseline avevano una mediana di 25(OH)D di 48 nmol/L (IQR: 33,5-63,4 nmol/L), mentre quelli con prediabete avevano una mediana di 25(OH) D di 45 nmol/L (IQR: 30,9-60,3 nmol/L). Complessivamente, nell’intera coorte dello studio il 53,4% dei soggetti aveva valori circolanti di 25(OH)D < 50 nmol/L.
Quando i partecipanti dello studio venivano suddivisi in base ai loro valori circolanti di 25(OH)D al baseline in accordo ai cutoff proposti dalla Endocrine Society [25(OH)D < 25, 25-49,9, 50-74,9 e ≥ 75 nmol/L], gli autori hanno osservato una significativa associazione tra livelli circolanti più elevati di 25(OH)D e rischio ridotto di sviluppare diabete tipo 2.
In particolare, confrontati con i soggetti che avevano livelli di 25(OH)D < 25 nmol/L, i soggetti con normoglicemia e valori di 25(OH)D ≥ 75 nmol/L al baseline avevano un rischio significativamente ridotto di sviluppare diabete tipo 2 (hazard ratio: 0,62, 95% IC: 0,56-0,70); analogamente, confrontati con i soggetti che avevano livelli di 25(OH)D < 25 nmol/L, i soggetti con prediabete e con valori di 25(OH)D ≥ 75 nmol/L al baseline avevano un rischio significativamente ridotto di sviluppare diabete (hazard ratio: 0,64, 95% IC: 0,58-0,70).
Questi dati rimanevano significativi anche dopo aggiustamento statistico per sesso, età, razza, obesità, attività fisica, stato socioeconomico, uso di farmaci per dislipidemia ed ipertensione, uso di supplementi di vitamina D e molteplici altri possibili fattori confondenti. Gli autori hanno osservato che vi era una relazione inversa e lineare fra livelli di 25(OH)D e rischio di insorgenza di diabete nei soggetti con prediabete mentre tale relazione era significativa ma non lineare (ma polinomiale inversa) nei soggetti con normali valori di HbA1c al baseline.
Per ogni incremento di 10 nmol/L nei valori circolanti di 25(OH)D al baseline, vi era un decremento del rischio di insorgenza di diabete pari al 7%. Inoltre, sia nei soggetti con normale tolleranza glucidica che in quelli con prediabete al baseline, il rischio di sviluppare diabete nel corso del follow-up si riduceva progressivamente nei soggetti che avevano valori di 25(OH)D ≥ 50 nmol/L (Fig. 1).
Infine, in un’analisi statistica di mediazione, gli autori hanno inoltre dimostrato che i lipidi plasmatici, in particolare i livelli di trigliceridi plasmatici, mediano una parte rilevante dell’associazione esistente fra livelli di 25(OH)D e rischio di diabete incidente, sia nei soggetti con normale tolleranza glucidica (26%) che in quelli con prediabete (34%) al baseline.
I principali punti di forza di questo studio di coorte sono il suo disegno prospettico, l’ampia numerosità del campione esaminato (circa 380.000 soggetti), la lunghezza del follow-up (mediana di circa 14 anni), l’aggiustamento statistico per comuni fattori di rischio e molteplici fattori confondenti.
Pertanto, i risultati di questo studio di popolazione britannica (con soggetti di età compresa fra 40 e 69 anni) documentano come elevati livelli circolanti di 25(OH)D al baseline siano significativamente associati a un rischio ridotto di sviluppare diabete tipo 2 nel corso di un follow-up mediano di circa 14 anni, sia nei soggetti con normale tolleranza glucidica che in quelli con prediabete al baseline. In questa coorte di soggetti, il livello sierico di vitamina D dove si iniziavano ad osservare dei possibili effetti protettivi sul rischio di sviluppare diabete tipo 2 era ≥ 50 nmol/L (≥ 20 ng/mL).
Studi Clinici e Integrazione di Vitamina D
In un lavoro pubblicato lo scorso anno, un totale di 2.423 partecipanti che soddisfacevano almeno due dei tre criteri glicemici per il prediabete (livello di glucosio plasmatico a digiuno, da 100 a 125 mg per decilitro; livello di glucosio plasmatico 2 ore dopo un carico di glucosio orale di 75 g, da 140 a 199 mg per decilitro; livello di emoglobina glicata, dal 5,7 al 6,4%) sono stati sottoposti a randomizzazione per ricevere 4.000 UI al giorno di vitamina D3 o placebo, indipendentemente dal livello sierico basale di 25-idrossivitamina D. Dopo 24 mesi il livello sierico medio di 25-idrossivitamina D nel gruppo vitamina D era di 54,3 ng/ml, rispetto a 28,8 ng/ml nel gruppo placebo.
Un'analisi ha valutato tre studi randomizzati, che hanno testato il colecalciferolo, 20.000 UI (500 µg) a settimana; colecalciferolo, 4000 UI (100 µg) al giorno; o eldecalcitol, 0,75 µg al giorno; rispetto ai corrispondenti placebo. I risultati hanno dimostrato che la vitamina D ha ridotto il rischio di diabete del 15% (RR 0,85 [IC 95%, da 0,75 a 0,96]) con una riduzione del rischio assoluto a 3 anni del 3,3% (IC 95%, da 0,6 a 6,0%).
L’effetto della vitamina D non differiva nei sottogruppi specificati. Fra i partecipanti assegnati al gruppo vitamina D che hanno mantenuto un livello sierico medio di 25-idrossivitamina D di almeno 125 nmol/l (≥50 ng/ml) rispetto a 50-74 nmol/l (20-29 ng/ml) durante il follow-up, il colecalciferolo ha ridotto il rischio di diabete del 76% (hazard ratio, 0,24 [IC 95%, da 0,16 a 0,36]), con una riduzione del rischio assoluto a 3 anni del 18,1% (IC 95%, da 11,7 a 24,6%).
La vitamina D ha inoltre aumentato la probabilità di regressione al normale metabolismo del glucosio del 30% (RR 1,30 [IC 95%, 1,16 a 1,46]). AMD segnala articoli della letteratura internazionale la cui rilevanza e significato clinico restano aperti alla discussione scientifica e al giudizio critico individuale.
Resistenza all'Insulina e Vitamina D
Resistenza all’insulina: L’insulina agisce come una chiave che consente al glucosio di entrare nelle cellule. L’insulina ha molteplici azioni metaboliche. Una delle sue funzioni principali è immagazzinare il grasso.
Ci sono cibi che richiedono la secrezione di più insulina per essere metabolizzati e cibi che ne richiedono meno. Gli alimenti che si trasformano rapidamente in zucchero nel corpo aumentano la secrezione di insulina, mentre alimenti come verdure, pesce, carne, noci, olio d’oliva richiedono quantità trascurabili di insulina.
Lo stile di vita sedentario e il maggior consumo cronico di alimenti che aumentano la secrezione di insulina riducono gradualmente la risposta delle cellule e del corpo ad essa.
La resistenza all’insulina e la carenza di vitamina D sono due dei fattori più importanti che oggi contribuiscono allo sviluppo della malattia. Per risolvere l’insulino-resistenza, non basta correggere la carenza di vitamina D.
Vitamina D e Steatosi Epatica Non Alcolica (NAFLD)
Recentemente, sostanziali prove scientifiche hanno collegato la carenza di vitamina D alla deposizione di grasso nel fegato. Inoltre, l’integrazione di vitamina D ha anche ridotto i livelli di un importante indicatore della funzionalità epatica, la transaminasi ALT. Livelli elevati di questa transaminasi sono associati a danni al fegato.
Tabella Riassuntiva: Vitamina D e Glicemia
| Aspetto | Dettagli |
|---|---|
| Associazione | Bassi livelli di vitamina D associati a diabete tipo 2. |
| Integrazione | Può migliorare il controllo glicemico e ridurre la resistenza all'insulina in alcuni casi. |
| Studio UK Biobank | Livelli elevati di 25(OH)D associati a un rischio ridotto di sviluppare diabete tipo 2. |
| Livelli Ottimali | Livelli sierici di vitamina D ≥ 50 nmol/L possono avere effetti protettivi. |
| NAFLD | Carenza di vitamina D collegata alla deposizione di grasso nel fegato. |
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