Grazie al sangue, un esame permette di capire quale sarà l’evoluzione della malattia generata dal Covid-19 e lo stato iper-infiammatorio che la caratterizza.
Test Sierologici e Anticorpi
I test sierologici applicati al coronavirus assumeranno importanza sempre più rilevante nella pianificazione del post lock-down. E' infatti grazie a questi strumenti che potremo avere un quadro più chiaro di chi è entrato realmente in contatto con il virus. A differenza degli ormai noti "tamponi", esame di laboratorio che serve per individuare la presenza del coronavirus all'interno delle mucose respiratorie, i test sierologici servono ad individuare tutte quelle persone che sono entrate in contatto con il virus.
Mentre i primi forniscono un'istantanea sull'infezione, i secondi "raccontano" la storia della malattia. I test sierologici sono essenzialmente di due tipi: quelli rapidi e quelli quantitativi. I primi, grazie ad una goccia di sangue, stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi -e quindi è entrata in contatto con il virus-; i secondi, dove serve un prelievo, dosano in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti. In entrambi i casi i test sierologici vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG.
Immunoglobuline: IgM e IgG
Esistono 5 tipologie di anticorpi, che possono essere classificate a seconda della loro funzione:
- Immunoglubuline A (IgA): rappresentano circa il 15% degli anticorpi totali. Sono specializzate nella difesa dalle infezioni locali e dalle aggressioni a livello delle mucose.
- Immunoglubuline D (IgD): la loro funzione non è ancora completamente chiara, sono presenti sulla membrana dei linfociti B, probabilmente con il ruolo di recettori.
- Immunoglobuline E (IgE): sono coinvolte nelle reazioni immunitarie allergiche e nelle infestazioni da parassiti.
- Immunoglobuline M (IgM): sono coinvolte nella prima risposta immunitaria a una nuova infezione o a un antigene estraneo.
- Immunoglobuline G (IgG): rappresentano circa il 70-80% delle immunoglobuline totali. Si trovano in tutti i fluidi corporei e sono fondamentali per combattere le infezioni da virus e batteri.
IgM e IgG rappresentano le principali armi di difesa dell’organismo contro le malattie infettive e si comportano come una staffetta:
- le IgM sono i primi anticorpi a essere prodotti in seguito al contatto con un agente estraneo. Se ne trovano tracce nel sangue dopo 5-10 giorni e la loro produzione aumenta rapidamente per alcune settimane, per poi calare e interrompersi quando subentrano le IgG (le IgM possono essere rilevate nel sangue anche a distanza di 3-4 mesi)
- la produzione di IgG aumenta generalmente dopo qualche settimana dall’infezione e diminuisce gradualmente fino a stabilizzarsi.
Le IgG aiutano a sviluppare una risposta immunitaria secondaria, che si verifica nelle esposizioni successive a uno stesso antigene. Rappresentano infatti la “memoria” del sistema immunitario, che in questo modo si ricorda di microrganismi con cui è già entrato in contatto ed è pronto a intervenire in caso di una successiva infezione.
La rilevazione degli anticorpi IgG permette di identificare gli individui che hanno contratto l’infezione in passato, quindi potrebbero risultare protetti, o meno suscettibili, ad una reinfezione. Questi anticorpi sono in grado di legare e neutralizzare la porzione RBD della proteina S1 e di impedire, quindi, l’ingresso del Virus nella cellula bersaglio.
Interpretazione dei Risultati dei Test Sierologici
Come leggere il risultato del test sierologico Covid 19:
- IgM e IgG negative: non c’è stata infezione o l’esposizione al patogeno è avvenuta da troppo poco tempo e non è stata ancora sviluppata una reazione immunitaria rilevabile, oppure il livello di anticorpi prodotti è troppo basso per essere rilevato dal test;
- solo IgM positive: l’esposizione all’antigene è molto recente;
- IgM e IgG positive: l’infezione è in corso ed è stata contratta da poco tempo;
- solo IgG positive: l’infezione c’è stata ma non è recente.
Non sempre è possibile stabilire se il soggetto che si è sottoposto al test è protetto da una successiva infezione e per quanto tempo.
A seconda dei risultati e dell’antigene indagato, il medico potrebbe aver bisogno di prescrivere altri test, come il tampone, per arrivare a una diagnosi precisa.
Anticorpi Anti-Proteina N
Il virus SARS-CoV-2 ha diversi siti in grado di provocare una risposta anticorpale: le glicoproteine S (Proteina Spike), proteine di membrana M, proteine di nucleocapside N. A tale scopo assume particolare importanza il dosaggio degli anticorpi anti proteina N. Questi anticorpi sono in grado di riconoscere il nucleocapside N, vengono infatti prodotti solo in seguito all’infezione naturale.
Test Sierologici Quantitativi
I test sierologici possono indicarci se vi è una risposta contro la proteina N o la proteina S del virus. La produzione di anticorpi contro la proteina S è la conseguenza o di un’infezione (malattia) o di una vaccinazione. La produzione di anticorpi anti proteina N avviene invece solo dopo l’infezione.
Come detto, la produzione di sole IgM indica un’infezione recentissima, mentre la presenza di IgM ed IgG o di sole IgG compare più tardivamente. I test sono quantitativi. Sono, in altre parole, in grado di darci un’idea di quanti anticorpi sono stati indotti dalla vaccinazione o dall’infezione stessa.
Monocyte Distribution Width (MDW)
Si chiama Monocyte Distribution Width. In italiano, letteralmente, sarebbe “larghezza di distribuzione dei monociti”. È un esame che permette, grazie al sangue, di capire quale sarà l’evoluzione della malattia generata dal Covid-19 e lo stato iper-infiammatorio che la caratterizza.
Il test, che consiste nell’analisi della morfologia dei monociti appunto, (una popolazione specifica di cellule che abbiamo in circolo), è il risultato di uno studio condotto dall’Azienda Ospedaliero Universitaria di Modena.
Pubblicata sulla rivista Scientific Reports, la ricerca ha preso in considerazione 87 pazienti ricoverati per Covid nei reparti di cura intensiva e subintensiva, nei quali MDW è risultato essere correlato in modo altamente significativo con alcuni classici biomarcatori di infiammazione, con l’esito delle cure (outcome) e con il decorso clinico e la gravità della malattia.
Nel corso dell’indagine i valori alterati di MDW sono stati associati a mortalità elevata che ha toccato anche picchi del 35%. Al contrario, «valori bassi permettono di individuare i pazienti con forti possibilità di guarigione».
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