Colesterolo Alto e Pressione Alta: Una Correlazione Pericolosa

In Italia, un decesso su tre è attribuibile alle malattie cardiovascolari, in primis infarto del miocardio e ictus, che continuano ad essere la prima causa di morte nel mondo occidentale. Si stima che oltre 10 milioni di italiani, un terzo della popolazione adulta, abbiano livelli di colesterolo ‘cattivo’ (LDL) superiori alla norma, e che addirittura due terzi - 16 milioni di persone - soffrano di pressione alta.

Silenti e troppo spesso sottovalutate, l’ipertensione arteriosa e l’ipercolesterolemia ne sono una causa diretta: non semplici fattori di rischio ma condizioni patologiche che, se non tenute sotto controllo, aumentano significativamente le probabilità di andare incontro a un evento cardiovascolare. Inoltre, se trascurate, possono influenzare in maniera sfavorevole l’aspettativa di vita dopo un infarto e favorire l’insorgenza di altre condizioni cliniche complesse come lo scompenso cardiaco, malattia caratterizzata da un deterioramento della funzione di pompa del cuore che impedisce il giusto apporto di sangue all’organismo.

Prevenire queste condizioni e agire tempestivamente per ridurne l’impatto sui pazienti è quanto mai prioritario, ma a guardare i numeri c’è ancora molto da fare, a partire dalla necessità di aumentare la consapevolezza del rischio personale, del ruolo chiave dello stile di vita e dell’aderenza alle cure. Il quadro epidemiologico è gravato da livelli ancora troppo bassi di aderenza terapeutica, con almeno il 50% dei pazienti che non assume i farmaci in modo conforme alle indicazioni del medico. Si stima che in Europa l’aderenza farmacologica subottimale causi circa 200.000 decessi l’anno e fino al 50% dei ricoveri per malattie cardiovascolari, con un impatto anche sui costi sanitari.

Sull’importanza di mettere in atto strategie efficaci di prevenzione e di gestione a 360 gradi dei pazienti a rischio cardiovascolare si sono confrontati a Milano autorevoli esperti della Cardiologia italiana nel corso dell’evento “3H - Hypertension, Hypercolesterolemy, Hearth Failure”. Tra i temi al centro del confronto, i nuovi target terapeutici suggeriti dalle Linee guida internazionali e il ruolo della medicina personalizzata per migliorare gli outcome clinici e ridurre il rischio di mortalità, puntando inoltre a semplificare l’assunzione delle terapie per i pazienti grazie alla disponibilità di nuove terapie di combinazione, con particolare riferimento al trattamento di ipertensione e ipercolesterolemia.

Colesterolo LDL e Rischio Cardiovascolare

“È ormai ampiamente dimostrato che il colesterolo legato alle lipoproteine a bassa densità (C-LDL, il cosiddetto ‘colesterolo cattivo’) non è semplicemente un elemento che predispone alle malattie cardiovascolari, ma è la causa principale di sviluppo e progressione della malattia aterosclerotica, cioè l’ostruzione dei vasi arteriosi, condizione alla base di infarto, ictus e insufficienza cardiaca - spiega Furio Colivicchi, Direttore UOC Cardiologia Clinica e Riabilitativa, Presidio Ospedaliero S. Filippo Neri di Roma -. Nelle persone sane, i livelli di colesterolo LDL devono essere inferiori ai 115 mg/dL, mentre nei soggetti ad elevato rischio cardiovascolare, ad esempio persone con ipertensione o che hanno già avuto un infarto, i valori devono essere tenuti almeno al di sotto di 55 mg/dL. Quanto più si riducono i livelli di colesterolo LDL, attraverso un intervento terapeutico appropriato, tanto minore sarà il rischio di eventi cardiovascolari.

Il trattamento dell’ipercolesterolemia è uno dei migliori esempi di terapia personalizzata perché abbiamo a disposizione diversi farmaci efficaci, il cui impiego varia in relazione ai livelli di colesterolo e al profilo di rischio del paziente. La terapia di combinazione statine-ezetimibe si sta affermando come la prima scelta di intervento farmacologico contro l’ipercolesterolemia. Non a caso, infatti, colesterolo alto e ipertensione arteriosa sono definiti ‘killer silenziosi’ perché non danno manifestazione di sé fino a quando non provocano gravi complicazioni, determinando molto spesso diagnosi tardive e aumentando il rischio di danni d’organo.

Ipertensione Arteriosa: Un Killer Silenzioso

“L’ipertensione arteriosa è in aumento in quanto malattia legata all’invecchiamento: avere la pressione alta vuol dire avere maggiore stress sui vasi e sul cuore, esponendo l’individuo a un rischio elevato di infarto e ictus. La pressione ideale dovrebbe essere 130/80 mm Hg, il che vuol dire una pressione sistolica (la “massima”) non superiore a 130 mm Hg e una pressione diastolica (la “minima”) non superiore a 90 mm Hg. Oggi possiamo contare su opzioni terapeutiche efficaci per contrastare l’ipertensione e gli studi hanno dimostrato che basta una riduzione di 5 mm Hg della pressione arteriosa per diminuire del 10% il rischio di eventi cardiovascolari maggiori - afferma Stefano Carugo, Professore Associato di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università degli Studi di Milano -.

Combattere l’inerzia terapeutica è uno dei principali obiettivi per la classe medica. In tal senso, le Linee guida internazionali raccomandano di procedere tempestivamente con le terapie di associazione prefissata di più farmaci anti-ipertensivi che si sono dimostrate più efficaci per arrivare più rapidamente a target. “L’ipertensione arteriosa - aggiunge Stefano Taddei, Professore Ordinario di Medicina Interna, Università di Pisa - è la prima causa di morte al mondo, superiore alla mortalità causata dai tumori. Tuttavia, ciononostante, resta una malattia sottovalutata e sottostimata, aspetto che peggiora la prognosi dei pazienti. Dopo i 55-60 anni, 1 persona su 2 è ipertesa. Oltre all’età, altri fattori di rischio per lo sviluppo di ipertensione sono l’ereditarietà, l’obesità, errati stili di vita e la presenza malattie renali o endocrine. Quest’ultime possono favorire l’ipertensione anche in fasce di popolazione più giovani.

La scarsa aderenza alle terapie resta uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un buon controllo della pressione arteriosa, che riguarda solo il 25-30% dei pazienti. È ormai dimostrato che l’aderenza peggiora all’aumentare del numero di farmaci da assumere, e in questo possono venire in aiuto le terapie di combinazione di farmaci antipertensivi, ampiamente utilizzate nella pratica clinica. Per via dell’invecchiamento della popolazione, anche lo scompenso cardiaco ha assunto dimensioni sempre più rilevanti. Grazie alle cure, oggi è possibile rallentarne il decorso, ma è necessario agire precocemente per ridurre l’impatto della malattia sulla qualità di vita dei pazienti e sul rischio di ospedalizzazioni.

“Lo scompenso cardiaco insorge in seguito a un danno del muscolo cardiaco, generalmente come conseguenza di un infarto miocardico o di una lunga storia di ipertensione arteriosa, determinando l’incapacità del cuore di assolvere alla normale funzione contrattile di pompa. Si tratta di una malattia complessa che nella maggior parte dei casi insorge in pazienti con comorbidità, che avvertono una sensazione costante di affanno, anche a riposo nei casi più gravi, dovuta all’incapacità del cuore di garantire il corretto apporto di sangue all’organismo - spiega Andrea Di Lenarda, Direttore della SC Patologie Cardiovascolari, Dipartimento Specialistico Territoriale, ASUGI, Trieste -. Nei pazienti che dimostrano una disfunzione del muscolo cardiaco, è fondamentale intervenire in maniera tempestiva per evitare che il danno peggiori e che lo scompenso cardiaco progredisca.

La rete dei servizi territoriali svolge un ruolo cruciale per intercettare precocemente i pazienti, migliorare la presa in carico post-dimissione e l’aderenza terapeutica, che resta una delle principali criticità, nonostante la disponibilità di terapie efficaci nel controllare la malattia e ridurre ospedalizzazioni e decessi. Con ipertensione o pressione alta, ovvero a partire da valori di 140/90 o più, si intende un’elevata pressione del sangue sulle pareti delle arterie che sottopone a sforzo e tensione vasi sanguigni, cuore, cervello e reni, confermandosi come la prima causa nel mondo di malattie cardiovascolari che possono condurre a infarto e ictus provocando la morte di 7,5 milioni di persone in tutto il pianeta ogni anno.

Ipertensione e Colesterolo: Un Mix Pericoloso

La pressione alta può portare a piccole lesioni vascolari, note come cicatrici vascolari: proprio qui rischia di insediarsi il colesterolo. Quando la pressione diventa troppo alta, le arterie si indeboliscono, la circolazione diventa difficile e il rischio di infarto e ictus aumenta.

L’ipertensione e l’ipercolesterolemia sono fattori che predispongono ognuno alla malattia coronarica: i loro effetti combinati sono considerati moltiplicativi piuttosto che additivi. Spesso le persone ipertese presentano livelli di colesterolo più elevati, rispetto alle persone normotese. L’ipertensione, soprattutto se associata a elevati livelli di colesterolo, può essere molto pericolosa per la tua salute: fai frequenti controlli presso il tuo medico e chiedigli come puoi ridurre il tuo rischio cardiovascolare.

Come Prevenire la Pressione Alta?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) suggerisce alcune importanti linee-guida per il trattamento dell’ipertensione arteriosa, tra cui:

  • controllare il peso corporeo;
  • contenere il consumo di alcol;
  • evitare il fumo;
  • limitare le condizioni di stress;
  • ridurre l’apporto di sale e l’uso degli alimenti che ne sono ricchi (ad esempio gli insaccati);
  • contenere il consumo di grassi animali (contengono colesterolo);
  • non abusare di liquirizia;
  • seguire una dieta ricca di magnesio e potassio (cereali, frutta, verdura, agrumi);
  • esercitare regolarmente un’attività fisica.

Glicemia: Alleata Silente dell’Ipertensione

Purtroppo l’iperglicemia è uno dei fattori scatenanti dell’ipertensione ed è in grado di aggravarla accelerando il danno che essa esercita sulle arterie. L’eccesso di zucchero non controllato altera continuamente l’omeostasi glicemica: i tessuti periferici non rispondono più all’insulina e lo zucchero rimane in circolo portando a iperglicemia e accumulo di tessuto adiposo.

È pertanto possibile capire quanto sia complessa l’attività dell’organo adiposo e si comprende quanto l’obesità possa essere correlata ad altre malattie e altri fattori di rischio come appunto l’ipertensione, oltreché arteriosclerosi, trombosi, diabete di tipo II e via dicendo.

Prevenire le Complicazioni Dovute a Ipertensione

L’ipertensione arteriosa e le sue gravi complicanze si combattono efficacemente solo iniziando prima che questa condizione abbia fatto danni a cuore e vasi arteriosi. Ciò significa anche iniziare ad occuparsi del problema già nei bambini e negli adolescenti, con maggiore attenzione allo stile di vita e alla necessità di iniziare a misurare la pressione arteriosa anche in questa fascia di età.

Come indicano gli esperti, un bambino iperteso sarà molto probabilmente un adulto iperteso, quindi a rischio di patologie cardiovascolari, che oggi rappresentano la prima causa di morte e di spesa sanitaria nei paesi occidentali. Una diagnosi precoce è quindi estremamente importante anche perché consente di tenere sotto controllo l’ipertensione senza dover ricorrere a farmaci.

Studio di Framingham: Un Pilastro nella Comprensione del Rischio Cardiovascolare

Seguendo per lungo tempo la popolazione in questa cittadina degli Usa, e in altre aree del mondo, è stato possibile calcolare quali fattori sono risultati associati a eventi cardiovascolari (ischemie, infarti e ictus) e la forza della loro correlazione. Framingham è una tranquilla cittadina del New England non distante da Boston (USA), che è entrata nella storia della Medicina per una semplice ragione. La salute di tutti i suoi abitanti è tenuta sotto controllo da decenni in una sorta di Grande Fratello medico, in particolare sotto il profilo del rischio cardiovascolare. Framingham è abbastanza vicina per composizione etnica, età media e tipo di attività alle città europee. I dati raccolti sono quindi molto utili anche nel nostro Paese. I dati raccolti a Framingham sono stati confermati in numerosi altri studi osservazionali e sono oggi consolidati.

Ischemie, infarti e ictus derivano tutti sostanzialmente dalla occlusione parziale o totale delle arterie, in particolare - se parliamo di ischemie cardiache e di infarti - delle arterie che garantiscono il funzionamento del cuore, le coronarie. Ciascuno dei fattori di rischio dà il suo contributo, direttamente o indirettamente, all’arteriosclerosi, ma nessuno è indispensabile. Una persona sovrappeso, con la pressione alta, qualche alterazione della glicemia e che fuma, ha un rischio cardiovascolare di parecchie volte superiore alla norma sia se è maschio, sia se femmina. Il dato va corretto per età e considerando la storia familiare di ogni individuo, ma può significare avere una possibilità dal 10 (se maschio) al 6% (se femmina) di avere un ictus o un infarto nel giro dei prossimi 10 anni. Insomma c’è poco da scherzare.

Fattori di Rischio Cardiovascolare: Un Approfondimento

Il più importante è la pressione arteriosa. La pressione più è bassa meglio è (pochissime persone hanno davvero una pressione troppo bassa). Le arterie sono dei tubi nei quali il sangue passa non in modo omogeneo ma con ‘gittate’ alternate e consecutive. Se la pressione è alta l’effetto è un ‘martellamento’ dell’arteria e in particolare del suo rivestimento interno l’endotelio. Siccome l’arteria ammalata diviene più rigida, l’effetto è un circolo vizioso perché in una arteria che non si allarga per far passare il sangue la pressione tende a crescere.

L’iperglicemia incide in modi diversi su tutta la catena di eventi che porta dapprima all’irritazione dell’endotelio sino alla formazione della placca aterosclerotica e al suo distacco. Molti effetti dell’iperglicemia sono indiretti, per esempio l’aumento delle pericolosissime LDL piccole dense. In passato si pensava che fossero necessari lunghi periodi di elevata iperglicemia per ottenere questi effetti; recentemente è stato dimostrato che l’endotelio non soffre solo o tanto una glicemia stabilmente alta ma soprattutto le variazioni improvvise della glicemia, quei picchi in cui per pochi minuti, ad esempio dopo l’ingestione di una bevanda zuccherata o di un dolce o di un pasto, la glicemia sale anche solo a 180 o 200 mg/dl.

La nicotina ha due effetti negativi: favorisce il processo di infiammazione dell’endotelio e tiene alta la pressione riducendo la flessibilità delle arterie stesse. La placca che si viene a formare nell’arteria è composta da colesterolo LDL e trigliceridi. Esistono diversi tipi di colesterolo con effetti molto diversi. Se il colesterolo LDL è ‘cattivo’ in quanto si va a spalmare sull’endotelio riducendo la portata dell’arteria, il colesterolo HDL è invece buono in quanto ottiene l’effetto opposto, ripulendo le arterie.

I trigliceridi svolgono una funzione di riserva energetica per cui le calorie in eccesso vengono trasformate in queste sostanze per poter essere facilmente immagazzinate. Quindi per tenere sotto controllo i trigliceridi prima di tutto dobbiamo ridurre le calorie, in particolare se derivate dagli zuccheri e dall’alcol. Poi dovremmo aumentare i grassi buoni della dieta: i grassi insaturi vegetali e i grassi di pesce, e se poi riusciamo anche a fare attività fisica… il risultato è garantito!

Non è ancora chiaro con precisione per quali ragioni ma essere sovrappeso, soprattutto avere del grasso sull’addome, è correlato alla presenza di molti fra questi fattori di rischio. Per tutti questi fattori di rischio, tranne la coagulazione, gli studi osservazionali e quelli di intervento (quelli cioè dove si prescriveva una terapia specifica) hanno mostrato che i guadagni in termini di riduzione del rischio sono incrementali. Chi ha la pressione massima a 140 mm/Hg e la porta a 135 riduce di qualche punto il suo rischio, se la porta a 130 ancora meglio e così via. Lo stesso vale in particolare per il colesterolo LDL, ma anche per i trigliceridi e per il colesterolo HDL, per l’iperglicemia e per il sovrappeso. Per il fumo a ogni anno in più senza fumo corrisponde un po’ di rischio in meno.

Le Strade del Cuore: Una Campagna di Sensibilizzazione

Nelle 10 tappe in 8 Regioni “Le Strade del Cuore” ha incontrato circa 2.500 persone, uomini e donne sopra i 40 anni, raccogliendo importanti informazioni circa quanto ciascuno sapeva relativamente al proprio stato di salute. Dopo aver compilato un questionario per l’autovalutazione della propria salute, in cui indicare la familiarità per eventuali patologie cardiovascolari, terapie in corso o problematiche quali pressione alta o colesterolo alto, le persone venivano accolte sulla Clinica Mobile per effettuare i controlli: rilevazione della pressione arteriosa, misurazione del peso e del girovita, valutazione del profilo lipidico, misurazione della glicemia e controllo del ritmo cardiaco.

“Nel mondo, le malattie cardiovascolari sono tuttora la causa principale di mortalità e disabilità nella popolazione. Pertanto, di estremo rilievo è la prevenzione di queste malattie. A questo proposito è da sottolineare come sia fondamentale che la popolazione ed il singolo soggetto siano, nell’ambito del proprio stato di salute, coscienti del loro rischio cardiovascolare. Dall’analisi dei dati raccolti, una delle principali evidenze riguarda la consapevolezza delle persone senza precedenti malattie cardiovascolari circa il proprio stato di salute in relazione alla presenza di fattori di rischio cardiovascolare: molti infatti hanno dichiarato di non soffrire di pressione alta o di colesterolo alto.

“I dati raccolti raccontano uno spaccato della percezione degli italiani circa l’esposizione al rischio cardiovascolare - spiega il prof. Giuseppe Speziale, coordinatore delle Cardiochirurgie di GVM Care & Research -. Vi è tutt’oggi una scarsa conoscenza di quali siano i fattori di rischio, come intervenire per tenerli sotto controllo e quando invece si rendono necessari approfondimenti diagnostici. Specialmente a seguito del periodo emergenziale, l’attenzione alle problematiche cardiovascolari si è allentata. Un ulteriore aspetto emerso con evidenza dal questionario di autovalutazione fornito in occasione dei consulti de “Le Strade del Cuore”, è legato al fattore stress. È stato chiesto ai pazienti se si sentissero stressati e se sì con che frequenza.

Più del 50% delle donne ha dichiarato di sentirsi stressata e circa il 30% si ritiene frequentemente stressata. La presenza di stress nel genere maschile era apparentemente minore: circa il 30% dichiarava di non essere stressato, mentre il 48,78% e il 21% si dichiaravano stressati o frequentemente stressati, rispettivamente.

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