Febbre Dopo Prelievo di Sangue: Cause e Cosa Sapere

Le analisi del sangue sono esami fondamentali sia per normali controlli periodici, sia per approfondimenti diagnostici. Gli esami del sangue, oppure analisi del sangue, sono esami di laboratorio che per mezzo di un prelievo di sangue venoso permettono di conoscere i principali componenti ematici. Le analisi sono richieste dai medici curanti o dai medici specialisti. Il sangue infatti permette di ottenere informazioni di rilievo sulla salute del soggetto e sulle condizioni del suo organismo.

Come si svolge un prelievo di sangue

Viene prelevata una piccola quantità di sangue da una vena del braccio. L’operazione dura pochi secondi ed è svolta da un infermiere. Si disinfetta il punto dove viene inserito l’ago, si applica un laccio emostatico all’inizio del braccio e l’ago viene infilato. Inizia quindi il trasferimento del sangue in una o più provette. Terminato il prelievo, al paziente è richiesto di tenere sul buchino lasciato dall’ago un piccolo batuffolo di cotone, e dopo qualche minuto la ferita si rimargina.

Reazioni comuni dopo il prelievo di sangue

Non ci sono indicazioni particolari su cosa fare dopo un prelievo di sangue, trattandosi di una procedura molto comune che non comporta particolari problemi. Ad ogni modo, l’atto del prelievo costituisce un piccolo trauma per il vaso sanguigno. Potrebbero dunque presentarsi ecchimosi (ematomi) o edemi, ovvero un leggero gonfiore nell’area circostante. Non c’è da allarmarsi, in quanto si tratta di una reazione post-traumatica assolutamente fisiologica: fenomeni simili tendono a scomparire naturalmente dopo qualche giorno.

Ematoma dopo il prelievo ematico

L’ematoma dopo il prelievo ematico è una delle complicanze più comuni e temute da chi si sottopone agli esami del sangue. Sebbene nella maggior parte dei casi si tratti solo di un livido dopo prelievo ematico lieve e passeggero, a volte può trasformarsi in un vero e proprio ematoma da prelievo ematico, doloroso, gonfio e persistente. Capire quando preoccuparsi, cosa fare, come prevenirlo o come velocizzare il riassorbimento è fondamentale per affrontare la situazione con consapevolezza.

Cause degli ematomi

Quando l’infermiere o il medico effettua un prelievo ematico, spesso si scontra con vene profonde e difficili, sia da vedere che da palpare. In questi casi, per l’operatore che esegue il prelievo, può risultare complicato individuare correttamente la vena e, per quanto possa essere abile, la venipuntura si esegue spesso un po’ “alla cieca”, approssimando la zona in cui si trova il vaso. Purtroppo, durante questa manovra, può capitare di perforare accidentalmente vene di piccolo calibro o addirittura oltrepassare quella desiderata, causando emorragie più o meno importanti: ecchimosi nel primo caso, ematoma nel secondo. Da queste piccole lesioni può fuoriuscire sangue venoso, che si riversa nei tessuti circostanti.

Altre volte, le cause di un ematoma dopo il prelievo ematico non sono legate all’errore dell’infermiere o del medico, che possono aver eseguito la procedura in modo corretto, ma al fatto che il paziente si è distratto e non ha premuto adeguatamente il tampone per il tempo necessario.

Evoluzione e gestione degli ematomi

In genere, la quasi totalità degli ematomi o delle ecchimosi si stabilizza rapidamente e, oltre a un lieve danno estetico temporaneo, non comporta particolari problemi. Il livido dopo prelievo ematico tende a cambiare colore nel tempo: da un blu-viola scuro, vira verso il verde, per poi assumere sfumature marroni e infine giallo chiaro, prima di scomparire completamente. Questa progressione cromatica è un buon segnale, indicativo del riassorbimento del sangue nei tessuti. Un’ecchimosi può risolversi entro una settimana, mentre un ematoma da prelievo ematico più esteso può richiedere anche due o tre settimane, a seconda delle condizioni del paziente.

L’aspetto fondamentale è monitorare che l’ematoma dopo il prelievo ematico non aumenti di dimensioni, non provochi dolore intenso o arrossamenti marcati, e prosegua nella sua evoluzione cromatica. Diversa è la situazione in cui, nel sito del prelievo, si sviluppa un ematoma che nel giro di poco tempo solleva visibilmente la cute, peggiora con il passare delle ore, è gonfio, dolente e caldo al tatto. In questo caso è consigliabile contattare tempestivamente il medico o l’infermiere del centro prelievi per una valutazione. Se gli operatori non sono reperibili (per orari chiusi o giorni festivi), è opportuno rivolgersi alla continuità assistenziale. Il medico potrà suggerire come trattare l’ematoma da prelievo ematico con una terapia topica o decidere se siano necessari ulteriori accertamenti. Nei casi peggiori, in assenza di assistenza, e se la situazione peggiora, è consigliabile recarsi al pronto soccorso. Nella maggior parte dei casi, comunque, l’applicazione di creme a uso topico (sotto consiglio del farmacista di fiducia) è sufficiente a velocizzare il riassorbimento.

Febbre: cause e tipologie

La febbre è forse il più comune dei segni clinici di malattia. È causata dalla attivazione dei centri ipotalamici termoregolatori in seguito alla liberazione di pirogeni endogeni da parte di varie linee cellulari del paziente. Ad esempio, è risaputo che esistono situazioni conosciute come non febbri. In questi casi la temperatura non supera abitualmente i 37.2-37,5°C (misurazione ascellare). In questi individui tale condizione è priva di significato patologico, essendo riferibile ad una semplice accentuazione del fisiologico ciclo circadiano.

Febbre provocata

Esiste, poi, la febbre provocata, di non rara osservazione nei bambini o adolescenti di entrambi i sessi. Questa tipologia di febbre abitualmente si riscontra in individui che presentano particolari stigmate caratteriali quali ipersensibilità e fragilità, non raramente in associazione ad estrema sicurezza, scaltrezza e temerarietà. Il momento scatenante può essere rappresentato da un periodo di difficoltà scolastica o familiare come, ad esempio, la nascita di un fratello. Di solito il tutto esordisce con un autentico episodio febbrile, quasi sempre di natura infettiva, durante il quale il bambino riceve cure e attenzioni. In seguito, notando che l’espediente funziona e che, anzi, il perdurare della “febbre” accentua il clima di attenzione attorno a lui, finisce con l’affezionarsi alla condizione di malato, sottoponendosi anche volentieri alle visite mediche, alle cure ed agli esami prescritti.

Nel dubbio di questa febbre provocata sarebbe opportuno misurare la temperatura almeno due volte al giorno (al risveglio al mattino e nel pomeriggio), misurare contemporaneamente la frequenza cardiaca (in genere aumenta di 10 battiti/min per ogni grado centigrado) ed assistere personalmente ad alcune misurazioni.

Esami di laboratorio e Proteina C-Reattiva (PCR)

La proteina C reattiva (PCR) è un indice d'infiammazione; come tale, le sue concentrazioni nel sangue aumentano in presenza di processi flogistici di varia natura. Dal punto di vista funzionale, la proteina C reattiva è molto simile alle immunoglobuline di classe G (IgG), sostanze che si attivano per svolgere un'azione di difesa dell'organismo. A differenza di queste, però, la proteina C reattiva non è diretta specificamente contro un determinato antigene.

La PCR viene prodotta principalmente a livello epatico, in risposta a stimoli quali agenti nocivi, microrganismi patogeni e immunocomplessi, ma anche in seguito a traumi. L'aumento della proteina C reattiva si verifica in caso di malattie reumatologiche, infezioni batteriche e traumi. Di recente, un valore di proteina C reattiva cronicamente elevato è stato correlato a un aumento del rischio cardiovascolare.

Quando il medico prescrive la misurazione della PCR

Il medico prescrive la misurazione della proteina C reattiva (PCR) nel sangue quando sospetta che il paziente abbia un'infiammazione acuta, come un'infezione batterica o fungina, una patologia autoimmune (es. lupus eritematoso sistemico o vasculiti), una malattia infiammatoria intestinale (es. Dopo aver valutato i risultati, il medico può orientarsi meglio e consigliare altre indagini di approfondimento.

La PCR è correlata a un altro esame usato per valutare uno stato infiammatorio: il test della velocità di sedimentazione dei globuli rossi (VES). A differenza di quest'ultimo parametro, però, la proteina C reattiva aumenta e diminuisce più rapidamente.

Valori normali e cause di aumento della PCR

Nelle persone sane, il valore medio della proteina C reattiva è compreso tra 0,5 mg/l e 10 mg/l, con una variabilità che dipende dall'età e dal sesso del paziente. In condizioni normali, i livelli della proteina C reattiva nel sangue sono bassi, ma in presenza di un'infezione o di uno stato infiammatorio possono aumentare anche migliaia di volte nel giro di poche ore. In questi casi, la crescita di tale parametro è molto rapida e precede il manifestarsi di sintomi indicativi dell'infiammazione, come febbre o dolore.

La concentrazione di PCR può essere aumentata negli stadi più avanzati della gravidanza, così come durante la terapia sostitutiva ormonale (es. estrogeni), e in caso di condizione di obesità del paziente.

Interpretazione dei risultati della PCR

Se i valori della PCR risultano bassi, significa che un disturbo apparentemente associato a un'infiammazione, in realtà non lo è. La causa dei sintomi è, dunque, da ricercarsi altrove. I livelli di proteina C reattiva non sono specifici per la diagnosi di malattia, ma servono a valutarne la gravità e l'evoluzione quando essa è già stata diagnosticata, a prescrivere esami più approfonditi per indagarne le origini o a valutare l'efficacia della terapia adottata.

Tabella dei livelli di Proteina C Reattiva (PCR) e possibili interpretazioni:

Livello di PCR (mg/L) Interpretazione
Minore di 0.5 Valore normale o infiammazione assente
0.5 - 10 Valore normale con possibile variabilità individuale
Maggiore di 10 Possibile infiammazione in corso; ulteriori esami necessari
Aumento significativo (anche migliaia di volte) Infezione o stato infiammatorio acuto

Per l'analisi della proteina C reattiva, il paziente si deve sottoporre ad un prelievo di sangue. Prima di sottoporsi all'esame, il paziente deve osservare un digiuno di almeno 8-10 ore, durante le quali è ammessa l'assunzione di una modica quantità di acqua. Inoltre, occorre essere in posizione eretta da almeno 30 minuti.

Approfondimenti diagnostici

Una volta completato l’esame fisico, qualora non sia stata formulata ancora una ipotesi diagnostica o non si sia addirittura pervenuti ad una diagnosi esaustiva, è opportuno passare alle indagini di I livello. Un buon numero degli esami di I livello può essere prescritto contestualmente alla prima visita. Come approfondimento di queste indagini di I livello possiamo, nel giro di 1-3 giorni qualora la febbre non si sia risolta, richiedere:

  • Elettroforesi delle sieroproteine e dosaggio delle IgG-IgM-IgA, fibrinogenemia
  • Procalcitonina

Hanno lo scopo di individuare patologie d’organo quali possibili causa di febbre. Ovviamente non devono in ogni caso essere eseguite dalla prima all’ultima, anzi l’aspettativa del medico è di poter formulare una diagnosi affidabile e definitiva senza doversi avvalere di tutte quelle di seguito elencate.

Esami radiologici

Sempre fra gli esami radiologici di II livello troviamo quelli che vanno ad indagare la presenza di un processo patologico a carico di segmenti dello scheletro, di fissatori meccanici (tipici quelli vertebrali o femorali) o di presidi protesici inseriti a livello delle principali articolazioni (solitamente anca, ginocchio o spalla). Ricordiamo la broncoscopia, la quale permette non solo la visione dell’albero respiratorio, ma anche l’aspirazione di secrezioni e, se indicato, anche del liquido di lavaggio bronco-alveolare.

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