Si chiama vitamina D, ma non possiamo considerarla una vitamina in senso stretto. Il termine vitamina, infatti, identifica delle sostanze organiche indispensabili per la vita che devono necessariamente essere introdotte con la dieta poiché l’organismo non è in grado di sintetizzarle. La vitamina D è più correttamente un pre-ormone, che ha il compito principale di regolare il metabolismo del calcio e del fosforo.
Cos'è la Vitamina D?
La vitamina D è una vitamina liposolubile che si scioglie nei grassi, viene accumulata nel fegato e rilasciata nell’organismo a piccole dosi. Come tutte le vitamine, la vitamina D è essenziale all’organismo:
- Favorisce il processo di mineralizzazione delle ossa.
- Aumenta l’assorbimento intestinale di fosforo e calcio.
- Mantiene i livelli di fosforo e calcio stabili nel sangue.
- Diminuisce l’eliminazione di calcio tramite l’urina.
Esistono due forme di vitamina D in natura: l’ergocalciferolo (vitamina D2), assunto con il cibo e di origine vegetale, e il colecalciferolo (vitamina D3), che deriva dal colesterolo ed è prodotta direttamente dall’organismo.
Circa il 10% della vitamina D presente nell'organismo è il risultato dell'assimilazione con la dieta, la restante parte (circa il 90%) è prodotta, a livello delle cellule della cute, in seguito all'esposizione ai raggi solari. La disponibilità di 25(OH) Vitamina D3 nell'organismo è il risultato sia di meccanismi endogeni, che si attivano in conseguenza all'esposizione ai raggi solari, che di meccanismi esogeni dovuti all'introduzione di vitamine per via alimentare. Per questa nostra capacità di sintesi, la vitamina D è nota come vitamina sui generis: a differenza di tutte le altre vitamine che possiamo solo assumere tramite l’alimentazione non riuscendo a produrle in autonomia, la vitamina D viene per la maggior parte sintetizzata dall’organismo per azione dei raggi del sole.
Per questo eventuali carenze spesso si possono risolvere semplicemente aumentando la propria esposizione al sole, eventualmente poi, se prescritto dal medico, anche con l’assunzione di integratori. La vitamina D somministrata si accumula in gran parte nel tessuto adiposo, per poi essere rilasciata gradualmente.
L’apporto alimentare garantisce solo il 10-15% del fabbisogno di vitamina D, mentre la maggior parte è sintetizzata dall’organismo tramite sintesi cutanea.
Vitamina D e la sua Importanza per la Salute
Alcune linee di Ricerca avevano suggerito una possibile associazione tra omeostasi della vitamina D e malattie infettive, metaboliche, tumorali, cardiovascolari e immunologiche. Studi scientifici hanno evidenziato che bassi livelli di Vitamina D3 sono correlati ad un incidenza di cancro colon rettale, al seno, alla prostata, al pancreas o al polmone significativamente più alta. L’azione anti-tumorale si ritiene possa essere legata all’attività regolatoria dell’1,25 diidrossi Vitamina D su geni che controllano la proliferazione cellulare.
Legandosi a specifici recettori presenti a livello pancreatico, la Vitamina D3, inoltre, mostra un ruolo fondamentale nel controllo del peso corporeo, della glicemia e quindi nell’insorgenza del diabete e delle malattie cardiovascolari. Si è visto che l’attività di regolatore genico, infatti, consente alla Vitamina D3 di svolgere un ruolo di prevenzione anche per le malattie cardiovascolari attraverso un controllo attivo sulla pressione arteriosa, l’infiammazione e le calcificazioni cardiovascolari.
Il VDR è espresso anche in diversi globuli bianchi, inclusi monociti e cellule T e B attivate, il che dimostra il suo ruolo immunitario.
È importante che vi sia un’adeguata concentrazione di calcio nel sangue, poiché una carenza cronica può comportare un difetto di mineralizzazione ossea che porta allo sviluppo di rachitismo nel bambino e osteomalacia nell’adulto. Il rachitismo è una condizione particolarmente grave poiché riguarda ossa in via di sviluppo che non hanno ancora raggiunto il picco di massa e comporta una crescita ridotta associata a un quadro di deformità scheletriche specifiche, in particolare a livello degli arti.
L’osteomalacia, invece, colpisce un osso già maturo e dunque comporta principalmente l’indebolimento dello scheletro, che diviene più fragile e suscettibile alle fratture. Quando i livelli di vitamina D sono carenti, l'assorbimento totale del calcio alimentare può diminuire dal normale intervallo del 60-80% al 15%.
Quando viene prescritto l’esame della Vitamina D?
L’esame della vitamina D viene prescritto per verificarne o meno la carenza e quando è necessario monitorare l’eventuale supplementazione della stessa. L’esame consente di verificare la quantità di vitamina D presente nell’organismo e di accertare se il paziente sia carente o meno.
La vitamina D, come ogni vitamina, è fondamentale al buon funzionamento del nostro organismo. Una sua carenza o una presenza eccessiva nell’organismo (ipervitaminosi) possono provocare danni alla salute, in questo caso all’apparato scheletrico e al sistema immunitario.
Riveste un ruolo essenziale nel monitoraggio dei pazienti che presentano disturbi quali:
- Disturbi del metabolismo e del calcio.
- Rachitismo.
- Ipocalcemia.
- Osteodistrofia nutrizionale e renale.
- Ipoparatiroidismo.
- Osteoporosi.
L’esame della vitamina D viene tuttavia consigliato anche a:
- Donne in gravidanza, in quanto la vitamina D, oltre a contribuire allo stato di buona salute della donna, contribuisce alla normale crescita del bambino e del suo scheletro e previene patologie come il rachitismo, svolgendo un importante ruolo nell’assorbimento di calcio e fosforo.
- Donne in menopausa, che rischiano riduzioni del calcio nel sangue e diventano più predisposte a sviluppare osteoporosi.
- Anziani, le cui ossa diventano più fragili.
Il prelievo per la determinazione della 25OH vitamina D è indicato solo in caso di fondato sospetto di ipovitaminosi su base anamnestica o clinica.
Esame vitamina D
L’esame della vitamina D si effettua attraverso un prelievo di sangue da una vena del braccio. L'analisi dei pro-ormoni consente di avere informazioni circa lo stato vitaminico D del paziente.
I livelli di calcidiolo e calcitriolo nel sangue, le due forme più importanti di vitamina D, possono essere dosati grazie a un'indagine diagnositica specifica, il cosiddetto test della vitamina D [25(OH)D].
L’utilizzo dello Spettrometro di Massa, disponibile preso il nostro laboratorio e unico esemplare presente sul territorio della Sicilia orientale, assicura un’elevata specificità rispetto ai metodi più comunemente utilizzati dai laboratori diagnostici quali il dosaggio Radio Immunologico (RIA) e l’analisi in HPLC.
Vitamina D: Valori Normali
Un valore ottimale di vitamina D nel sangue varia tra 30 e 99 ug/L. I valori di riferimento degli esami di laboratorio possono variare a seconda della metodologia di analisi dei campioni, quelli indicati in questa scheda hanno uno scopo puramente informativo. Tali valori sono sovrapponibili a quelli indicati dall’US Endocrine Society che definisce valori di vitamina D bassa < 20 ng/ml e l’insufficienza compresa tra 21 e 30 ng/ml, e dall’Institute of Medicine statunitense, che riconosce in valori pari o superiore a 20 ng/ml una concentrazione adeguata per il mantenimento di una buona salute ossea.
Tabella dei Valori di Riferimento della Vitamina D
| Livello di rischio | Valore (ug/L) |
|---|---|
| Carenza | < 20 |
| Insufficienza | 21 - 29 |
| Valore ottimale | 30 - 99 |
| Tossicità | > 100 |
Quando è considerata bassa la vitamina D? Quali sono i sintomi di una carenza di vitamina D?
Purtroppo, in caso di carenza, non c’è sintomatologia manifesta; dunque, la diagnosi avviene principalmente tramite esami del sangue. La carenza di vitamina D è più spesso provocata da uno stile di vita che impedisce la giusta quantità di esposizione ai raggi solari e ad una dieta povera di alimenti ricchi di vitamina D. In presenza di sintomi compatibili con ipovitaminosi (astenia, mialgie, dolori diffusi o localizzati, frequenti cadute immotivate), in questi casi si consiglia l'integrazione alimentare di vit.
La carenza di vitamina D comporta nei bambini il rischio di rachitismo, malattia caratterizzata da una difettosa mineralizzazione dell’osso, che lo rende più fragile e deformabile, e ne determina le tipiche deformità. Negli adulti, invece, si può riscontrare osteomalacia, un’intensa forma di decalcificazione ossea, denti più deboli e più predisposti a carie, altri danni all’apparato scheletrico e abbassamento delle difese immunitarie.
Solo per livelli inferiori a 12 ng/mL è indicato un trattamento anche in assenza di sintomi. Gli anziani istituzionalizzati risultano carenti nella quasi totalità dei casi: in queste condizioni viene proposto un trattamento a dosi sostitutive anche senza un dosaggio di conferma.
Vitamina D Alta: Ipervitaminosi
All’opposto, se si supera la soglia dei 100 ng/ml si verifica un eccesso di vitamina D, che può comportare anche intossicazione. Un eccesso di vitamina D per diversi mesi può causare calcificazioni diffuse negli organi, contrazioni e spasmi muscolari, vomito e diarrea, ma anche ipercalcemia (eccessiva quantità di calcio nel sangue), identificabile da sintomi quali:
- Aumento immotivato della seta.
- Aumento della frequenza di minzione.
- Nausea e vomito.
- Debolezza.
Una situazione di ipervitaminosi può riscontrarsi spesso in soggetti che fanno un uso esagerato di integratori di vitamina D, che dovrebbero quindi essere sospesi sotto lo stretto controllo del proprio medico, che procederà, in base al caso, a consigliare la terapia più adeguata per abbassare il livello di tossicità.
Cosa fare in caso di ipovitaminosi D?
Nel caso di ipovitaminosi D il medico curante o lo specialista consiglieranno una supplementazione vitaminica. Di norma si preferisce che il paziente segua delle somministrazioni giornaliere, settimanali o mensili di vitamina D che, in condizioni normali, viene assunta per via orale. La forma che si predilige è quella inattiva, dunque il colecalciferolo, la medesima che viene sintetizzata dal nostro organismo tramite l’esposizione solare. Solo in condizioni particolari, quali il malassorbimento, si preferisce la somministrazione intramuscolo.
Alle nostre latitudini, da circa la fine di marzo alla fine di settembre, una persona sana, e senza particolari fattori di rischio, dovrebbe essere in grado di ottenere quantità sufficienti di vitamina D dai raggi solari. Alla nostra latitudine, da marzo a novembre è sufficiente un’esposizione alla luce del sole di circa il 25% della superficie corporea, per almeno 15 minuti 2-3 volte alla settimana.
In questo periodo determinate categorie dovrebbero controllare il proprio livello di vitamina D e valutare con il medico l’eventualità di assumere integratori. Sono a rischio anche i pazienti con malattie intestinali che causano malassorbimento, quelli che soffrono di osteoporosi o osteopenia, quelli con patologie renali ed epatiche e quelli che assumono farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D, come le terapie cortisoniche croniche o anticomiziali.
Bisogna ricordare però che la fonte primaria di vitamina D rimane l’esposizione alla luce solare. La quantità di vitamina D prodotta dipende, però, da molti fattori, tra cui l'ora del giorno, la stagione, la latitudine e il colore della pelle.
Ovviamente, queste raccomandazioni implicano un certo margine di sicurezza; non si considera, ad esempio, la quantità di vit. Tuttavia, è anche bene non esagerare.
Quanta vitamina D bisogna assumere?
I LARN (livelli di assunzione di riferimento per la popolazione italiana) raccomandano 10µg (400 IU) di vitamina al giorno fino a un anno di vita, 15 µg (600 IU) per bambini, adolescenti e adulti e 20µg (800 IU) per gli anziani. La vitamina D viene espressa come colecalciferolo (1 μg di colecalciferolo = 40 IU vit.
Gli unici alimenti non animali, ma neanche vegetali poiché fanno parte di un Regno a parte, che contengono quantità apprezzabili di vitamina D sono i funghi. In alcuni alimenti di fabbricazione industriale, ad esempio latte o cereali da colazione, la vitamina D viene aggiunta nella fase di produzione, e tali cibi vengono detti fortificati. La fortificazione degli alimenti, ed in particolare del latte, è una pratica molto diffusa in alcuni paesi (ad esempio, negli Stati Uniti d’America) ma non in Italia.
Considerare latte e derivati come fonti alimentari significative di vitamina D è dunque un fraintendimento conseguente alla traduzione di informazioni da fonti anglosassoni. Latte e derivati infatti diventano fonti di quantità apprezzabili di vitamina D solo se “fortificati", vale a dire addizionati di Vitamina D in modo artificiale. Una fonte importante di vitamina D è, invece, l’olio di fegato di merluzzo, ma non è un costituente normale della dieta.
Sono presenti sul mercato diversi integratori alimentari contenenti quantità variabili di vitamina D, da sola o insieme ad altre vitamine e sali minerali. È importante sottolineare che questi integratori non devono mai essere considerati come sostituti di una dieta varia ed equilibrata né di uno stile di vita sano.
Considerazioni Finali
Con la diffusione delle metodiche di dosaggio, oramai alla portata della maggior parte dei laboratori, si sono posti numerosi problemi sull’appropriatezza della misurazione della vitamina D nella pratica clinica. Inoltre, il frequentissimo riscontro di dati refertati come anomali (col tristemente famoso asterisco, marchio d’infamia) pone l’accento sul reale significato clinico del dato e quindi sui limiti di normalità da adottare, e sui conseguenti provvedimenti da proporre in caso di risultati anomali.
L’estensione del dosaggio a popolazioni sempre più ampie (come sostengono i fautori dello screening) espone al rischio di sovradiagnosi di ipovitaminosi D e pertanto di trattamenti inappropriati. Ad uno sguardo superficiale risulta difficile comprendere come nonostante l’abbondanza di dati, non si sia in grado di fornire indicazioni univoche per i clinici.
Se si analizza in dettaglio la tipologia di studi disponibili (essenzialmente osservazionali) e le condizioni in cui si sono realizzati (spesso lontane dalla pratica reale) non si può non condividere la posizione astensionistica di importanti agenzie sanitarie nel fornire solide indicazioni per la pratica. Esiste consenso unanime nell’identificare il 25 idrossi colecalciferolo ( 25OHD) come indicatore dello status vitaminico; fanno eccezione i pazienti con difetto periferico della 1 idrossilasi con ridotta conversione a calcitriolo (es. nefropatie avanzate) dove dovrebbe essere misurato il prodotto finale calcitriolo o 1,25(OH)2D2,3 .
Il dato viene solitamente espresso in ng/mL, tuttavia alcune metodiche (più diffuse nei paesi anglosassoni) presentano i risultati in nmol/L ed è ovviamente importantissimo fare attenzione all’unità di misura in quanto per convertire i dati da ng/mL a nmol/L bisogna moltiplicarli x 2,5. Non esistono al momento studi in grado di definire la validità o meno di uno screening mediante dosaggio della vitamina D nella popolazione generale o in categorie di persone: una revisione della prestigiosa US Preventive Services Task Force (USPSTF) americana conclude che non è possibile fare raccomandazioni a favore o contro lo screening di popolazione mentre la linea guida NICE sostiene che l’esame della vitamina D non è giustificato al di fuori di particolari condizioni di rischio.
Il clinico dovrebbe quindi prendere in considerazione il dosaggio della vitamina D principalmente in soggetti sintomatici (astenia severa, mialgie o documentata osteomalacia) in presenza di condizioni predisponenti. Predispongono alla ipovitaminosi situazioni ambientali dove la persona non si espone ai raggi UV in modi e per tempi adeguati, tra essi anche adulti che per qualsiasi motivo non trascorrono tempi sufficienti all’aria aperta e non fanno uso dei cibi ricchi in vitamina D (vedi Tabella). Gli anziani istituzionalizzati sono in genere carenti di vitamina D: il dosaggio non aggiunge nulla e in questa categoria di persone vengono ritenuti utili supplementi vitaminici anche senza verificarne i valori di partenza.
Non esiste ancora univocità nella interpretazione dei risultati, soprattutto nel trasferimento “pratico” del dato alla decisione di intraprendere una terapia sostitutiva. L’Institute of Medicine (IOM) americano individua:
- al di sotto di 12 ng/mL, soprattutto se in presenza di sintomi come astenia e mialgie, una condizione carenziale il cui trattamento è in grado di conseguire benefici clinici;
- tra 12 e 20 ng/mL un intervallo che (soprattutto in estate) indica una condizione che - in presenza di sintomi - può beneficiare del trattamento;
- tra 20 e 30 ng/mL livelli adeguati per il fabbisogno della maggioranza delle persone dove il trattamento difficilmente porta a benefici clinicamente rilevabili;
- oltre 40-50 ng/mL potenziali rischi predisponenti allo sviluppo di cadute, fratture o neoplasie (prostata e pancreas) con incremento del rischio di morte per tutte le cause.
Anche sulla necessità e sulla cadenza dei controlli non esiste una posizione univoca. Sono certamente necessari almeno 2 mesi prima di potere apprezzare una modifica clinicamente significativa, e quando si parte con dosi superiori per correggere livelli basali molto carenti è raccomandabile una verifica a 2-3 mesi per evitare di proseguire con dosi non necessarie.
I dati a disposizione non sono favorevoli al dosaggio sistematico della vitamina D nel siero.
leggi anche:
- Costo Esami del Sangue Vitamina B12 e Folati: Dove Farli e Quanto Costano?
- Vitamina D Insufficiente: Quali Esami del Sangue Fare e Come Interpretare i Risultati
- Esami Sangue Vitamina D in Farmacia: Facile e Veloce
- Esenzione C03: Diritto all'Esenzione per Esami del Sangue?
- Interpretazione Facile dei Risultati del Sangue: Scopri Cosa Rivelano Davvero!
- Ecografia Coronarica: Come Valutare la Salute del Tuo Cuore
