Esami del sangue per la sindrome del colon irritabile (IBS)

La sindrome del colon irritabile (IBS) è una condizione che colpisce più del 10% della popolazione generale. L’identificazione della malattia si basa sull’accurata valutazione dei disturbi e sull’esclusione di un danno d’organo. I soggetti affetti sono tipicamente giovani, con età compresa tra i 20 e i 40 anni, e non presentano campanelli d’allarme per altre patologie più gravi.

Per poter stabilire la diagnosi di Sindrome del colon irritabile è essenziale escludere altre patologie intestinali che possono manifestarsi con gli stessi sintomi, visto che per il colon irritabile è necessaria una cosiddetta diagnosi di esclusione. Spesso, però, prima di arrivare a una diagnosi certa di sindrome dell’intestino irritabile, è necessario escludere altre malattie intestinali che si presentano con gli stessi sintomi, ma che richiedono un trattamento differente. A questo scopo, il medico può prescrivere uno o più esami di laboratorio o strumentali di approfondimento, che permettono di precisare la diagnosi e di individuare l'approccio terapeutico più appropriato, in grado di migliorare il benessere intestinale e la qualità di vita del paziente.

Le problematiche inerenti la funzionalità dell’intestino possono manifestarsi con diversi sintomi. Tra i più comuni possiamo indicare: stitichezza, meteorismo, diarrea, tensione addominale. In caso di dolore addominale (addominalgia), diarrea o gonfiore intestinale (meteorismo) può essere indicato sottoporsi al test per la celiachia mediante un semplice esame del sangue.

Esami del sangue e delle feci

Tramite gli esami del sangue abbiamo una prima e immediata indicazione sullo stato della nostra salute. In particolare per quanto riguarda lo stato dell’intestino, i valori a cui prestare attenzione sono l’emocromo e la proteina C reattiva. Non ci sono a oggi esami del sangue che possono diagnosticare direttamente una MICI. Tuttavia analisi di questo tipo possono determinare la presenza di un’infiammazione grazie a diversi parametri che includono la conta delle cellule del sangue e le proteine presenti nel sangue o nelle feci. Entrambi i parametri vengono misurati dopo l'esecuzione di un prelievo di sangue a digiuno.

I biomarcatori che si cercano nelle feci includono la calprotectina e la lattoferrina, mentre i valori che si guardano con un esame del sangue sono il livello di proteina C-reattiva e il tasso di sedimentazione degli eritrociti. Il test prevede la misurazione del livello di calprotectina in un campione di feci. La calprotectina è una proteina presente nei globuli bianchi, in particolare nei neutrofili. Si eseguono su campioni di feci che sono sottoposti a valutazioni di tipo microscopico, chimico e microbiologico.

In alcuni casi viene fatta anche la ricerca del sangue occulto fecale, che serve per escludere un eventuale sanguinamento dell'intestino non macroscopicamente visibile. L'analisi delle feci serve per svelare l’eventuale presenza di parassiti fecali e delle loro uova, in modo da escludere che la sintomatologia sia dovuta a parassitosi intestinali.

Infezioni batteriche intestinali abbastanza diffuse sono, per esempio dovute ad alcuni ceppi di Escherichia coli, Clostridium difficile, Salmonella, Shigella , Campylobacter e Listeria monocytogenes. Questi e altri microrganismi sono tra i responsabili della diarrea del viaggiatore che colpisce frequentemente persone che soggiornano in aree caratterizzate da condizioni igienico-sanitarie precarie o prive di acqua potabile.

Altri esami diagnostici

Oltre agli esami del sangue e delle feci, esistono altri test diagnostici utili per valutare le condizioni dell'intestino e escludere altre patologie:

  • Test del respiro (breath test): è un esame diagnostico non invasivo che analizza campioni di aria espirata dal paziente. Mediante questo tipo di esame è possibile indagare alcune alterazioni del sistema gastroenterico. Queste possono essere provocate da sovracrescita batterica, intolleranze alimentari, in particolare al fruttosio e/o al lattosio, o da alterazioni del transito intestinale. In alternativa, in presenza di dolore addominale associato a scariche diarroiche, malassorbimento, meteorismo e flatulenza persistenti, per valutare la possibile presenza di un'eccessiva carica batterica o di un aumento della motilità intestinale si può effettuare il breath test al lattulosio (uno zucchero che viene fermentato dai microrganismi intestinali).
  • Esame ecografico delle anse intestinali: è un esame non invasivo di primo livello che tramite l’utilizzo di una sonda specifica per lo studio dell’intestino, permette una valutazione dello spessore della parete sia del colon che dell’intestino tenue. L'ecografia dell'addome è uno dei primi esami che si eseguono in caso di dolore addominale.
  • Colonscopia: se tutti gli esami fin qui descritti sono considerati poco o per nulla invasivi, la colonscopia è un esame che potrebbe arrecare fastidio al paziente, pertanto in alcuni casi si opta per svolgerlo sotto anestesia. È un esame fondamentale, poiché è l’unico in grado di esaminare la parete interna del colon e riconoscere polipi e lesioni della mucosa intestinale. Considerato che il colon e la parte finale dell’intestino sono le aree più frequentemente interessate da una malattia infiammatoria intestinale, la colonscopia è il tipo di esame richiesto più spesso, sia per diagnosticare una MICI sia per monitorarne lo sviluppo. Durante la procedura il medico potrà anche prelevare un campione di tessuto per farlo analizzare in laboratorio. Talvolta un’analisi del tessuto può aiutare a confermare la diagnosi. Durante una colonscopia il paziente è in sedazione e il medico guida un colonscopio nel retto del paziente e per tutta la lunghezza del colon e del tratto finale del piccolo intestino (ileo terminale). Per permettere al medico di vedere bene è necessario lavare via tutto il materiale fecale prima dell’esame. Per fare questo bisogna seguire particolari istruzioni alimentari a partire dal giorno prima dell’esame e bere un preparato prescritto dal medico per purgare l’intestino dalle feci e da altri residui. Un processo tutt’altro che piacevole, ma indispensabile: che l’intestino sia perfettamente pulito è fondamentale per il successo dell’esame.
  • Sigmoidoscopia flessibile: con questo esame il medico può esaminare retto e sigma, le parti terminali del colon. Se il colon è fortemente infiammato, il medico può optare per eseguire questo esame anziché una colonscopia completa. Nei pazienti con rettocolite ulcerosa, l’infiammazione comincia nel retto, di conseguenza questo esame può essere un valido strumento diagnostico per confermare la diagnosi e per valutare la risposta alle terapie. Solitamente si effettua senza bisogno che il paziente sia sedato perché è più breve della colonscopia e richiede anche una preparazione meno complessa e meno debilitante.
  • Gastroscopia: è una procedura che i medici adoperano per valutare una varietà di sintomi tra cui dolore addominale, nausea, vomito, difficoltà a ingoiare. È necessario digiunare dalla mezzanotte precedente all’esame. In questa procedura il medico esamina l’esofago, lo stomaco e il duodeno (la parte iniziale del piccolo intestino). Mentre è raro che queste aree siano coinvolte nella malattia di Crohn, è bene che si sottoponga a questo test chi manifesta nausea e vomito, difficoltà a mangiare e dolore addominale.
  • Endoscopia con video capsula: questo test viene talvolta utilizzato per diagnosticare una malattia di Crohn a carico del piccolo intestino. Il paziente ingoia una capsula che contiene una videocamera. Le immagini - circa 60mila registrate nel corso di quasi una giornata - sono trasmesse a un dispositivo che la persona indossa alla cintura e poi la capsula viene espulsa con le feci. Anche chi si sottopone a questo esame può avere comunque bisogno di una endoscopia con biopsia per confermare la diagnosi. Non è un esame raccomandato per i pazienti con stenosi o ostruzioni intestinali perché la capsula si può incastrare e provocare sintomi spiacevoli.
  • Enteroscopia assistita con palloncino: questo esame permette al medico di guardare più in profondità nel piccolo intestino dove i normali endoscopi non arrivano. È utile quando una capsula endoscopica mostra anormalità, ma la diagnosi è ancora incerta.
  • EUS o ecografia endoscopica: si tratta di una tecnica relativamente nuova che utilizza una sonda a ultrasuoni collegata a un endoscopio per ottenere immagini profonde dell'intestino sotto la superficie. I medici usano l'EUS per esaminare le fistole nell'area rettale. Le fistole sono connessioni anormali dall'intestino a un'altra parte dell'intestino, un altro organo del corpo o la superficie della pelle.

Indagini di imaging

  • Radiografia: se un paziente riporta sintomi particolarmente severi, il medico può decidere di ricorrere a una radiografia standard dell’addome per escludere la presenza di alcune serie complicazioni come una perforazione di questa parte dell’intestino. I pazienti con malattia di Crohn, per esempio, possono avere infiammazioni o cicatrizzazioni dell'intestino tenue che provocano un restringimento e ostacolano il passaggio delle feci e dell'aria.
  • Tomografia computerizzata: questo esame guarda all’intero intestino così come ai tessuti esterni. Può comportare la somministrazione di un mezzo di contrasto per via orale, rettale o endovenosa. Durante il test, il paziente è steso su un tavolo speciale che avanza attraverso lo scanner per scattare immagini ad ogni livello dell'addome. I macchinari più recenti hanno un design aperto per ridurre al minimo la sensazione di claustrofobia del paziente. L’esame, che richiede da 5 a 20 minuti per essere completato, è utile per escludere complicanze delle malattie infiammatorie intestinali, come ascessi intra-addominali, stenosi, ostruzioni o blocchi dell'intestino tenue, fistole e perforazione intestinale. Alcuni pazienti sono allergici all'agente di contrasto in forma endovenosa, che potrebbe essere contro indicato ai pazienti con problemi ai reni o che soffrono di diabete. È molto importante dunque parlare apertamente con il proprio medico di questi aspetti prima di sottoporsi all’esame. Inoltre questo è un esame che espone i pazienti a un livello elevato di radiazioni.
  • Risonanza magnetica: una risonanza magnetica è particolarmente utile per valutare una fistola intorno all’area anale (risonanza magnetica pelvica) o il piccolo intestino (risonanza magnetica enterografica). Diversamente dalla tomografia computerizzata, quando ci si sottopone a risonanza magnetica non si ricevono radiazioni. La risonanza magnetica è anche utile per vedere la malattia al di fuori dell'intestino. La risonanza magnetica del bacino può essere molto utile per documentare l'entità della malattia e la presenza di ascessi o infezioni in pazienti con malattia di Crohn perianale.
  • Clisma opaco: consiste nell'effettuare una serie di radiografie dopo somministrazione di una soluzione di acqua e bario (mezzo di contrasto) e la successiva introduzione di aria, con una sonda per via rettale. Fornisce immagini abbastanza chiare del colon.

Considerazioni sulla sindrome del colon irritabile

La sindrome dell’intestino irritabile (SII) è una delle patologie intestinali più comuni e colpisce circa il 10% della popolazione italiana. È più frequente nelle donne e sotto i 50 anni di età. Fortunatamente è una patologia benigna, che non porta allo sviluppo di tumori e non è quindi correlata al cancro del colon-retto.

La diagnosi di sindrome dell'intestino irritabile è clinica, nel senso che si basa sui sintomi riferiti dal paziente e da quelli rilevabili dal medico durante la visita in ambulatorio. Tale sintomatologia deve essere presente per almeno 12 settimane (anche non necessariamente consecutive) nel corso degli ultimi 12 mesi.

Quando c'è un forte sospetto di sensibilizzazione allergica (alimentare o di altro tipo) possono essere richiesti test allergologici specifici sul sangue, chiamati Rast (Radio-Allergo-Sorbent Test).

In alcuni casi, persone che non hanno mai sofferto di sintomi riferibili all’IBS, cominciano a soffrirne dopo essere stati colpiti da un’infezione gastrointestinale (es. avvelenamento alimentare) e questi persistono anche dopo la fase acuta dell’infezione. Questo quadro clinico viene chiamato “IBS post-infettiva”; l’endoscopia è normale, ma le biopsie possono evidenziare una lieve infiammazione della parete del colon che tende ad esaurirsi molto lentamente (mesi od anni).

Dieta e stile di vita

Uno stile di vita sano e attivo e una dieta equilibrata ricca di fibre e povera di grassi saturi sono la prima ricetta per un intestino in salute. La dieta a basso contenuto di FODMAP (Fermentable Oligo-saccharides, Disaccharides, Mono-saccharides and Polyols) ovvero di cibi contenenti zuccheri poco assorbibili e dal forte potere fermentativo, che richiamano acqua nell’intestino e sono difficili da digerire, è associata a una significativa riduzione dei sintomi globali. Essa prevede una restrizione di oligosaccaridi, polisaccaridi, monosaccaridi fermentabili e polioli, abbondanti nei carboidrati e in alcuni frutti per alcune settimane. Successivamente, affiancati dal nutrizionista, si reintroducono gli alimenti poco alla volta, per individuare quelli che scatenano i sintomi.

Più che di prevenzione della sindrome, possiamo parlare di prevenzione delle riacutizzazioni dei sintomi. Allo scopo è importante innanzitutto accettare il disturbo e la convivenza con esso, imparando a riconoscere quegli eventi e fattori che peggiorano le manifestazioni, non solo per intervenire quanto prima, assumendo gli eventuali farmaci prescritti dal medico al momento della loro insorgenza, ma anche per evitare per quanto possibile le situazioni che sono alla base dello sviluppo sintomatico, in particolar modo quando legate a fattori stressogeni.

Un paziente con la variante diarroica trarrà benefici da una dieta ricca di fibre e dall’utilizzo di rifamixina, un antibiotico utilizzato per le infezioni intestinali che migliora i sintomi e la consistenza delle feci.

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