Se pratichi sport agonistico o ti sottoponi a esami tossicologici per lavoro, probabilmente ti interessa sapere se è possibile rilevare la cannabis light, o meglio, il THC, nei risultati degli esami.
Gli esami a cui potresti essere sottoposto includono:
- Esame delle urine
- Esami del liquido orale (saliva)
- Test del capello
- Analisi del sangue
Con questi esami tossicologici è possibile trovare tracce di cannabis. Dunque, se vuoi evitare problemi ma allo stesso tempo non vuoi rinunciare all’uso della marijuana, informati al meglio.
Sebbene la cannabis light sia pressoché priva di THC, le piccole percentuali potrebbero essere rilevate in seguito ad analisi, e potresti incorrere in qualche problema.
Quanto THC Rilevano gli Esami Tossicologici?
I test antidroga possono rivelare piccole quantità di THC. Di conseguenza, si sconsiglia l’uso di cannabis light se devi sottoporti ad esami tossicologici a breve.
Poche ricerche hanno esaminato effettivamente la quantità esatta che una persona debba assumere affinché un test antidroga risulti positivo. Le ricerche svolte fino ad ora hanno appurato che i consumatori assidui di erba hanno maggiori probabilità di risultare positivi nei test antidroga rispetto ai consumatori occasionali.
Il drug test per rilevare il THC nelle urine mira a un metabolita del THC chiamato THC-COOH.
Test delle Urine
Quanto durano le droghe nelle urine? Con un cut-off di 50 ng/mL, il THC può essere rilevato per un periodo di tempo che può andare dai 15 ai 30 giorni. Il cut-off indica la soglia secondo cui il test risulta positivo: se non si arriva a questa soglia, il drug test risulta negativo. In Italia, la cannabis legale può contenere livelli di THC inferiori allo 0,2%, anche se la tolleranza arriva fino allo 0,5%. In altri Stati, i limiti sono variabili, passando dallo 0,3% fino a 1%.
Capire se l’uso di CBD può avere un impatto sul test è quindi davvero importante.I ricercatori della Johns Hopkins Medicine si sono impegnati a soddisfare questo bisogno di capire e hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla cannabis light nelle urine del Journal of Analytical Toxicology. Per svolgere lo studio i ricercatori hanno selezionato un gruppo composto da 6 persone (3 donne e 3 uomini con un’età media di 30 anni).
Il lotto di cannabis utilizzato a scopi di ricerca conteneva il 10,5% di CBD e lo 0,39% di THC, un rapporto tra 27 a 1 tra CBD e THC che è simile a quello che si trova spesso nelle infiorescenze legalmente acquistabili. Nello studio, i volontari della ricerca hanno assunto, tramite vaporizzazione, poco meno di 1 grammo di erba legale, che conteneva una dose totale di 100 milligrammi di CBD e 3,7 milligrammi di THC.
Oltre alla vaporizzazione di cannabis light, ai volontari è stato somministrato CBD puro vaporizzato e placebo (una finta pillola di cannabis CBD vaporizzata, dove THC e CBD non erano presenti) in altre tre sessioni di dosaggio a una settimana di distanza l’una dall’altra. In tutte le situazioni (esclusa quella col placebo) la dose di CBD somministrata era di 100 milligrammi per sessione.
In questo studio, il cut-off del test è stato una concentrazione di almeno 50 nanogrammi per millilitro di THC-COOH, il metabolita utilizzato per la determinazione del risultato “positivo”. Due dei sei partecipanti che hanno vaporizzato la cannabis light sono risultati positivi. Nelle altre sessioni con capsule di CBD e placebo, invece, non hanno avuto riscontro positivo.
Questi risultati suggeriscono che usando CBD puro una volta sicuramente non si può risultare positivi al test delle urine, ma è necessario sottolineare che 2/6 in seguito alla inalazione della canapa light (e non CBD puro) sono risultati positivi.
Esame del Liquido Orale (Saliva)
Un altro studio ha previsto l’assunzione di 1 grammo di cannabis light. Hanno trovato che il THC nella saliva si trova nell’intervallo di concentrazione tra i 2,5 e i 21,5 ml nei primi 30 minuti dopo l’assunzione. In seguito, i valori sono diminuiti progressivamente. Chi fuma cannabis light potrebbe quindi risultare positivo al test della saliva per circa un’ora dopo l’assunzione.
Sicuramente i fumatori cronici dovrebbero fare maggiore attenzione, in quanto il THC tende ad accumularsi nel nostro organismo.
Test del Capello
I test del capello sono più sensibili, rivelando il THC fino a 90 giorni dopo l’uso. Tuttavia, questi test sono meno pratici perché non rilevano la presenza dei residui psicoattivi di THC, ma possono solo dire se la persona è una consumatrice assidua di cannabis.
Infatti, una persona che entra in contatto con un consumatore di marijuana e respira fumo passivo potrebbe, teoricamente, risultare positivo ad un test tossicologico del capello.
Esame del Sangue
È importante sapere che il tempo di permanenza del THC e dei suoi residui nel corpo dipende molto anche da una naturale predisposizione del corpo ad accumulare o smaltire le tracce di cannabinoidi.
Per gli esami delle urine sono necessarie almeno 3 o 4 settimane di completa astinenza per non avere positività nel test. Per gli esami del sangue bastano, per alcune persone, solo 12 ore per non avere tracce, mentre altre, soprattutto per i fumatori cronici o abituali, il THC può continuare a comparire anche a distanza di 48 ore dal consumo. Non è raro trovare nel sangue tracce di THC a distanza di una o due settimane.
Attenzione alla Politica a Tolleranza Zero
In molti paesi europei, Italia compresa, viene applicata la politica di tolleranza zero per i lavoratori trovati positivi al THC. Questi sono ritenuti colpevoli di aver operato in condizioni pericolose per sé o per terzi e, secondo la politica di molte aziende, sono licenziabili.
Per questo motivo, anche se la cannabis light contiene livelli bassi di THC, si consiglia di essere prudenti e di valutare bene il fatto che, ad eventuale controllo antidroga, potreste risultare positivi.
Le categorie di impieghi che prevedono controlli sul lavoro sono:
- Addetti che comportano rischi sulla sicurezza
- Attività inerenti ai trasporti
- Addetti alla guida di macchine movimentazione merci
- Addetti che maneggiano sostanze e materiali potenzialmente pericolosi (come professionisti in ambito sanitario)
I test solitamente sono a discrezione del datore di lavoro e possono essere effettuati per tutti gli impiegati o liberi professionisti all’assunzione, ripetuti a cicli continui durante il periodo di permanenza in un certo ambito lavorativo, o effettuati a sorpresa.
Cannabinoidi e Sport: Un Tema Controverso
Dai risultati delle relazioni sull’attività anti-doping a cura della Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive emerge che circa il 30% degli atleti sottoposti a test effettuati al termine di manifestazioni organizzate da federazioni sportive è risultato positivo ai cannabinoidi.
La proibizione dell’uso di sostanze cannabinoidi nelle manifestazioni sportive è un argomento ampiamente discusso. Sebbene si continuino ad accumulare informazioni sugli effetti avversi e sulla riduzione delle prestazioni correlata all’uso di cannabinoidi [1] la marijuana viene generalmente considerata innocua dalla gran parte degli adolescenti che ne fanno uso.
Tali sostanze sono vietate dalla World Anti-Doping Agency (WADA) la cui lista delle sostanze proibite comprende delta 9-tetrahydrocannabinolo (THC, la principale sostanza psicoattiva contenuta nella Cannabis) derivato da prodotti naturali (es. cannabis, hashish, marijuana) o derivati sintetici definiti cannabimimetici (es.
Le sostanze proibite, per venire incluse in questa lista, devono soddisfare due dei seguenti tre criteri:
- La sostanza migliora le prestazioni sportive;
- L’uso di tale sostanza provoca un rischio potenziale per la salute degli atleti che la utilizzano;
- La sostanza viola lo spirito sportivo.
Uno dei motivi per cui gli atleti assumono la cannabis è il bisogno di rilassarsi, diminuire lo stress e la pressione sociale e mediatica che accompagna la preparazione ad eventi sportivi. I lunghissimi tempi di eliminazione di tali sostanze (oltre la settimana) creano però diversi problemi agli atleti, sia dal punto di vista medico che disciplinare.
Accanto all’effetto di riduzione dell’ansia e agli effetti euforizzanti i cannabinoidi possono avere conseguenze particolarmente negative sugli sportivi, quali la diminuzione della capacità di concentrazione e della determinazione a perseguire un risultato, e conseguentemente delle prestazioni, oltre a una scarsa tolleranza allo sforzo. L’uso della cannabis ha anche effetti sedativi, rallentando i tempi di reazione, crea problemi di memoria e induce sonnolenza. L’integrità dello sportivo può dunque essere minacciata e compromessa.
È molto importante sottolineare che gli effetti della cannabis sono diversi da individuo a individuo e che alcuni soggetti reagiscono in maniera particolarmente negativa. Su tali individui i cannabinoidi possono indurre paradossalmente un aumento dell’ansia anziché ridurla, provocare paranoia, depressione, aggravare psicosi ossessive, causare tachicardia o avere effetti avversi sul sistema cardiovascolare in pazienti con malattia coronarica. L’uso cronico di cannabis può addirittura aumentare il rischio di sviluppare schizofrenia, una patologia mentale caratterizzata da allucinazioni, deliri, apatia ed un comportamento iperreattivo a stimoli innocui.
In generale, l’uso di cannabis può alterare le funzioni percettive sebbene non provochi modificazioni delle funzioni sensoriali. L’alterazione della capacità percettiva e la difficoltà di concentrazione o di mantenere l’attenzione conseguenti all’uso di cannabinoidi sono state confermate da studi di simulazione e test reali di guida. In questi studi è stato anche rilevato che i soggetti sotto l’influsso di queste sostanze sono consapevoli del loro stato di alterazione e tendono a compensare guidando a velocità ridotta, seguendo a distanze maggiori i veicoli che li precedono, evitando i sorpassi.
La cannabis è la principale sostanza illecita riscontrata in feriti da incidenti automobilistici e frequentemente essa viene trovata associata in combinazione con alcolici o altre sostanze d’abuso. I guidatori risultati positivi alla cannabis con concentrazioni di THC nel sangue superiori a 5 ng/mL sono risultati responsabili di incidenti in una percentuale significativamente superiore ai conducenti negativi al test.
La cannabis viene eliminata molto lentamente dal nostro organismo; in uno studio su fumatori abituali di cannabinoidi sono state rilevate concentrazioni misurabili di THC anche dopo una settimana di astinenza dal fumo, e alcuni dei soggetti esaminati avevano ancora problemi nei test di abilità alla guida. In uno studio su forti fumatori abituali, la presenza di THC nel sangue per un periodo così esteso sembra portare a deficit cognitivi anche dopo un lungo periodo di astinenza dal fumo.
Analogamente l’uso di marijuana da parte degli atleti potrebbe essere pericoloso in determinati individui e nella pratica di sport particolari che richiedono alti livelli di coordinazione fisica e sforzi cognitivi, con il risultato di una ridotta concentrazione e della incapacità a prendere decisioni appropriate.
Per dipendenza si intende uno stato psichico caratterizzato dalle modificazioni del comportamento risultante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza. L’individuo dipendente tende a perdere la capacità di controllo, cerca ossessivamente di assumere nuovamente la sostanza (comportamento compulsivo) per ripetere l’esperienza, riottenere lo stato di piacevole alterazione ottenuto precedentemente ed evitare gli effetti di privazione, anche in presenza di condizioni fisiche e psicologiche che ne sconsigliano il consumo. Il rischio di diventare dipendenti dalla cannabis è valutabile attorno al 10% per gli individui che ne fanno uso regolare e una precoce iniziazione al consumo è un forte fattore predittivo per una futura dipendenza.
Inoltre è stato osservato che è possibile che i forti fumatori abituali di cannabis passino più facilmente all’uso di droghe pesanti come l’eroina, e ciò per diversi motivi: i consumatori di cannabis si rivolgono frequentemente agli stessi spacciatori che vendono droghe pesanti, gli effetti farmacologici della cannabis aumentano la propensione all’uso di altre droghe.
Ogni sostanza farmacologica, per svolgere il suo effetto, si lega in modo altamente specifico a dei recettori. La cannabis agisce sui recettori delle cellule nervose che, come quelli di eroina e morfina, provocano il rilascio di una sostanza, la dopamina che agisce su una particolare area del cervello provocando piacere. I recettori dei cannabinoidi sono presenti a livello delle cellule nervose e sembrano responsabili degli effetti psicotropi e farmacologici (movimenti rallentati, ipotermia, riduzione della sensazione del dolore, ridotta abilità nel dare inizio ai movimenti). Di particolare interesse è l’influenza che avrebbero i recettori della cannabis sull’attivazione dei recettori degli oppioidi. L’influenza reciproca tra i recettori della cannabis e quelli degli oppioidi come morfina ed eroina è suggerita da diversi studi sui roditori.
Inoltre, chi fa uso di cannabis assume altre sostanze d’abuso per gli stessi motivi che l’hanno portato a fumare cannabinoidi. In ogni caso, a prescindere dai motivi, è accertata l’esistenza di un’associazione tra il consumo di cannabis e l’uso di droghe pesanti [2, 14, 15]. A questo riguardo particolarmente interessanti sono i risultati di uno studio condotto negli Stati Uniti su circa 20.000 adolescenti. In questo lavoro i dati di un questionario somministrato a 5 anni di distanza alle stesse persone documentano che i consumatori di marijuana hanno una probabilità doppia, rispetto ai non consumatori, di passare all’uso di droghe pesanti in età adulta. Nello stesso lavoro l’analisi delle risposte di fratelli o di gemelli suggerisce che sono i fattori ambientali più dei fattori genetici a contribuire a questo fenomeno.
È stato osservato che anche l’uso di sostanze per migliorare le prestazioni sportive sembra essere di per sé un fattore di rischio per l’abuso di droghe a scopo ricreativo; infatti in uno studio su atleti di una università americana è stato riportato che la maggioranza degli atleti che fa uso di sostanze dopanti ha fatto uso di marijuana. In generale, anche chi assume sostanze come bevande energizzanti o integratori è soggetto più frequentemente di coloro che non ne fanno uso, a ricercare “aiuti”, scorciatoie per evitare fatica e sforzi, al fine di ottenere un risultato in una competizione o recuperare velocemente energie dopo un allenamento o una gara. Questi stessi soggetti hanno anche maggiore tendenza ad assumere altre sostanze d’abuso per ricercare benessere, sollievo dalle tensioni della preparazione ad un evento sportivo o allentare la pressione esercitata dai media o dal pubblico che ripongono nello sportivo troppe aspettative di vittoria in una competizione.
Nonostante l’uso della cannabis sia vietato dalla WADA e che sia stato dimostrato come la sua assunzione possa danneggiare piuttosto che migliorare le prestazioni sportive, e che ci sia la possibilità di essere soggetti a sanzioni e squalifiche, gli atleti continuano a farne uso, per la diffusa, quanto non fondata, tendenza, soprattutto fra i più giovani, a considerare innocuo l’uso della cannabis, anche sulla base di una sorta di maggiore fiducia nei prodotti naturali che dunque non si ritengono tossici, rispetto a un vero e proprio farmaco.
Occorre invece ribadire che l’uso della cannabis, sia nella preparazione che durante le manifestazioni sportive, porta ad un aumentato rischio di incidenti e infortuni per gli atleti e che le violazioni di leggi o regolamenti possono danneggiare l’atleta sia nello sport che nella vita successiva o parallela all’attività agonistica.
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