L'importanza dell'empatia nel rapporto medico-paziente: il punto di vista dell'ematologa Elisabetta Abruzzese

Quando sorge una qualsiasi patologia, grave o meno grave, la prima e più corretta cosa da fare è rivolgersi a un medico affinché somministri una terapia (solo farmacologica o multidisciplinare, a seconda del caso), che possa guarirla o quantomeno tenerla sotto controllo. Ma una qualsiasi cura, per qualsiasi malattia, si sa che è più efficace se somministrata con empatia, con amore.

L’effetto placebo che aveva il «bacino della mamma sulla bua», quando ci facevamo male da piccoli, può far sorridere come esempio, ma è rappresentativo di quanto poi ha dimostrato la scienza su larga scala e in modo strutturato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati pubblicati diversi studi che hanno evidenziato quanto la comunicazione e un rapporto empatico medico-paziente siano fondamentali per costruire quella «alleanza terapeutica», che è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di cura.

Definizione di empatia in ambito medico

In ambito medico, l’empatia può essere definita come la capacità di comprendere e far propri i bisogni del paziente, le sue aspettative, il suo stato d’animo, e di essere in grado di comunicare questa “comprensione” al paziente stesso.

L'importanza dell'empatia in ambito medico: due studi a sostegno

Per citare due studi a sostegno di questa tesi, il primo è del 1977, quando l’American Association of Medical Colleges strutturò uno studio randomizzato in cui 43 studenti di medicina fecero un corso per cui venivano istruiti su come approcciare un paziente in modo empatico, verso 23 studenti che costituivano il gruppo di controllo. Già allora venne evidenziato come gli studenti “istruiti” fossero in grado di stabilire un migliore rapporto con il paziente e ciò portava anche ad una più rapida formulazione della corretta diagnosi.

Il secondo è uno studio più recente del 2017, pubblicato da un gruppo di lavoro spagnolo che ha valutato quasi 3000 pazienti in terapia cronica del dolore. Questo studio usava, tra le altre la Scala Jefferson, apposita per la percezione dell’empatia del medico da parte del paziente ed evidenziava come la riduzione del dolore fosse significativamente associato a un alto punteggio relativo all’empatia del curante.

«In effetti l’empatia è in primo luogo correlata con l’aderenza alla terapia e la soddisfazione del paziente che sviluppa un atteggiamento positivo». A commentare questi dati è la dottoressa Elisabetta Abruzzese, medico specialista in Ematologia dell’Ospedale S. Eugenio, ASL Roma2, coinvolta nel progetto Connessioni di Vita, promosso da Novartis, in collaborazione con AIPAMM, nell’ambito della campagna di informazione e sensibilizzazione MIELO-Spieghi.

Connessioni di Vita: lo studio e la guida

Insieme al centro di ricerca Behavior and Brain Lab dell’Università IULM di Milano, è stata condotta la prima analisi neurometrica sulle interazioni che i pazienti con Neoplasie Mieloproliferative Croniche e Leucemia Mieloide Cronica vivono con i loro medici, famigliari e amici. Da qui è nata la guida Connessioni di Vita. La guida per le interazioni che fanno bene, con 10 consigli per costruire relazioni positive tra pazienti, medici, famigliari e amici.

Cosa guarda, cosa ricorda e cosa prova chi convive con un tumore cronico del sangue? Gli occhi si soffermano sul volto e sui gesti del medico il 56% più della media, mentre resta impressa a lungo nella memoria la disponibilità dell’ematologo a chiarire anche i concetti più difficili.

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