I raggi X sono un tipo di radiazione elettromagnetica, simile alla luce visibile, utilizzati in diversi ambiti medici. L’impiego più noto dei raggi X è la ricerca di fratture ossee, ma i raggi sono usati anche in altri modi, ad esempio, per generare immagini dei tessuti e delle strutture all’interno del corpo.
Come Funzionano i Raggi X?
Quando l’apparecchio viene acceso i raggi X viaggiano attraverso il corpo e vengono assorbiti in quantità diverse dai vari tessuti, secondo la densità radiologica del mezzo attraversato. Per esempio, le strutture come le ossa contengono calcio, che ha un numero atomico più alto della maggior parte dei tessuti. Questa proprietà fa sì che le ossa assorbano i raggi X e producano quindi immagini molto contrastate sul rilevatore. Di conseguenza, le strutture ossee risultano più bianche di altri tessuti rispetto allo sfondo nero di una radiografia. Durante l’esame alcune parti del corpo possono essere protette indossando un grembiule piombato, ma la quantità di raggi X ricevuta per una radiografia è comunque piccola.
Applicazioni dei Raggi X in Medicina
I raggi X medicali hanno diverse applicazioni diagnostiche e terapeutiche:
- Mammografia: Si tratta di una radiografia della mammella impiegata per il rilevamento del tumore al seno e la sua diagnosi. I tumori tendono ad apparire come masse di forma regolare o irregolare, grossolanamente più luminose dello sfondo radiografico (quindi, più bianche su sfondo nero, più nere su sfondo bianco). La mammografia può anche identificare minuscole tracce di calcio, note come microcalcificazioni, visibili come puntini molto luminosi.
- TAC (Tomografia Computerizzata): Unisce la tecnologia a raggi X tradizionale con l’elaborazione digitale per generare una serie di immagini trasverse del corpo che possono quindi essere ricombinate in immagini tridimensionali.
- Fluoroscopia: Impiega raggi X e uno schermo fluorescente per ottenere immagini in tempo reale del movimento all’interno del corpo o per visualizzare processi diagnostici, come seguire il percorso di un mezzo di contrasto iniettato o ingerito. Per esempio, la fluoroscopia viene usata per studiare il movimento del cuore durante il battito e, con l’aiuto di mezzi di contrasto radiologici, per visualizzare il flusso di sangue al muscolo cardiaco e in vasi e organi.
- Radioterapia nel trattamento del cancro: Raggi X e altri tipi di radiazioni ad alta energia riescono a distruggere tumori maligni e cellule danneggiandone il DNA. La dose di radiazioni usata per trattare un cancro è molto più alta di quella impiegata nella diagnostica.
Radioattività Post-Esame: Cosa Sapere
È importante chiarire un malinteso comune: le TAC non rendono assolutamente radioattivi i pazienti. Eventuali contatti con una persona che abbia effettuato una TAC con mezzo di contrasto, non comportano alcuna esposizione alle radiazioni ionizzanti: infatti il mezzo di contrasto è una sostanza ad alto numero atomico (in genere iodio) utilizzato per rendere opache strutture come i vasi sanguigni oppure emorragie che altrimenti sarebbero poco distinguibili dai tessuti circostanti che presentano un livello di trasparenza ai raggi X simile.
Chi invece è sottoposto a una scintigrafia riceve generalmente per via endovenosa, una sostanza radioattiva che si distribuisce nel corpo e quindi emette radiazioni che vengono osservate da appositi apparecchi (gamma camere, PET…).
Scintigrafia Ossea: Dettagli e Precauzioni
La scintigrafia ossea è un esame di medicina nucleare che permette di studiare l’apparato scheletrico e valutarne il metabolismo. Si effettua mediante l'iniezione endovenosa di un radiofarmaco che si distribuisce nelle ossa in proporzione alla loro attività metabolica. Dopo un’attesa di circa 3 ore, il paziente viene fatto distendere sul lettino di una macchina chiamata Gamma-Camera, che registra le radiazioni emesse dal corpo. Ne risulta un’immagine che riproduce il metabolismo osseo e, di conseguenza, consente di individuare eventuali lesioni presenti, che possono portare all’accumulo del farmaco al loro interno.
L’esame scintigrafico permette, dunque, di diagnosticare tumori benigni o maligni delle ossa, metastasi (cioè lesioni tumorali secondarie determinate da tumori localizzati in altri organi), patologie infiammatorie articolari, infezioni ossee. Può essere utile, inoltre, nel caso di Malattia di Paget e nella valutazione di sospetta amiloidosi cardiaca.
Chi può fare la scintigrafia ossea?
Si tratta di un esame sicuro, che può essere effettuato anche nei bambini, dal momento che la quantità di radiofarmaco iniettata non determina un’irradiazione particolarmente elevata, per cui non sono noti effetti collaterali né reazioni allergiche.
La scintigrafia non deve essere effettuata in gravidanza perché le radiazioni, per quanto in piccole dosi, possono nuocere all’embrione. Per questa ragione, di norma, nelle donne in età fertile l’indagine viene eseguita entro i dieci giorni successivi all’inizio dell'ultima mestruazione, oppure quando il test di gravidanza risulta negativo. Inoltre, dal momento che le sostanze radioattive vengono escrete attraverso il latte materno, nelle donne che allattano l’esame non è indicato se non dopo aver interrotto temporaneamente l’allattamento.
Preparazione all'esame
Per eseguire una scintigrafia ossea non serve una preparazione particolare, non occorre essere a digiuno, né interrompere eventuali terapie in corso. Una buona idratazione, però, può favorire la rapida eliminazione del radiofarmaco e migliorare la qualità dell’immagine. Per questo, dopo la somministrazione del radiofarmaco, che precede di circa tre ore l’esecuzione dell'esame vero e proprio, si consiglia alla paziente di assumere liquidi in abbondanza (acqua).
Prima di eseguire l'indagine, inoltre, occorre rimuovere oggetti metallici che possono modificare la rilevazione delle radiazioni, come collane, spille, orecchini e piercing.
Non è necessario farsi accompagnare e alla fine dell'esame si può tranquillamente guidare. Nel caso, però, che il paziente sia claustrofobico e debba ricorrere a una terapia ansiolitica durante l’esame, sarà opportuna la presenza di un accompagnatore che possa guidare l’auto al suo posto.
Per motivi di radioprotezione, è bene non essere accompagnati da persone di età inferiore a 18 anni e donne in gravidanza.
Rischi e durata della scintigrafia
La scintigrafia ossea è una tecnica indolore. L'unico modesto fastidio può essere legato alla puntura dell’ago usato per la somministrazione endovenosa del farmaco. Non c’è da attendersi alcun disagio dalla scintigrafia, né effetti collaterali. La sostanza radioattiva iniettata è marcata con un radioisotopo a breve emivita e a bassa energia, l’iniezione è sicura, ben tollerata e non esistono descrizioni di gravi allergie o di altre preoccupanti reazioni avverse.
Il radiofarmaco iniettato emette radiazioni, ma in dosi molto basse. L’organo che nel corso dell’esame risulta essere il più esposto alle radiazioni è la vescica, ma è possibile ridurre al minimo i rischi bevendo abbondantemente e urinando dopo l’esame.
La durata dell’indagine vera e propria è di circa 20 minuti. In questo tempo si chiede alla paziente di stare immobile mentre il dispositivo rivelatore acquisisce le radiazioni emesse dal corpo, che vengono convertite in immagini da un computer. Il radiofarmaco deve essere iniettato circa tre ore prima dell’esame, per dare tempo al tracciante di accumularsi nello scheletro e di localizzarsi in corrispondenza delle eventuali lesioni.
Non è necessario nessun periodo di osservazione dopo l’esame. Al termine della scintigrafia ossea è opportuno osservare alcuni piccoli accorgimenti: innanzitutto, per facilitare l’eliminazione del radiofarmaco, occorre bere abbondantemente e urinare spesso.
Linfoscintigrafia
La linfoscintigrafia è un esame diagnostico non invasivo utile per lo studio del sistema linfatico e per la visualizzazione dei linfonodi. La metodica è basata sulla somministrazione sottocutanea di un radiofarmaco debolmente radioattivo; esso si distribuisce lungo il sistema linfatico, fermandosi a livello del primo linfonodo che drena l’area della cute dove è avvenuta l’iniezione. Questo linfonodo si chiama linfonodo sentinella.
Le immagini della linfoscintigrafia vengono acquisite mediante un’apparecchiatura chiamata gamma-camera. La linfoscintigrafia è utilizzata principalmente nei pazienti che devono sottoporsi a interventi chirurgici per neoplasie (es. tumore della mammella, melanoma) e serve per la visualizzazione del linfonodo sentinella, il primo linfonodo che drena l’area cutanea (corrispondente alla sede del tumore) dove viene somministrato il radiofarmaco.
Il linfonodo sentinella viene asportato chirurgicamente ed esaminato dall’anatomopatologo per la ricerca di eventuali cellule metastatiche. Ogni persona può essere sottoposta a questo tipo di indagine, su richiesta da parte del medico curante, valutata successivamente dallo specialista di medicina nucleare.
Nel caso di presunta o accertata gravidanza, prima dell’inizio dell’esame la paziente è tenuta a informare il medico nucleare del suo stato. Il medico valuta se per motivi clinici sia indispensabile procedere con l’esame e in tal caso fornisce alla paziente tutte le spiegazioni insieme alla stima della dose di radiazioni somministrata al feto.
Se la paziente allatta, potrebbe essere necessaria una temporanea sospensione dell’allattamento.
La linfoscintigrafia non è né dolorosa né pericolosa. Il radiofarmaco utilizzato per l’esame non ha effetti collaterali, non è un mezzo di contrasto e non causa reazioni allergiche. La quantità del radiofarmaco iniettato è minima e l’esposizione del paziente alle radiazioni ionizzanti è molto bassa.
Il radiofarmaco debolmente radioattivo viene somministrato al paziente mediante iniezione sottocutanea. La sede di somministrazione viene massaggiata e il paziente viene invitato ad aspettare in un’apposita sala d’attesa all’interno del reparto di medicina nucleare. Il radiofarmaco ha bisogno di tempo per distribuirsi lungo i vasi linfatici e arrivare al linfonodo sentinella. L’intervallo di attesa dipende dalla sede d’iniezione e può variare da decine di minuti a un paio di ore.
Le immagini vengono acquisite dalla gamma camera, con il paziente sdraiato sul lettino della macchina. È necessario togliere gli oggetti metallici.
Biopsia del Seno
La biopsia del seno è una procedura che permette l'analisi istologica del tessuto mammario, eseguita su piccole porzioni di tessuto prelevate da un nodulo o da un'area ritenuta sospetta. Questa metodica viene eseguita al fine di escludere o confermare un dubbio diagnostico, relativo ad alterazioni strutturali della ghiandola mammaria emerse da precedenti indagini radiologiche (ecografia, mammografia e risonanza magnetica) e dalla valutazione clinica (visita senologica).
La biopsia del seno viene eseguita sotto guida ecografica o mammografica, introducendo nel seno un ago tranciante o praticando un'incisione, fino a raggiungere la formazione sospetta dalla quale si raccoglie il campione da sottoporre alle analisi in laboratorio.
Il materiale così raccolto viene poi sottoposto all'esame istologico (studio al microscopio ottico delle caratteristiche di un tessuto) o ad altre prove di laboratorio. Di solito, questa procedura è indicata nei casi in cui venga riscontrato un nodulo, un ispessimento o un'area di tessuto mammario sospetta alla palpazione e all'interpretazione del quadro mammografico o ecografico, e nei casi in cui l'esame citologico (agoaspirato) non fornisca informazioni sufficientemente attendibili sulla natura di tale anomalia.
Il prelievo di tessuto mammario permette di distinguere un'alterazione benigna (come nel caso di cisti e fibroadenomi) da una lesione di natura maligna (carcinoma o altri tumori), stabilendo la patologia in corso.
Tecniche di Biopsia del Seno
La biopsia del seno può essere eseguita con diverse procedure. La scelta della tecnica di prelievo di tessuto mammario viene effettuata dal medico specialista sulla base di vari fattori, come le caratteristiche, le dimensioni o la localizzazione della lesione da analizzare. In ogni caso, lo scopo di queste procedure è quello di chiarire un dubbio diagnostico relativo ad alterazioni strutturali evidenziate da esami diagnostici precedenti (mammografia, ecografia o risonanza magnetica).
- Agobiopsia mammaria: consente di prelevare una piccola porzione di tessuto (frustolo) con un ago tranciante di calibro lievemente superiore a quello di una siringa usata per le normali iniezioni. Una volta inserito nel seno e raggiunta l'area da esaminare, questo strumento permette di raccogliere delle porzioni di tessuto mammario da sottoporre a successive analisi al microscopio. L'esame viene svolto generalmente in anestesia locale e, il più delle volte, sotto guida ecografica.
- Macro-agobiopsia: attraverso un'incisione di 1-2 millimetri, nella zona ritenuta sospetta viene introdotto un ago con una scanalatura in cui scorre una lama tranciante, che permette di asportare un frustolo di tessuto. Di solito, non sono necessari punti di sutura. La macro-biopsia utilizza aghi di maggiore calibro rispetto alla precedente tecnica.
- Biopsia chirurgica (escissionale o incisionale): prevede la rimozione, attraverso un'incisione sul seno, di una porzione della massa (biopsia incisionale) o dell'intero nodulo, e di una piccola parte di tessuto circostante (biopsia escissionale) da sottoporre, poi, ad esame istologico. La biopsia escissionale è il metodo più accurato per effettuare una diagnosi, ma è anche quello più invasivo (per questo motivo, non rappresenta, di solito, la tecnica di prima scelta). La biopsia chirurgica viene eseguita in sala operatoria: attraverso un'incisione della cute di 2-3 cm, il chirurgo isola il nodulo dal resto della ghiandola e lo asporta. Il pezzo viene poi inviato al laboratorio di anatomia patologica per essere studiato. Nel caso in cui la formazione nodulare o la massa sospetta non fosse palpabile, prima dell'intervento viene contrassegnata la sede della lesione, che dev'essere asportata dal chirurgo (centratura preoperatoria).
Esecuzione della Biopsia Mammaria
La biopsia mammaria consiste nel prelievo di campioni di tessuto con il posizionamento di un apposito ago tranciante, comandato da un meccanismo a molla, o di un repere per guidare l'asportazione chirurgica delle alterazioni che generano sospetti. Per localizzare al meglio il nodulo o l'area, la biopsia del seno viene effettuata con il supporto di mammografia, ecografia o risonanza magnetica: l'operatore individua il bersaglio preciso del prelievo grazie all'osservazione in tempo reale su uno schermo delle immagini elaborate dai diversi strumenti di imaging.
Il tempo richiesto per l'indagine varia a seconda del tipo di prelievi effettuati e del loro numero; in genere, la durata della biopsia del seno oscilla tra i 15 e i 60 minuti. La paziente viene fatta stendere in posizione supina su un lettino, con le braccia rivolte in alto e l'area del seno scoperta; in alcuni casi, può essere richiesto di stendersi sul fianco. La cute è accuratamente disinfettata e, nella zona del prelievo, viene somministrato un anestetico locale per via percutanea.
L'area da cui raccogliere una piccola frazione di tessuto viene raggiunta tramite un ago tranciante di pochi millimetri di diametro o, se necessario, viene eseguita una piccola incisione cutanea (2-3 mm) con la punta di un bisturi, per consentire il campionamento di tessuto nella parte indicata (si prelevano generalmente 3 o 4 frustoli). Al termine dell'esame, il rischio di sanguinamento viene limitato da una leggera compressione per alcuni minuti e viene applicata una borsa di ghiaccio secco per accelerare l'assorbimento degli eventuali ematomi e alleviare la sensazione dolorosa. Nella maggior parte dei casi, non è necessario suturare la cute.
La paziente può tornare subito dopo alla propria abitazione ed è consigliato un periodo di riposo di alcune ore.
Interpretazione dei Risultati
I risultati della biopsia possono essere:
- Prelievo inadeguato: Indica un prelievo tecnicamente non ottimale (inadeguato) o non rappresentativo per la formulazione della diagnosi.
- Lesione atipica: L'analisi del materiale ha riscontrato caratteristiche citologiche e/o strutturali diverse da quelle di una lesione francamente benigna.
- Sospetto di carcinoma: La biopsia del seno evidenzia un campione con caratteristiche che suggeriscono la probabile presenza di un carcinoma.
- Carcinoma: L'analisi citologica del materiale indica la presenza di un carcinoma franco, in situ oppure infiltrante lo stroma. Ciò significa che sono state riscontrate nel campione delle cellule con inequivocabili caratteri di malignità.
Precauzioni Pre-Biopsia
Prima della biopsia mammaria, è opportuno che la persona che vi si deve sottoporre informi il senologo di riferimento se soffre di eventuali allergie. Un altra accortezza importante consiste nel sospendere temporaneamente (o ridurre), previo parere del proprio medico curante o dello specialista che eseguirà la procedura, le terapie a base di farmaci anticoagulanti nelle 48 ore precedenti l'esame (per ridurre il rischio di sanguinamento).
Dolore e Disagio Post-Biopsia
La biopsia mammaria provoca generalmente un dolore minimo e accettabile in corso dell'esame, in quanto viene eseguita in anestesia locale. Tuttavia, si tratta di una procedura invasiva e traumatica per il seno: è possibile, dunque, che una manifestazione dolorosa compaia nella sede del prelievo nelle ore successive. In questi casi, su consiglio del medico, è possibile assumere comuni antidolorifici (di solito, paracetamolo) e applicare impacchi freddi nei giorni successivi alla biopsia mammaria. Nel caso in cui comparisse la febbre, l'area interessata dall'indagine diventasse arrossata e calda o comparisse una secrezione insolita nella sede del prelievo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico.
Esami Radiologici in Gravidanza: Rischi e Precauzioni
Esami radiologici come una tac, una risonanza magnetica, una radiografia, possono essere fatti in gravidanza? E con quali precauzioni? Il medico decide se è necessario.
Il primo passo è valutare se è veramente necessario fare l’esame o se si può rimandare a dopo il parto; allo stesso modo si stabilisce se sono possibili esami alternativi, come l’ecografia. Se una donna ha la reale necessità di sottoporsi all’accertamento radiologico, è bene che non vi rinunci. In questo caso è però opportuno prendere una serie di precauzioni per ridurre al minimo i rischi di recare danno al feto.
“Innanzitutto è necessario ottimizzare la quantità delle radiazioni: è infatti possibile regolare l’apparecchiatura in modo da ricorrere alla minor dose possibile per ottenere comunque una buona immagine ai fini diagnostici. Con queste precauzioni è quindi possibile, ad esempio, fare una radiografia al torace senza rischi per il feto. Il periodo più delicato, in cui le radiazioni possono essere pericolose anche a dosaggi inferiori, sono le prime settimane di gestazione (fino alla fine del primo trimestre), quando si ha l’impianto dell’embrione e la formazione degli organi.
In generale, se la radiografia o la tac interessa aree lontane dall’addome, come una gamba, un braccio, la testa, la dose di radiazioni che raggiunge il feto è davvero trascurabile, quindi il rischio è molto ridotto. Il Comitato Internazionale di Radioprotezione indica che la soglia di pericolosità durante la gravidanza si raggiunge oltre i 100 milligray (sigla mGy, è l’unità di misura che indica la dose di radiazione assorbita), vale a dire una dose che, ad una stima indicativa, richiede almeno dalle 3 alle 5 tac o 10-20 radiografie a livello addominale o lombare.
“Se invece la dose di radiazioni alla quale il feto viene esposto è inferiore ai 100 mGy, la probabilità di aborto o di danno al nascituro è assimilabile a quella di una comune gravidanza. La risonanza magnetica non utilizza radiazioni ionizzanti, come la tac e le radiografie, ma utilizza campi elettrici e magnetici.
“La letteratura scientifica ci dice che non esistono prove di danni al feto -spiega il medico-. Tuttavia, anche se non vi sono evidenze scientifiche, in via cautelativa si sconsiglia la risonanza nel primo trimestre, perché i campi magnetici potrebbero riscaldare i tessuti e fare aumentare la temperatura del feto oltre la soglia di sicurezza.
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