COVID-19 e Emoglobina Bassa: Una Relazione Complessa

Dal momento della sua comparsa, l’infezione da sindrome respiratoria acuta da coronavirus 2 (SARS-CoV-2) si è diffusa rapidamente in tutto il mondo. L’Italia, dal primo caso diagnosticato a Codogno il 21 febbraio 2020, è stata uno dei paesi occidentali con il maggior numero di decessi correlati a COVID-19 al di fuori della Cina.

L’infezione da SARS-CoV-2 provoca gravi malattie respiratorie, ma sembra interessare anche il miocardio. I casi di COVID-19 sono in rapida crescita e la presenza di danno cardiaco acuto aumenta significativamente la loro mortalità.

Coinvolgimento cardiaco e COVID-19

Il coinvolgimento cardiaco nei pazienti con COVID-19 può essere associato ad aritmie potenzialmente letali, ma a nostra conoscenza, fino ad ora, non è stato riportato un danno reversibile isolato del tessuto di conduzione elettrica del cuore.

L'infezione da SARS-CoV-2 può interessare anche il miocardio e causare miocardite con ridotta FEVS e/o presentazione potenzialmente letale. Il BAV di alto grado non è comune nelle miocarditi di diversa eziologia, rappresentando l’1.1% dei casi nel più grande database pubblicato fino ad ora, ma è indipendentemente associato ad una maggiore mortalità.

Pertanto, suggeriamo l’ipotesi di un possibile coinvolgimento cardiaco molto limitato da COVID-19; i meccanismi di tale coinvolgimento cardiaco potrebbero includere il danno diretto dell’infezione virale, un’apoptosi mediata dall’ipossia o un danno cellulare correlato con lo “storm” di citochine. Non è tuttavia da sottovalutare, pur in subordine, il possibile ruolo di autoanticorpi o citochine infiammatorie nella alterata funzione di specifici canali ionici sulla superficie dei cardiomiociti, localizzati nel sistema di conduzione atrioventricolare.

Presentazione inusuale: Blocco Atrioventricolare

Descriviamo una paziente, senza storia di malattie cardiovascolari, ricoverata in ospedale per COVID-19 e danno miocardico acuto complicato da BAV avanzato.

Per quanto ne sappiamo, il nostro caso è il primo a segnalare un paziente con COVID-19 con blocco atrioventricolare reversibile di alto grado come unica presentazione di coinvolgimento cardiaco. In questo caso un atteggiamento di osservazione e attesa ha evitato un impianto di pacemaker definitivo non necessario.

Emoglobina bassa e COVID-19: Un legame importante

È stato dimostrato che livelli bassi di emoglobina influenzano negativamente gli outcomes di diverse condizioni patologiche quali la malattia coronarica, l’ictus e la stessa mortalità. Il problema è rilevante se si considera che i livelli bassi di emoglobina costituiscono un problema che interessa 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo, con prevalenza dell’anemia che varia tra il 10% dopo i 65 anni in Europa e nelle Americhe ed un massimo del 45% in Africa e nel Sud-Est asiatico.

Gli autori hanno osservato un’associazione, tra i livelli di emoglobina e la demenza, a forma di U nel senso che sia i livelli bassi di emoglobina che quelli elevati erano associati ad un aumentato rischio di demenza. Tra gli individui senza demenza, nella risonanza magnetica cerebrale, è stata osservata una associazioni simile a forma di U tra i livelli di emoglobina con l’iperintensità della sostanza bianca e la connettività strutturale ma non con la presenza di infarti corticali e lacunari. Le “microbleeds” cerebrali erano più comuni con l’anemia. I livelli di emoglobina erano inversamente correlati alla perfusione cerebrale.

Al di là del suo impatto sistemico, che coinvolge l’intero sistema immunitario, il virus infetta le cellule avvalendosi di un sito di legame, costituito dal recettore dell’angiotensina II (ACE-2), presente in quasi tutte le cellule dell’organismo, che a loro volta, di conseguenza, si trasformano in un potenziale veicolo di infezione.

Poiché il virus intacca le proteine globulari del sangue, si possono ottenere informazioni importanti sull’alterazione del metabolismo proteico dosando il livello di albumina ed emoglobina. Un recente lavoro (Chen et al., 2020) evidenzia in un’elevata percentuale di pazienti con COVID-19, con forma severa e non severa, alterazioni significative della concentrazione di albumina e emoglobina, con danni sensibilmente maggiori nei pazienti gravi, nei quali è stata riscontrata una correlazione inversa tra i valori delle due proteine ematiche e i marker infiammatori.

Anemia Lieve in Pazienti con COVID-19

Gli esami ematici hanno rivelato elevati livelli di troponina I ad alta sensibilità (21 931 ng/l) e di proteina C-reattiva (6.3 mg/l), linfocitopenia (3300/μl) e anemia lieve (eritrociti 3 500 000/μl, emoglobina 10.6 g/dl). Non sono state rilevate anomalie degli elettroliti sierici.

Possibile ruolo di autoanticorpi o citochine infiammatorie

Non è tuttavia da sottovalutare, pur in subordine, il possibile ruolo di autoanticorpi o citochine infiammatorie nella alterata funzione di specifici canali ionici sulla superficie dei cardiomiociti, localizzati nel sistema di conduzione atrioventricolare.

Emocromo e previsione della gravità del COVID-19

A prevedere la gravità dei sintomi del Covid-19 potrebbe essere un comunissimo e semplicissimo esame emocromocitometrico completo (in breve emocromo) dei pazienti positivi al coronavirus.

In particolare, grazie a innovative tecniche di laboratorio, sono riusciti a rilevare se le cellule immunitarie sono attivate, scoprendo che più sono presenti nel sangue dei pazienti Covid-19, fin dall'inizio della malattia, più il decorso sarà grave. Da questi risultati, i ricercatori hanno successivamente messo a punto un punteggio prognostico, una sorta di algoritmo in grado di predire accuratamente il decorso della malattia, con un'affidabilità del 93%, e identificare precocemente quali pazienti si riprenderanno senza bisogno della ventilazione, e invece chi necessiterà della terapia intensiva entro un periodo di due settimane.

L'emocromo, un esame di routine ampiamente disponibile ed economico, potrebbe quindi rappresentare una nuova arma per combattere il coronavirus, fin dall'inizio della malattia.

Impatto del COVID-19 sulla salute cardiovascolare

Oltre ai ben noti problemi respiratori, il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 si è dimostrato capace di aggredire anche il cuore, causando infiammazioni del muscolo cardiaco. Inoltre, il virus è stato in grado di “danneggiare” il cuore anche in maniera indiretta: infatti le misure di contenimento del contagio e il riposizionamento di operatori e strutture sanitarie destinate all’assistenza ai malati di Coronavirus, hanno rallentato e in alcuni casi interrotto gli screening e gli esami diagnostici di prevenzione cardiovascolare.

La presenza del virus e la fenomenologia replicativa, con le relative conseguenze, sono state confermate in vivo nell’essere umano in preparati tessutali valutati con microscopia ottica mediante opportune colorazioni: quella con ematossilina-eosina mostra come l’interstizio, per esempio di tessuto polmonare o intestinale, venga occupato da agglomerati di linfociti che, dopo aver invaso l’endotelio, innescano un marcato processo infiammatorio.

Diversi lavori dimostrano infatti che il microbiota intestinale è fortemente alterato dal virus (a fronte della presenza di recettori ACE-2 nell’intestino) e dalla terapia messa in atto per contrastarlo (antibiotici, cortisonici).

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