Biopsia Liquida: Una Rivoluzione nella Medicina Personalizzata

La ricerca traslazionale oggi è più traslazionale che mai e corre sempre più in fretta verso il letto del paziente. Nuove metodologie diagnostiche basate su analisi molecolari approfondite dei tumori, associate alla interpretazione dei big data e alla disponibilità di nuovi farmaci stanno rapidamente rivoluzionando l’approccio terapeutico alla malattia oncologica. A questo proposito, c’è grande interesse per nuovi indicatori minimamente invasivi di risposta terapeutica e di recidiva di malattia nel contesto della cosiddetta biopsia liquida.

Cos'è la Biopsia Liquida?

La biopsia liquida, per chi ancora la confonde con un concetto da manuale di biologia molecolare, è un’alternativa minimamente invasiva alla biopsia tradizionale. Attraverso un semplice prelievo di sangue, si possono intercettare cellule tumorali circolanti e frammenti di DNA mutato. È diagnostica predittiva allo stato puro. Se poi la combini con algoritmi di machine learning capaci di leggere segnali invisibili all’occhio umano, si capisce perché questo evento sia stato qualcosa di più di un simposio scientifico.

Applicazioni e Ricerca

Durante il mio dottorato la mia attività di ricerca si è concentrata principalmente sul recupero e sulla caratterizzazione delle CTC ottenute da campioni di pazienti con cancro al seno mediante biopsia liquida. Il progetto principale di cui mi occupo è lo studio clinico in corso CITUCEL. Inoltre, sono attivamente coinvolto nel caso di pazienti affetti da mieloma multiplo (MM) e cancro al seno (BC).

Intelligenza Artificiale e Biopsia Liquida

Si è concluso il primo workshop internazionale su Intelligenza Artificiale e Biopsia Liquida nella Medicina Personalizzata. L’evento ha riunito cervelli da Stanford University School of Medicine, ANVUR, CNR e CNEL. Il focus? L’ibridazione tra AI e prevenzione oncologica attraverso la biopsia liquida.

Non stiamo più parlando di ricerca futuribile, ma di protocolli già approvati, di dispositivi in sperimentazione clinica avanzata e soprattutto di capitale umano. La dimostrazione più tangibile? La consegna dei diplomi del primo Master italiano interamente dedicato a questa convergenza disciplinare. Non un’iniziativa simbolica, ma un vero e proprio programma formativo pensato per creare professionisti in grado di guidare la nuova sanità, quella algoritmica, personalizzata, preventiva.

Il Prof. Francesco Riva, consigliere del CNEL, ha lanciato una proposta che dovrebbe far sobbalzare dalle sedie tutti gli assessori regionali alla sanità: creare una rete nazionale di centri specializzati nell’applicazione clinica dell’Intelligenza Artificiale e della Biopsia Liquida. Uno per ogni Regione. Non come esercizio di equilibrio territoriale, ma come infrastruttura strategica. Ogni centro sarà connesso a un ecosistema fatto di ricerca, imprese biotech, ospedali, medici, pazienti. Un circuito chiuso che trasforma il dato in decisione, e la decisione in intervento precoce.

Il Futuro della Sanità

Non è più tempo di rincorrere i trend, bisogna anticiparli. Perché chi oggi ha l’AI che legge il sangue, domani avrà la sanità che evita il cancro prima ancora che diventi un problema.

Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE)

L’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) è il più grande Comprehensive Cancer Center del centro Italia e può essere considerato un’eccellenza per lo studio e la terapia dei seguenti tumori: polmone, mammella, testa-collo, urogenitali, neurologici e tumori rari dell’adulto, grazie alla combinazione sinergica di assistenza ai pazienti e attività di ricerca.

Il punto di forza dell’IRE è rappresentato dalla sinergia e integrazione dell’area propriamente clinica e quella sperimentale. Le sue attività cliniche e di ricerca sono finanziate dal Ministero della Salute, dalla Regione Lazio, dalla Commissione Europea e da numerose altre istituzioni pubbliche e private, in particolare AIRC.

L’organizzazione è di tipo interdipartimentale e multidisciplinare: si uniscono più competenze appartenenti a diversi settori diagnostico-terapeutici per un approccio pluridisciplinare a completo beneficio dei cittadini-pazienti.

Le attività di ricerca traslazionale vengono potenziate di continuo grazie all’acquisizione di piattaforme tecnologiche molto sofisticate, all’utilizzo di nuovi spazi attrezzati e alla selezione di personale specializzato e altamente qualificato.

L’area di ricerca sperimentale si occupa dello studio di oncogeni, dei geni soppressori dei tumori, di terapia genica, farmaci biologici (anche detti ‘intelligenti’), immunologia e dei fenomeni di resistenza alla chemioterapia.

Oncogenomica, Epigenetica, Proteomica e Farmacogenetica sono gli strumenti più utilizzati che ci consentono di studiare e analizzare i profili di espressione genica e acquisiscono un ruolo sempre più importante nella ricerca oncologica per l’identificazione di specifiche alterazioni che sono rilevanti per la patogenesi, la prognosi e la terapia, nonchè per l’individuazione delle combinazioni farmacologiche e/o terapeutiche più favorevoli.

In chirurgia l’Istituto è stato tra i primi ad introdurre l’impiego della perfusione, della laparoscopia e della robotica per interventi sempre più conservativi ed è impegnato nell’ ottimizzare le tecniche robotiche in tutti i distretti.

Altre attività di ricerca clinica sono i trattamenti personalizzati dei tumori, del controllo del dolore neoplastico e della chemioterapia crono modulata, e di nuovi farmaci “intelligenti”.

Alcuni servizi diagnostici e terapeutici come la Medicina Nucleare, la PET e la Radioterapia sono tra i più moderni e all’avanguardia nel sistema sanitario europeo.

Molto preziose per le attività di ricerca e clinica sono le Banche: la Banca del Tessuto Ovarico, la Biobanca Tessuti e Liquidi Biologici, e la Banca del Tessuto Muscolo Scheletrico (BMTS) , unica nel centro sud.

All’IRE vengono adottati percorsi diagnostico-terapeutici stabiliti, codificati e condivisi da tutti i clinici. Si realizza in tale modo l’adesione delle professionalità presenti ai più aggiornati indirizzi diagnostico-terapeutici nazionali e internazionali.

E’ centro di riferimento nazionale per l’epilessia tumorale, e infine Centro di Riferimento del progetto Europeo EURACAN per la diagnosi, cura e ricerca sui tumori rari solidi dell’adulto.

L’IRE è beneficiario di sei sovvenzioni in corso in Horizon 2020 e Horizon Europe. A livello internazionale, IFO-IRE è Centro di Riferimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e membro dell’European Organization for Research and Treatment of Cancer (E.O.R.T.C.

Linfoma di Hodgkin

Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e in numerosi altri organi che compongono il tessuto linfatico. Il linfoma di Hodgkin molto spesso si sviluppa all’interno dei linfonodi, piccoli organi disposti in maggioranza nella parte superiore del corpo, che svolgono un ruolo cruciale nella difesa immunitaria.

Questo tipo di tumore può insorgere in ogni parte del corpo ove siano presenti linfonodi o altri componenti del tessuto linfatico.

Ciò che caratterizza il linfoma di Hodgkin rispetto agli altri linfomi, che vanno sotto il nome collettivo di linfomi non Hodgkin (LNH), è la presenza di cellule giganti, chiamate cellule di Reed-Sternberg e cellule di Hodgkin.

L'ematologo Carmelo Carlo-Stella parla del linfoma di Hodgkin e degli ultimi progressi della ricerca su questa malattia.

È un tumore relativamente raro: colpisce circa 4 persone ogni 100.000 abitanti. Tuttavia è il più comune nella fascia di età di 20 ai 30 anni. In Italia nel 2020 sono state stimate 2.150 nuove diagnosi, di cui 1.220 tra gli uomini e 930 tra le donne. I casi di linfomi di Hodgkin rappresentano circa il 10% di tutti i casi di linfoma.

Fattori di Rischio

  • Età: soprattutto tra i 20 e i 30 anni e oltre i 60 anni;
  • Sesso: gli uomini presentano un rischio di ammalarsi leggermente maggiore rispetto alle donne;
  • Storia familiare: sembrano essere più importanti i fattori ambientali piuttosto che quelli genetici (non è una malattia ereditaria);
  • Infezioni pregresse: si stima che un terzo dei casi sia legato all’infezione da virus di Epstein-Barr (EBV), responsabile della mononucleosi infettiva;
  • Condizioni di immunodepressione (ad esempio in seguito a un trapianto d’organo o in caso di infezione da HIV);
  • Fattori geografici: il linfoma di Hodgkin è maggiormente diffuso nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada rispetto ai Paesi asiatici;
  • Livello socioeconomico: è più comune fra le persone a elevato tenore di vita.

Tipologie

  • Classico, per il 95 per cento dei casi (a sua volta classificato in quattro sottotipi: sclero-nodulare, a cellularità mista, ricco in linfociti, a deplezione linfocitaria);
  • A predominanza linfocitaria.

Sintomi

Nella gran parte dei casi il primo sintomo del linfoma di Hodgkin è un ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nella regione cervicale. È importante sottolineare che avere un ingrossamento dei linfonodi non significa avere un linfoma. Infatti, solo per il 15 per cento dei casi questo fenomeno è causato da un tumore, mentre per più dell’80 per cento è ricollegabile a malattie benigne.

Altri sintomi più generici del linfoma di Hodgkin comprendono febbre pomeridiana, sudorazioni notturne, perdita di peso involontaria e prurito. Meno specifici, ma comunque non trascurabili sono la stanchezza e la mancanza di appetito. Se la malattia riguarda i linfonodi presenti nel torace si possono manifestare anche tosse, dolore al petto e difficoltà respiratorie.

Diagnosi

In presenza di sintomi che possono far pensare a un linfoma di Hodgkin, è fondamentale rivolgersi al medico per ulteriori esami di approfondimento. La biopsia dei linfonodi, cioè il prelievo di tessuto dai linfonodi da analizzare al microscopio, è l'esame fondamentale per arrivare a una diagnosi.

Una volta ottenuta la diagnosi istologica, occorre effettuare la stadiazione della malattia, cioè valutarne l’estensione. Sono, a questo punto, indispensabili esami di diagnostica per immagini, principalmente la tomografia computerizzata (TC) con mezzo di contrasto e la tomografia a emissione di positroni con 18F-fluorodesossiglucosio (18F-FDG PET). Quest’ultima indagine sta assumendo un’importanza sempre maggiore non solo per la stadiazione, ma anche per valutare la risposta alla terapia.

Gli esami di stadiazione consentono di definire uno stadio del linfoma che va da I a IV in base alle sedi linfonodali coinvolte dalla malattia e al coinvolgimento o meno di organi non linfoidi. Allo stadio viene associato il suffisso A o B a seconda dell’assenza o presenza dei seguenti sintomi: febbre, calo ponderale e sudorazioni notturne.

Trattamento

Il linfoma di Hodgkin rappresenta uno dei maggiori successi dell’oncologia moderna. La possibilità di guarigione è oggi elevata, specie in giovane età: l’87 per cento circa delle pazienti e l’85 per cento dei pazienti affetti da linfoma di Hodgkin guariscono.

Il trattamento si basa sulla polichemioterapia e sulla radioterapia. Lo schema di polichemioterapia maggiormente utilizzato è stato sviluppato da un ricercatore italiano, Gianni Bonadonna, e si chiama ABVD (dalle iniziali dei farmaci che lo compongono: adriamicina o doxorubicina, bleomicina, vinblastina, dacarbazina). Negli stadi più avanzati della malattia si utilizzano altri schemi di terapia più aggressivi, mentre la radioterapia è utilizzata come cura di consolidamento allo scopo di sterilizzare le sedi di malattia voluminosa (detta anche, in inglese, “bulky disease”).

L’introduzione della PET per la valutazione della risposta precoce al trattamento ha consentito di ridurre l’intensità di chemioterapia e radioterapia nei pazienti la cui prognosi risulta favorevole.

In alcuni pazienti la chemioterapia di prima linea non è sufficiente, mentre in altri il linfoma si ripresenta dopo una iniziale scomparsa ed è a quel punto refrattario alla chemioterapia. In questi casi è possibile ricorrere a trattamenti intensivi e al trapianto di cellule staminali ematopoietiche. Quest’ultimo può essere di tipo autologo (con cellule prelevate dallo stesso paziente) o, molto più raramente, di tipo allogenico (con cellule provenienti da un donatore).

I progressi della ricerca hanno permesso di sviluppare nuovi farmaci mirati contro il linfoma di Hodgkin: il brentuximab-vedotin è per esempio un anticorpo monoclonale che riconosce l’antigene CD30 sulle cellule malate e che inoltre veicola una tossina in grado di distruggere tali cellule in maniera selettiva. Un altro esempio sono i checkpoint inhibitors, come il nivolumab e pembrolizumab, che tolgono i freni alle risposte antitumorali dei linfociti T.

Nel caso del linfoma di Hodgkin a predominanza linfocitaria, che esprime alti livelli della proteina CD20, il trattamento prevede l’utilizzo degli stessi farmaci chemioterapici usati nel linfoma di Hodgkin classico con l’aggiunta del rituximab. Quest’ultimo è un anticorpo monoclonale diretto contro la proteina CD20.

leggi anche: