La biopsia liquida scende in campo nella gestione delle malattie oncologiche e dimostra tutte le sue potenzialità. La biopsia liquida mostra tutto il suo potenziale nel trattamento del tumore al seno avanzato HR-positivo.
Cos'è la Biopsia Liquida?
La biopsia liquida è un approccio sempre più apprezzato in virtù della sua natura non invasiva e della rapidità con cui fornisce dei risultati. La presenza nel sangue di piccoli frammenti di DNA (il DNA libero circolante, o cfDNA - cell-free DNA) è un fenomeno naturale. La biopsia liquida è un composito insieme di test che viene effettuato su un prelievo di sangue: viene, infatti, ricercato nel torrente circolatorio qualsiasi materiale rilasciato dal tumore, consentendone l’individuazione.
HeliDx Liquid Biopsy sfrutta l’approccio della biopsia liquida per esaminare 52 geni associati a tumori solidi che colpiscono diversi organi (vescica, cervello e sistema nervoso centrale, seno, cervice, colon retto, endometrio, esofago, stomaco, testa e collo, reni, fegato, polmone, ovaio, prostata, pancreas, tiroide, melanomi e sarcomi). Il campione per la biopsia liquida viene ottenuto tramite un semplice prelievo di sangue.
L'Applicazione della Biopsia Liquida al San Raffaele
Lo staff dell’ospedale San Raffaele studia l’applicazione in ambito di neoplasie cerebrali, tra le più complesse da diagnosticare preventivamente. L’Unità di Neurochirurgia del San Raffaele è un centro di eccellenza in ambito della ricerca e partecipa inoltre a diversi studi clinici sui disturbi neuroendocrinologici e sull’introduzione di nuove tecniche per la chirurgia della base cranica possibili anche grazie all’impiego di tecnologie di imaging avanzate come la Risonanza Magnetica funzionale.
Uno studio in corso è coordinato dal dottor Gaetano Finocchiaro e sotto la supervisione del professor Pietro Mortini, direttore dell’Unità: a loro è rivolta tutta la gratitudine per l’impegno e la dedizione verso un progetto che potrebbe far compiere alla ricerca e alla diagnosi precoce eccezionali passi in avanti.
Biopsia Liquida e Tumore al Seno: Lo Studio SERENA-6
All’Asco, a Chicago, è stata infatti presentata una procedura per individuare e trattare la resistenza alla terapia di prima linea. Lo studio di fase III Serena-6, presentato in sessione plenaria al meeting dell’America Society of Clinical Oncology conferma per la prima volta l’attendibilità del monitoraggio del DNA tumorale circolante. Attraverso la biopsia liquida, il monitoraggio del DNA tumorale circolante consente di identificare per tempo la mutazione Esr1 e muoversi di conseguenza.
E che sia una strategia vincente lo dimostra uno studio, il SERENA-6 presentato all’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago e pubblicato sul New England Journal of Medicine. Protagoniste di questa ricerca, le donne con tumore del seno in fase metastatica, sensibile alla terapia ormonale. La terapia ormonale con Camizestrant ha poi mostrato le sue potenzialità, facendo regredire i tumori che, al momento della progressione clinica, hanno acquisito questa alterazione molecolare.
Il Ruolo della Mutazione Esr1
«Circa il 70% delle pazienti con tumore al seno metastatico ha una espressione del recettore estrogenico, chiamato ER o Esr1, ed è negativo per l’espressione della proteina Her2», ha affermato Giampaolo Bianchini, responsabile del Gruppo Mammella dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Università Vita-Salute di Milano. «La prima linea di trattamento in caso di tumori endocrino sensibili è estremamente efficace e ben tollerata. Purtroppo, però, dopo una iniziale risposta, le cellule neoplastiche trovano il modo di ripartire. Il meccanismo di resistenza più frequente, in circa il 45% dei casi, è una mutazione a carico del recettore estrogenico Esr1».
«Nel trattamento in prima linea delle donne con tumore della mammella con recettori ormonali (e senza recettori HER2) - ricorda il professor Giampaolo Bianchini, responsabile del Gruppo Mammella del San Raffaele di Milano - si utilizza una doppia terapia ormonale (inibitori dei CDK 4/6 e inibitori dell’aromatasi), molto ben tollerata, che consente alle donne con tumore metastatico di tenere a lungo a bada la malattia».
Ma a un certo punto il tumore diventa resistente a queste terapie e riprende a svilupparsi. E la resistenza è spesso dovuta alla comparsa di mutazioni a carico del gene per il recettore degli estrogeni (ESR1). «Somministrare una terapia a base di inibitori delle aromatasi - spiega Bianchini - è come togliere il guidatore a una macchina (il tumore) e questo ne blocca la corsa. Ma quando compare la mutazione ESR1 è come mettere il pilota automatico a quella macchina, che riprende a muoversi (in questo caso a dare metastasi). Nello studio SERENA-6, dopo aver scoperto la ricomparsa del tumore con la biopsia liquida, abbiamo subito sostituito l’inibitore delle aromatasi, ormai inutile, con un nuovo farmaco, il camizestrant, che degrada i recettori per gli estrogeni; il che equivale a distruggere la macchina che va col pilota automatico».
Camizestrant: Una Nuova Speranza
La nuova terapia ormonale con camizestrant, molecola appartenente alla classe dei SERD (Selective Estrogen Receptor Degraders), determina un vantaggio significativo. Dal punto di vista tecnico si può affermare che camizestrant è il primo e unico SERD orale di nuova generazione, antagonista completo di ER, in grado di dimostrare un beneficio in sopravvivenza libera da progressione.
Lo studio Serena-6 evidenzia il vantaggio della combinazione di camizestrant con inibitori di CDK4/6, si mette così un freno alla proliferazione delle cellule tumorali. I risultati dello studio indicano una riduzione del 56% del rischio di progressione di malattia o di casi a prognosi infausta nelle pazienti con mutazione emergente di Esr1. Inoltre, la combinazione con camizestrant ha dimostrato un significativo ritardo nel deterioramento della qualità di vita, riducendo il rischio del 47% rispetto alla terapia standard.
Susan Galbraith, Vicepresidente Esecutivo, Oncology Haematology R&D, AstraZeneca, ha dichiarato a questo proposito: “Come primo studio registrativo a dimostrare il valore clinico del monitoraggio del DNA tumorale circolante per individuare l’emergere di una resistenza e modificare precocemente la terapia, SERENA-6 sta ridefinendo il paradigma clinico del tumore al seno.
Un Cambio di Paradigma
Questo metodo rivoluziona un atteggiamento consolidato negli ultimi quarant’anni, secondo cui il cambio di terapia avveniva solo quando il farmaco risultava inefficace dal punto di vista clinico. Ora, grazie alla biopsia liquida, è possibile giocare d’anticipo. La combinazione di camizestrant con gli inibitori di CDK4/6, già approvati per il trattamento di prima linea, ha mostrato benefici significativi. “È possibile trattare la resistenza prima che causi la progressione di malattia e il peggioramento della qualità di vita”, ha affermato Alberto Zambelli, professore associato di oncologia all’Università di Milano Bicocca. “Per la prima volta, la strategia scatta nel momento in cui si manifesta un preciso segnale molecolare, con l’obiettivo di interferire precocemente con un noto meccanismo di resistenza, appunto la mutazione di Esr1. Si introduce cioè il farmaco precocemente, alla comparsa della mutazione di Esr1, prima della progressione di malattia”.
La grande novità di questo studio è che questo cambio di terapia è stato fatto quando le donne stavano ancora bene e la TAC non evidenziava alcuna ripresa di malattia (metastasi). «La biopsia liquida ci permette di capire quando le cose stanno per cambiare, di intercettare precocemente la traiettoria della malattia, per poter passare subito a un nuovo farmaco (camizestrant), prima del peggioramento clinico».
Un doppio cambio di paradigma, diagnostico e terapeutico che, nelle donne dello studio SERENA-6 ha ridotto il rischio di progressione di malattia o di morte del 56%. In Italia vivono 52mila donne con tumore del seno metastatico, il 60% delle quali candidabili a questa nuova strategia terapeutica, che permette di cronicizzare la malattia metastatica.
La Ricerca sulla Farmaco-Resistenza
Un altro studio rivoluzionario presentato all’ASCO e firmato da un’italiana, la professoressa Domenica Lorusso, direttrice della Ginecologia Oncologica dell’Humanitas (Milano), riguarda il ruolo dello stress e del cortisolo nell’insorgenza della resistenza alla chemioterapia. Lo studio, condotto su donne con tumore ovarico, potrebbe essere presto replicato anche su altri tumori solidi, perché questa nuova via di resistenza alle terapie oncologiche, la “via dello stress”, è comune a tanti tumori.
Lo studio Rosella, presentato all’ASCO e pubblicato su Lancet, dimostra che il relacorilant, un nuovo farmaco che blocca i recettori del cortisolo, iper-espressi sulle cellule del tumore, contrasta la perdita di efficacia della chemioterapia, garantendo alle pazienti con tumore dell’ovaio un aumento del 30% di sopravvivenza libera da progressione della malattia e di sopravvivenza globale. La scoperta della farmaco-resistenza indotta dall’ormone dello stress (il cortisolo) rivaluta anche l’uso di tutte le terapie complementari (agopuntura, massaggi, tecniche di meditazione, ecc) in oncologia, mirate proprio a ridurre i livelli di stress dei pazienti.
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