Ansiolitici e Interazione con gli Esami del Sangue

Le benzodiazepine sono una classe di farmaci che agisce sui recettori delle benzodiazepine (BZ-R) nel sistema nervoso centrale. Il nome può sembrare poco familiare, ma basta citare farmaci come Tavor® o Valium® per capire di cosa stiamo parlando.

Come funzionano le benzodiazepine?

Sappiamo che la maggior parte delle reazioni e dei processi che avvengono all'interno del nostro corpo è governata dal Sistema Nervoso Centrale, che utilizza dei messaggeri per inviare istruzioni ai vari distretti corporei e ricevere da essi informazioni sullo stato di salute o malattia del corpo stesso.

I neurotrasmettitori, siano essi di tipo inibitorio o eccitatorio, agiscono secondo quel meccanismo noto come chiave-serratura: in altri termini, agiscono su recettori specifici, che rappresentano la serratura della chiave. Un esempio di neurotrasmettitore "eccitatorio" è l'adrenalina, così come lo sono l'acetilcolina e il glutammato.

Il GABA è un neurotrasmettitore inibitorio e si comporta esattamente secondo il meccanismo chiave-serratura. I farmaci contro ansia e insonnia agiscono mimando l’effetto del GABA.

Rischi e benefici delle benzodiazepine

Se le benzodiazepine si rivelano farmaci efficaci nel breve periodo, a lungo termine possono portare a conseguenze molto serie dal punto di vista cognitivo. Già agli inizi degli anni 2000 furono pubblicati diversi studi che evidenziavano i rischi correlati a un impiego prolungato di questi farmaci. Tali evidenze sono state poi confermate negli studi successivi.

"L’uso di benzodiazepine, una categoria di farmaci utilizzati per trattare ansia ed insonnia, potrebbe essere associato ad un maggior rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, in particolare per i pazienti che sono trattati con questi farmaci in maniera prolungata".

Il messaggio fondamentale è che, come tutti i farmaci, anche le benzodiazepine hanno un loro specifico rapporto rischio/beneficio. Vanno usate con fiducia dietro prescrizione medica, ma possibilmente per il tempo strettamente necessario a superare il problema, senza farsi intrappolare da medicine che curano il sintomo e non la causa. La durata consigliata di terapia varia da pochi giorni fino a un massimo di 4 settimane, comprendendo anche il tempo necessario per ridurre gradualmente la dose.

La durata complessiva del trattamento, generalmente, non deve superare le 8-12 settimane, compreso un periodo di sospensione graduale. In determinati casi, può essere necessaria l'estensione oltre il periodo massimo di trattamento; in caso affermativo ciò non deve avvenire senza rivalutazione della condizione del paziente. Il trattamento deve essere iniziato con la dose consigliata più bassa.

Dipendenza e sintomi di astinenza

L'uso di tieno- o benzodiazepine può condurre allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica da questi farmaci. Una volta che la dipendenza fisica si è sviluppata, l'interruzione brusca del trattamento sarà accompagnata dai sintomi di astinenza. Questi possono consistere in cefalea, dolori muscolari, ansia estrema, tensione, irrequietezza, confusione e irritabilità.

All'interruzione del trattamento può presentarsi una sindrome transitoria in cui i sintomi che hanno condotto al trattamento con Clotiazepam ricorrono in forma aggravata. Può essere accompagnata da altre reazioni, compresi cambiamenti di umore, ansia, irrequietezza o disturbi del sonno.

Avvertenze speciali

  • Clotiazepam deve essere usato con cautela negli anziani a causa del rischio di sedazione e / o debolezza muscoloscheletrica che può aumentare il rischio di cadute, con gravi conseguenze in questa popolazione.
  • Nei pazienti con grave insufficienza renale si raccomanda un appropriato schema posologico.
  • Le benzodiazepine non sono indicate nei pazienti con grave insufficienza epatica poiché possono precipitare l'encefalopatia. Nell'insufficienza epatica moderata o lieve, è necessario ridurre la dose di clotiazepam.

Interazioni farmacologiche

L'effetto sedativo può essere aumentato quando il medicinale è assunto congiuntamente ad alcol. L'uso concomitante di medicinali sedativi come le benzodiazepine o i farmaci correlati con oppioidi aumenta il rischio di sedazione, depressione respiratoria, coma e morte a causa di un effetto additivo di depressione del SNC.

Interazione con gli esami del sangue

Molto spesso, nell’esecuzione delle analisi di laboratorio, ci si trova davanti a situazioni in cui sono presenti alterazioni conseguenti all’assunzione di farmaci. A volte si tratta di effetti diretti e voluti del farmaco e pertanto l’analisi deve evidenziare o meno l’efficacia della terapia; altre volte si tratta di conseguenze non volute o di veri e propri effetti collaterali.

Sono disponibili oltre 4000 test di laboratorio e circa il 70% delle decisioni cliniche si basa sui risultati. Gli esempi più comuni di interazioni tra test di laboratorio e farmaci sono con campioni di urina, perché i farmaci possono interferire con i test per i componenti chimici nelle urine.

Lo screening delle urine per uso illecito di droghe, che si basa sullo screening immunologico, è ostacolato da interazioni: ad esempio, labetalolo e ranitidina possono causare un risultato falso positivo per le anfetamine e la rifampicina può causare un risultato falso positivo per gli oppioidi.

Poiché la FDA non richiede interazioni tra test di laboratorio e farmaci durante lo sviluppo di nuovi farmaci, l'assenza di un'interazione tra test di laboratorio e farmaco nelle informazioni di prescrizione non preclude l'esistenza di un'interazione ancora non segnalata. Nel caso di medicinali da banco e medicinali a base di erbe, anche le interazioni note potrebbero non comparire sull'etichetta della confezione.

Pertanto, è fondamentale fare attenzione e restare vigili.

Alternative naturali

Per quanto riguarda invece l’ansia, è definita come una situazione di disagio psicologico, caratterizzato da preoccupazione e tensione, che può essere generato da innumerevoli situazioni: difficoltà lavorative, personali, eventi traumatici ecc. Sia nel caso dell’insonnia, sia nel caso dei disturbi d’ansia, è importante risalire alle cause e agire su di esse, per quanto possibile.

Il messaggio che desidereremmo trasmettere è che, come tutti i farmaci, anche le benzodiazepine hanno un loro specifico rapporto rischio/beneficio, un modo complicato per dire che non vanno presi sottogamba, che vanno usati con fiducia dietro prescrizione medica, ma possibilmente per il tempo strettamente necessario a superare il problema, senza farsi intrappolare da medicine che curano il sintomo e non la causa.

Qui purtroppo entriamo in un campo minato, perché quello del “naturale” è un settore estremamente ricco e fiorente, ma meno regolamentato rispetto a quello farmaceutico: o meglio, i preparati in commercio sono regolamentati dal punto di vista della sicurezza, ma non richiedono test clinici rigorosi come quelli necessari per la vendita di un farmaco e dunque molto spesso mancano le prove scientifiche sulla reale efficacia dei preparati proposti, sul corretto dosaggio, su eventuali effetti collaterali o interazioni (tra le erbe e tra erbe e farmaci).

Secondo un’altra review, invece, che ha selezionato studi randomizzati e controllati (ossia confrontati con un gruppo di controllo, che non assume il preparato oggetto del test) condotti tra il 1996 e il 2016, lavanda, frutto della passione e zafferano sono risultati promettenti nel trattamento di ansia, insonnia e disturbi depressivi lievi; black cohosh (cimicifuga racemosa), camomilla e agnocasto si sono rivelati altrettanto promettenti.

Al di là delle singole erbe, i ricercatori riportano come il 45% degli studi analizzati abbia riportato risultati positivi, col vantaggio di minor incidenza di effetti avversi rispetto ai farmaci convenzionali. Insomma, gli studi ci sono ma non sempre concordano nei risultati ottenuti.

Come vincere ansia e depressione?

  • Tai-chi: La pratica deriva dalle arti marziali cinesi e si può tradurre in una sorta di lenta danza coordinata. Diverse pubblicazioni evidenziano notevoli benefici apportati dal tai-chi sopratutto nei pazienti anziani: in termini di beneficio fisico e psicologico
  • Esercizi di respirazione: Uno dei primi segni di stress acuto è l'aumento della frequenza respiratoria, a scapito della profondità. Per rispondere alla tensione bisogna quindi tornare a respirare in maniera corretta, con respiri lenti e profondi ogniqualvolta, nell'arco della giornata, la pressione si fa sentire. Occorre inspirare ed espirare profondamente attraverso il naso, ripetendo l'atto dalle cinque alle dieci volte di fila
  • Esercizi di rilassamento muscolare: Le tecniche che agiscono sulla tensione muscolare sono semplici, ma molto utili: sopratutto per chi ha problemi ad addormentarsi. La posizione ideale per iniziare a rilassarsi è quella supina, a gambe non incrociate
  • Training autogeno: Si tratta di una forma di psicoterapia attraverso il corpo. La prima fase dell'addestramento consiste in una sorta di autoipnosi per indurre i vari gruppi muscolari a rilasciarsi. In seguito è possibile evocare immagini piacevoli per aumentare il potere antistress della pratica
  • Meditazione: Diverse ricerche hanno dimostrato che la meditazione riduce la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e i livelli di adrenalina. I momenti più adatti per meditare sono il risveglio e il tardo pomeriggio. Bastano 15-2'0 minuti ogni volta, purché la fretta e il pensiero delle cose da fare non prendano il sopravvento. La posizione più classica è quella seduta a gambe incrociate e con la schiena dritta. Gli occhi possono essere chiusi o fissi su punto davanti al corpo a 1-2 metri di distanza. A questo punto la mente comincia a vagare verso immagini che evocano sensazioni positive e rilassanti e i pensieri quotidiani si dissolvono
  • Yoga: Grazie a un lavoro molto approfondito sul respiro e sulle tecniche di mentalizzazione, lo yoga può assolvere ottimamente il ruolo di antistress. Non solo: la meditazione e il rilassamento fanno parte della pratica yoga e, in genere, aprono e chiudono ogni lezione

Antidepressivi: un antibiogramma in psichiatria?

Soltanto il 40 per cento delle persone che soffre di depressione, risponde al primo farmaco prescritto. Questo dato porta spesso i pazienti a rassegnarsi e a considerare la malattia come incurabile: con tutti i rischi che ne conseguono. Ma in questi casi, invece, occorre tornare dallo psichiatra per modulare la terapia. Gli antidepressivi rappresentano infatti un'ampia gamma di farmaci, che rispondono al metodo «trial and error» («prova e sbaglia»).

Anche in questo ambito, però, si sta facendo largo la medicina di precisione. La prospettiva è dunque quella di poter individuare fin da subito l'antidepressivo giusto per ogni paziente. Per individuare precocemente il farmaco più efficace per il singolo individuo, potrebbe essere utile monitorare l'andamento di una proteina nel sangue. Più i livelli di questa sono alti, maggiore è la risposta all'antidepressivo. Questo è quanto dimostrato da un gruppo di ricercatori della McGill University (Montreal), in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications.

In caso di conferma dei risultati, si avvicinerebbe la possibilità di avere a disposizione un marcatore biologico affidabile: facile e veloce da misurare. Ma non solo. A ciò occorre aggiungere che la proteina Gpr56 potrebbe essere direttamente coinvolta nello sviluppo della depressione.

Andrea Fagiolini, direttore della clinica psichiatrica del policlinico Santa Maria alle Scotte e ordinario di psichiatria all’Università di Siena, commenta: «Equivarrebbe ad avere qualcosa simile a un antibiogramma anche in psichiatria. Per i pazienti, è molto penoso dover aspettare la risposta agli antidepressivi ed è ancora più faticoso restare a lungo nell’incertezza, senza sapere se la medicina che assumono funzionerà o meno. Tutto questo può essere frustrante anche per lo psichiatra».

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