L'esame della vitamina D si effettua attraverso un prelievo di sangue da una vena del braccio. Eseguendo un semplice esame del sangue è possibile misurare i livelli di calcidiolo e calcitriolo, le due forme più importanti di vitamina D.
La calcemia è l’esame che misura i livelli di concentrazione nel sangue di calcio. Con il termine calcemia viene indicato il livello di concentrazione del calcio nel sangue. Il calcio totale va a monitorare i livelli di entrambe le forme e fa parte delle analisi di routine che vengono prescritte per valutare lo stato di salute generale del paziente.
Cos'è la Vitamina D?
La vitamina D è una vitamina liposolubile fondamentale per il nostro organismo, perché svolge un ruolo chiave nel mantenimento della salute delle ossa e nel corretto equilibrio minerale. La vitamina D è una vitamina cosiddetta liposolubile, vale a dire che si scioglie nei grassi, che viene accumulata nel fegato e rilasciata nell’organismo a piccole dosi.
Come tutte le vitamine, la vitamina D è essenziale all’organismo:
- Favorisce il processo di mineralizzazione delle ossa;
- Aumenta l’assorbimento intestinale di fosforo e calcio;
- Mantiene i livelli di fosforo e calcio stabili nel sangue;
- Diminuisce l’eliminazione di calcio tramite l’urina.
Esistono due forme di vitamina D in natura: l’ergocalciferolo, assunto con il cibo, e il colecalciferolo sintetizzato dal nostro organismo. Proprio per questa capacità di sintesi autonoma, la vitamina D viene definita “sui generis”: a differenza di altre vitamine che devono essere assunte solo tramite la dieta, la D può essere prodotta dal corpo, sebbene l’alimentazione e gli integratori restino fondamentali nei casi di carenza.
La vitamina D agisce come un ormone che influisce sul processo intestinale di assorbimento di calcio e fosforo. Indirettamente contribuisce anche alla regolazione di processi fisiologici come la mineralizzazione delle ossa e alcune attività del sistema immunitario, come le infiammazioni. Una volta prodotta nella cute o assorbita a livello intestinale, la vitamina D passa nel sangue. Qui una proteina specifica la trasporta fino al fegato e ai reni, dove viene attivata.
Ricaviamo la vitamina D solo in minima parte dal cibo e l’esposizione solare è la fonte principale della produzione di vitamina D nella sua forma attiva. Tutto il resto della vitamina D che si può trovare nel nostro organismo si forma nella pelle a partire da un grasso simile al colesterolo, il 7-deidrocolesterolo, che viene trasformato per effetto dell’esposizione ai raggi UVB. Per questo eventuali carenze spesso si possono risolvere semplicemente aumentando la propria esposizione al sole, eventualmente poi, se prescritto dal medico, anche con l’assunzione di integratori.
Perché si misura la Vitamina D?
La vitamina D, come ogni vitamina, è fondamentale al buon funzionamento del nostro organismo. L’esame della vitamina D non è riservato solo a chi presenta patologie specifiche: viene spesso consigliato anche in condizioni fisiologiche particolari o in soggetti a maggior rischio di carenza.
Riveste un ruolo essenziale nel monitoraggio dei pazienti che presentano disturbi quali:
- Disturbi del metabolismo e del calcio;
- Rachitismo;
- Ipocalcemia,
- Osteodistrofia nutrizionale e renale;
- Ipoparatiroidismo;
- Osteoporosi.
L’esame della vitamina D viene tuttavia consigliato anche a:
- Donne in gravidanza: per favorire la crescita scheletrica del bambino e prevenire il rachitismo, oltre che per garantire un corretto assorbimento di calcio e fosforo.
- Donne in menopausa: più predisposte a sviluppare osteoporosi a causa della riduzione dei livelli di calcio nel sangue.
- Anziani: con ossa naturalmente più fragili e ridotta capacità di sintesi cutanea della vitamina D.
Valori Normali della Vitamina D
Un valore ottimale di vitamina D nel sangue varia tra 30 e 99 ug/L. I valori di riferimento per la valutazione dell’eventuale carenza di vitamina D o di uno stato di ipervitaminosi sono i seguenti:
| Livello di rischio | Valore |
|---|---|
| Carenza | < 20 ug/L |
| Insufficienza | 21 - 29 ug/L |
| Valore ottimale | 30 - 99 ug/L |
| Tossicità | > 100 ug/L |
Vitamina D Alta: Cosa Significa?
Un eccesso di vitamina D per diversi mesi può causare calcificazioni diffuse negli organi, contrazioni e spasmi muscolari, vomito e diarrea, ma anche ipercalcemia (eccessiva quantità di calcio nel sangue). L’ipercalcemia indica la condizione per la quale i valori del calcio nel sangue sono superiori al normale.
Una situazione di ipervitaminosi può riscontrarsi spesso in soggetti che fanno un uso esagerato di integratori di vitamina D, che dovrebbero quindi essere sospesi sotto lo stretto controllo del proprio medico, che procederà, in base al caso, a consigliare la terapia più adeguata per abbassare il livello di tossicità. Un eccesso prolungato di vitamina D nell’organismo può provocare conseguenze anche gravi.
In caso di ipervitaminosi D, è fondamentale:
- sospendere subito l’assunzione degli integratori e rivolgersi al proprio medico
- la sospensione o modifica della terapia
- eventuali farmaci o interventi per ridurre i livelli di tossicità
- un monitoraggio periodico fino al rientro nei valori ottimali.
L’ipercalcemia è identificabile da sintomi quali:
- Aumento immotivato della sete;
- Aumento della frequenza di minzione;
- Nausea e vomito;
- Debolezza.
Se il risultato è più alto rispetto al normale, potrebbe indicarne una eccessiva ingestione e assorbimento nell’intestino, quindi, diventa tossica per l’organismo.
Vitamina D Bassa: Cosa Significa?
La carenza di vitamina D comporta nei bambini il rischio di rachitismo, malattia caratterizzata da una difettosa mineralizzazione dell’osso, che lo rende più fragile e deformabile, e ne determina le tipiche deformità. Negli adulti, invece, si può riscontrare osteomalacia, un’intensa forma di decalcificazione ossea, denti più deboli e più predisposti a carie, altri danni all’apparato scheletrico e abbassamento delle difese immunitarie.
Quando i livelli di vitamina D sono carenti, l'assorbimento totale del calcio alimentare può diminuire dal normale intervallo del 60-80% al 15%. L’ipocalcemia può essere dovuta anche a problemi di malnutrizione e alcolismo, a patologie del fegato o ad una bassa concentrazione di albumina. In quest’ultimo caso, però, risulta basso solo il calcio legato alle proteine plasmatiche.
La carenza di vitamina D è più spesso provocata da uno stile di vita che impedisce la giusta quantità di esposizione ai raggi solari e ad una dieta povera di alimenti ricchi di vitamina D. I principali fattori che possono portare ad una carenza di vitamina D sono:
- Scarsa esposizione solare, che riduce la capacità dell’organismo di sintetizzare vitamina D
- Alimentazione povera di cibi ricchi di vitamina D (come pesce azzurro, uova, latticini fortificati).
- malassorbimento intestinale, o a condizioni particolari come la gravidanza o l’allattamento, che aumentano il fabbisogno dell’organismo.
Se il risultato è più basso rispetto ai valori normali, indica una sua insufficiente assunzione tramite il cibo o una scarsa esposizione alla luce del sole (che ne stimola la produzione) o una malattia del fegato.
Quali sono i sintomi del calcio basso? I sintomi che possono indicare una carenza di vitamina D comprendono:
- osteomalacia (grave decalcificazione ossea)
- fragilità dei denti e maggiore predisposizione alle carie
- dolori muscolari e articolari
- un generale abbassamento delle difese immunitarie.
Vitamina D, solo quando serve
Per quanto la vitamina D apporti numerosi benefici al nostro organismo, l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) consiglia la sua integrazione soltanto in presenza di particolari carenze o condizioni. L’AIFA ha inoltre specificato le situazioni in cui il medico può consigliare di assumere la vitamina D e i casi in cui non è invece opportuno.
Nel corso degli anni una carenza di vitamina D è stata associata a diversi tipi di malattie, dal diabete al cancro, dal morbo di Alzheimer alla sclerosi multipla e più di recente alle forme gravi di infezione da SARS-CoV-2. I nessi di causa ed effetto di queste associazioni sono in realtà ancora da dimostrare. Ciò nonostante, è nata l’ipotesi che bassi livelli di questa vitamina possano essere dannosi per la salute, mentre una sua integrazione avrebbe effetti protettivi e terapeutici contro diverse patologie.
Alla luce dei risultati di recenti studi epidemiologici, nella nota 96 del febbraio 2023, l’AIFA ha indicato che la somministrazione della vitamina D non è efficace per la cura e la prevenzione né dei tumori né di Covid-19. La vitamina D deve essere dunque integrata farmacologicamente soltanto quando si manifestano particolari sintomi o forti carenze. Inoltre, l’acquisto di farmaci che la contengono richiede la prescrizione di un medico, perché gli eccessi possono essere tossici.
L’AIFA ha dichiarato che l’integrazione di vitamina D è consigliata con valori inferiori a 12 nanogrammi per millilitro di sangue (o 30 nmol/L). Al di sopra di questi livelli è raccomandata la sua somministrazione solo in caso di specifiche patologie, come l’osteoporosi. Per chi non soffre di particolari disturbi è sufficiente trascorrere più tempo all’aria aperta, senza dover monitorare i propri livelli di vitamina D con frequenti esami del sangue.
L’AIFA ha inoltre specificato le situazioni in cui il medico può consigliare di assumere la vitamina D e i casi in cui non è invece opportuno.
Vitamina D sì: carenze e osteoporosi
Se senti un persistente senso di debolezza, dolori diffusi, localizzati o muscolari e cadi di frequente senza motivo, potresti soffrire di ipovitaminosi, e in particolare di una carenza di vitamina D. In presenza di questi segnali è consigliato consultare il proprio medico e valutare di effettuare un esame del sangue per rilevare il dosaggio di vitamina D. La sua assunzione è raccomandata soltanto se i suoi livelli sono inferiori a 12 nanogrammi per millilitro di sangue (o 30 nmol/L) anche in assenza di sintomi, ma sempre sotto prescrizione medica.
Se sei in terapia con antiepilettici, glucocorticoidi e altri farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D o sei un adulto o un’adulta con malattie che causano malassorbimento, come il morbo di Chron o la fibrosi cistica, la vitamina D dovrà essere assunta se i valori sono inferiori a 20 nanogrammi per millilitro di sangue (o 50 nmol/L).
Se invece soffri di osteoporosi o iperparatiroidismo bisognerà integrarla quando i livelli sono al di sotto di 30 ng/mL (o 75 nmol/L). La somministrazione di vitamina D richiede sempre la prescrizione medica, ma è indipendente dal dosaggio per chi è istituzionalizzato, soffre di gravi deficit motori o è costretto a letto, per le donne in gravidanza o in allattamento e per chi ha l’osteoporosi e non può essere sottoposto a terapia mineralizzante.
Vitamina D no: cancro e Covid-19
Nonostante i risultati dei primi studi epidemiologici avessero suggerito un ruolo protettivo della vitamina D contro i tumori, indagini più recenti non hanno confermato questo effetto. Lo studio europeo EPIC è stato tra i primi a mostrare che le persone con livelli più alti di questa vitamina nel sangue corrono un rischio di cancro al colon inferiore di circa il 40 per cento rispetto a chi ne è carente. Questi risultati, ottenuti in laboratorio, non hanno però trovato una piena conferma nella clinica, ovvero negli studi con i pazienti.
Secondo quanto emerso da diverse ricerche, come la Women’s Health Initiative statunitense che ha seguito circa 36.000 donne per una media di 7 anni, l’assunzione di supplementi a base di vitamina D non sembra conferire alcun effetto protettivo. Si può quindi ipotizzare che alti livelli di questa vitamina nel sangue non siano direttamente responsabili del minor rischio, ma semplicemente rispecchino abitudini più sane a cui va attribuito il merito di proteggere gli individui dal cancro.
Tra le critiche a questo studio ci sarebbe però la scelta della popolazione: negli Stati Uniti alcuni alimenti, tra cui il latte, sono integrati con la vitamina D, perciò è possibile che i livelli di base dell’ormone siano già sufficientemente alti. Analisi simili andrebbero perciò ripetute in popolazioni che non hanno queste caratteristiche. Altri studi più recenti non hanno tuttavia riscontrato un evidente effetto antitumorale dell’integrazione con vitamina D. Non si è infatti osservata una riduzione della mortalità o una ridotta probabilità di sviluppare un tumore tra chi ha seguito una cura con supplementi di vitamina D e chi non la assumeva.
Lo stesso è avvenuto per Covid-19.
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